giovedì 1 luglio 2010

IL QUOTIDIANO DELLA BASILICATA, giovedì 1 luglio 2010.

TELELUCANIA, di Maurizio Gianotti
IL TG DI MINZOLINI, IL PIU' AMATO DAI LUCANI.
Al di là dei bollettini di guerra (l’eterna sfida tra TG UNO e TG5, la polemica Minzolini – Busi – Ferrario, l’arrivo in pompa magna di Enrico Mentana alla direzione del TG La 7), qual è la situazione degli ascolti dei principali TG? Giovedì 24 giugno il TG UNO delle 20 con il 29,04% di share (5.453.000 spettatori) batte il TG 5 che alla stessa ora raggiunge il 20,46% (3.855.000). Domenica 27 giugno TG UNO ottiene il 29,30% contro il 19,20% del TG5. In questi giorni però orari e ascolti sono influenzati dalle partite dei campionati mondali di calcio.
Vediamo una serata senza calcio: mercoledì 2 giugno, Festa della Repubblica. Il TG UNO, che apre con la liberazione dei pacifisti italiani fermati in Israele, ottiene uno share complessivo del 26,29%. Ma in Basilicata arriva addirittura al 40,5%: i telelucani sono i più fedeli fruitori del TG UNO (più degli umbri, dei marchigiani, dei friulani e dei laziali). Il TG 5 con il 22,83% conquista solo il 13% di telelucani. Uno striminzito 4,1% di share rende la Basilicata il fanalino di coda tra tutte le regioni in quanto a interesse per il TG2 (in testa ci sono i friulani con il 20%).
Cambiamo orario: STUDIO APERTO di ITALIA 1 (ore 18,30) e TG 4 (ore 19), ottengono rispettivamente il 14,5% - che è un’ottima media e il 4,65% (decisamente meno buona). Gli ascolti del TG 3 e del TG La 7 sono entrambi allo 0%: evidentemente le famiglie auditel sono troppo poche per registrare in un bacino ristretto come la Basilicata anche chi guarda i TG più “di nicchia”. Il TG UNO è apprezzato soprattutto dagli over 65 e da chi ha istruzione elementare. Il TG 5 ha un pubblico più giovane, generalmente con istruzione media superiore. STUDIO APERTO piace ai giovani tra i 15 e i 24 anni ma anche ai ragazzi fino ai 19 anni, mentre gli over 65 sono una sparuta minoranza. Il TG 4 piace soprattutto agli anziani con istruzione elementare. Insomma, grazie all’indiscussa fedeltà al TG UNO, in quanto a informazione TV nessuno è più “istituzionale” di un telelucano.

domenica 20 giugno 2010

Da IL QUOTIDIANO DELLA BASILICATA, sabato 19 giugno.

TELELUCANIA - TUTTI DAVANTI ALLA TV, STREGATI DALLE VUVUZELAS, d Maurizio Gianotti.

Tempo di Mondiali, tempo di teletifo. Qual e’ il rapporto tra i telelucani e il calcio in TV? In Basilicata, specialmente quando gioca l’Italia, i telespettatori si piazzano davanti al teleschermo dopo essersi muniti delle indispensabili e rumorosissime “vuvuzelas”? Oppure disdegnano lo sport nazionale e si dedicano a più elevata materia? O ancora, ignorano il campionato nella terra dei bafana – bafana per immergersi nel tele-trash?
Vediamo. Lunedì 14 giugno su RAI UNO va in onda la prima partita dell’Italia, la sfida con il Paraguay conclusa con un mediocre pareggio. Hanno visto la partita 19 milioni di persone (il 64,37% di share). Un consenso trasversale, sotto il profilo dell’età: 62,04% di bambini tra gli 8 e i 14 anni, 63,3% teenager tra i 15 e i 19, 67,2% tra i 15 e i 24, 68,9% tra i 25 e i 34, 66,7% tra 35 e i 44, 69,8% tra i 45 e i 54, 64,5% tra i 55 e i 64, 59,4% over 65.
Vediamo la composizione regionale del target. In Basilicata ha visto la partita il 69,78%. Più dei telelucani, i pugliesi (72,97%), gli abruzzesi (76,06%) e gli umbri (78,12%). Fanalino di coda, i calabresi con un sia pur rispettabile 57,28%. A sfidare la prima partita della nazionale italiana si sono immolate le audaci “Velone” di CANALE 5, che hanno totalizzato 1.695.000 persone, pari al 5,62% di share.
Domenica 13 giugno a giocare non era l’Italia, ma toccava a Germania - Australia. Il primo tempo della partita ha attirato 6.642.000 spettatori (33,14%); il secondo tempo 6.290.000 con il 28,74%. I telelucani che hanno guardato la partita sono stati il 49,85%. Li hanno superati solo i valdostani (53,42%) e gli umbri (50,82%). Il pubblico di Germania – Australia è stato essenzialmente maschile (41,05% contro 25,95%), giovane e adulto (dal 33,50% di teenager al 36,92% di adulti fino ai 64 anni). L’istruzione? Nessuna discriminazione: 32,69% elementare, 33,605% media inferiore, 34,42% superiore, 31,07% universitaria. Un raro esempio di unanimità. Di questi tempi non è poco. Chi ha detto che il calcio divide?

sabato 19 giugno 2010

VELONE, LA TV OVER 65 CHE PIACE AI GIOVANI.

"Tardone e carampane" sono le protagoniste della costola di "Striscia la notizia".
Sono le nuove eroine, come negli anni '90 "Non è la RAI"
di Maurizio Gianotti.


Sulle signore di una certa eta’ la fantasia maschile si e’ spesso esercitata in modo irrispettoso. Il Marchese De Sade, nelle sue opere intrise piu’ di senso di morte che di erotismo (“Justine”, “Juliette”, “Le 120 giornate di Sodoma”…) introduce, nel momento della massima trasgressione, quando ogni frontiera del piacere e’ ormai stata esplorata, delle vecchie disponibili a ogni turpitudine. Scendendo a un livello piu’ popolare, “tardone” e “carampane” sono i tristi soprannomi che vengono dati a donne che, malgrado la bellezza sia ormai appassita, rimangono sulla breccia sfidando il ridicolo. Venendo all’odierno immaginario televisivo, tutte le donne mature del passato sono state spazzate via da una figura che piu’ di ogni altra incarna l’eta’ che non si arrende: la “velona”. Le “velone” sono le protagoniste dell’omonimo programma di Antonio Ricci che va in onda su CANALE 5 dal lunedi’ al venerdi’, dalle 20,45 . Sono donne innocenti, mogli, mamme e nonne che per nulla al mondo varcherebbero la soglia del filosofico “boudoir” del divino marchese. Sono donne “over 65”, come la categoria che piu’ di ogni altra impera nell’ascolto della TV generalista, che non hanno paura di essere derise da Enzo Iacchetti ne’ di ballare e agitarsi accanto alla statuaria bellezza di Nina Senicar, per l’occasione valletta parlante.
“Velone”, costola di “Striscia la notizia”, e’ il programma che si contende il primato dell’access - prime time con “I soliti ignoti”, condotto su RAI UNO da Fabrizio Frizzi. Giovedi’ 10 giugno i personaggi in cerca di identita’ di Frizzi si aggiudicano la serata per 24,43% a 21,05% (5.400.000 telespettatori a 4.716.000). Venerdi’ 11 giugno Frizzi bissa il successo con il 22,28% contro il 16,98%. Cosa determina la supremazia di RAI UNO su CANALE 5? Venerdi’ hanno seguito “Velone” piu’ donne che uomini (19,4% contro 13,8%); paradossalmente, a seguire un programma le cui protagoniste sono donne anziane non e’ il pubblico anziano: gli over 65 rappresentano solo il 14,8% contro il 19,9% dei 35 – 44enni e il 29% dei teen-ager. Insomma, a guardare le nonne che ballano come negli anni ‘90 facevano le ragazze di “Non e’ la RAI”, non sono le loro coetanee ma i ragazzini. L’istruzione? Media inferiore (20,5%) ed elementare (18,6%). Il livello economico e sociale? Prevalentemente basso (18,6%).
Un ritratto piu’ approfondito del pubblico di “Velone” lo offre l’Eurisko: il 28,710 di spettatori appartiene al gruppo dei cosiddetti “ragazzi evolutivi”.
E’ un gruppo giovane o dai comportamenti giovanili, distribuito trasversalmente in Italia, interessato al piacere e al divertimento, abbastanza impegnato culturalmente (i “ragazzi evolutivi” leggono libri, soprattutto gialli, fatto abbastanza raro tra i giovani). Il pubblico de “I soliti ignoti” e’ composto essenzialmente da donne over 65 (34,42%), mentre i teen-ager sono tra il 14 e il 15%). Anche per “I soliti ignoti” prevale l’istruzione elementare (31,258%). Il dato piu’ interessante riguarda le tipologie di ascolto: 41,06% di “insoddisfatte” (gruppo femminile di eta’ matura, con difficlta’ economiche e sociali, desiderose di raggiungere tranquillita’ e salute). Subito dopo, gli “anziani da osteria” (34,4%): uomini per lo piu’ attempati, insensibili in generale agli stimoli culturali, chiusi nel proprio microcosmo (amici, famiglia, bar).
Lunedi’ 14 giugno le velone hanno sfidato Italia – Paraguay, la prima partita della nazionale italiana ai mondiali di calcio, perdendo onorevolmente con 1.695.000 persone, pari al 5,62% di share, contro oltre 19 milioni di teletifosi (64,37%). Diversamente dal solito, a scegliere la terza eta’ scartando i mondiali sono stati soprattutto gli over 65. Hanno visto la partita il 62,04% di bambini tra gli 8 e i 14 anni, 63,3% teen – ager tra i 15 e i 19, 67,2% tra i 15 e i 24, 68,9% tra i 25 e i 34, 66,7% tra 35 e i 44, 69,8% tra i 45 e i 54, 64,5% tra i 55 e i 64, 59,4% over 65.
Una possibile conclusione: gli anziani non amano guardarsi in TV. O meglio, guardare i propri coetanei in TV. Ad apprezzare le performance degli “over 65” sono i piu’ giovani.

sabato 12 giugno 2010

IL QUOTIDIANO DELLA BASILICATA, SABATO 12 GIUGNO 2010

TELELUCANIA, di Maurizio Gianotti

AMORE DISPERATO CONTRO ANNOZERO.

Gli ingredienti per un grande successo c’erano tutti: una grande storia, la musica composta da Lucio Dalla, le coreografie di Daniel Ezrelow, i costumi firmati Giorgio Armani… e infatti il successo per “Tosca, amore disperato” c’è stato: 150 repliche in Italia e all’estero e più di 250.000 spettatori. Ma quando giovedì 3 giugno RAI UNO ha avuto l’ammirevole coraggio di trasmettere il moderno melodramma in prima serata, l’offerta ha conquistato 1.320.000 telespettatori con il 5,90% di share. Tosca e Cavaradossi non hanno sfidato solo lo Stato Pontificio e le trame di Scarpia, ma la ben più temibile concorrenza di “Annozero” che ha raggiunto il 24,75% di media con 5.634.000 spettatori. Questo in Italia. E in Basilicata? I telelucani hanno gradito la “Tosca”: lo dimostra il 9,34% di share, superiore a quello di tutte le altre regioni. Malgrado ciò, hanno seguito Tremonti e Bersani parlare di crisi economica, di licenziamenti di ricercatori e di fuga delle aziende un buon 26,083% di telelucani...
Come si presenta il pubblico che rinuncia a Santoro e Travaglio per Lucio Dalla? Più femminile che maschile, più istruzione elementare (8,731%) che universitaria (4,722%).
Volendo utilizzare un altro parametro, legato agli stili di vita, emerge che hanno scelto la “Tosca” soprattutto le “signore aperte” (10,73%) e le “insoddisfatte” (10,71%). Le “signore aperte” sono donne mature con un buon livello economico, non molto colte, spesso single e in coppia ma senza figli, il che permette loro di essere curiose verso le novità. Le “insoddisfatte”, invece sono per lo più anziane e hanno spesso problemi economici. La casa e la famiglia sono il loro universo.
Il telespettatore - tipo di “Annozero”, invece, è il “signore equilibrato” (36,915%). E’ un uomo maturo, moderno, aperto, con discreti mezzi economici ma livello culturale abbastanza basso. Spesso è un pensionato. Dalla contro Santoro, Tosca contro Travaglio, Cavaradossi contro Tremonti: una sfida impossibile.

sabato 5 giugno 2010

Maurizio Gianotti FARE L’AUTORE PER LA TV Dalla RAI a MEDIASET, dalla radio ai nuovi media. EURILINK EDIZIONI.

“I giovani scrittori che, parlando di un giovane collega con un accento misto a invida, dicono: “E’ un bell’esordio, ha avuto una fortuna sfacciata”, non riflettono sul fatto che ogni esordio è sempre stato preceduto e che è l’effetto di altri venti esordi a loro ignoti…. Chi dice: Ho la scarogna, è chi non ha ancora avuto abbastanza successo e lo ignora”.
Charles Baudelaire, “Consigli ai giovani scrittori”.

“Nessun insegnante, nessuna mole di studi, può trasformare in scrittore qualcuno che è costituzionalmente inadatto a fare lo scrittore. Ma chiunque s’imbarchi in una professione o segua una vocazione, rischia fallimenti e delusioni”.
Raymond Carver, “Il mestiere di scrivere”.

Premessa
Oggi quella dell’autore televisivo è una delle professioni più ambite. Sono migliaia i giovani che sognano di scrivere programmi televisivi. Molti sono convinti che, se solo ne avessero la possibilità, sicuramente sarebbero in grado di realizzare trasmissioni di successo. Molte di queste trasmissioni esistono già: sono nei loro cassetti. Oppure nelle loro teste. Non importa dove, ma ci sono.
Una sparuta minoranza degli aspiranti autori sa con assoluta certezza che coronerà il proprio sogno. Lo sa perché ragioni personali (è figlio d’arte o appartiene a una famiglia influente) gli garantiscono l’occasione di debuttare.
Altri sono assolutamente certi di farcela, pur senza avere le spalle coperte. Di solito si tratta di persone che hanno una fiducia illimitata nel proprio talento. Ebbene, questa fiducia a volte è contagiosa e può convincere gli interlocutori. A volte no.
Ma la maggior parte degli aspiranti autori televisivi ben presto comincia a domandarsi con angoscia crescente: “Come si entra in TV? Come si inizia a lavorare? Come si fa a smettere di essere un semplice aspirante?”.
Non è facile rispondere a questa domanda. Iscriversi a “Scienze della Comunicazione” o al DAMS è certamente utile ma non risolutivo e soprattutto non offre la garanzia di lavorare veramente in televisione. Leggere libri non è sufficiente. Seguire corsi di “Scrittura creativa” neanche. Lo stesso discorso vale per il cinema e la fiction: ormai le tecniche basilari della sceneggiatura, che docenti di fama mondiale come Robert McKee insegnano da decenni, hanno fatto il giro del mondo e sono diventate patrimonio di tutti i giovani aspiranti sceneggiatori. Fare il primo film o vendere il soggetto di una serie per molti rimane un sogno irrealizzabile.
Da alcuni anni sono apparsi e si sono diffusi i cosiddetti “autorini”. Sono giovani normali per statura e stazza. Infatti il diminutivo non nasce dalla loro taglia, ma dal compenso che percepiscono che è piuttosto esiguo, almeno all’inizio, e anche dal ruolo che è inferiore rispetto a quello degli autori titolari ai quali vengono affiancati. Talvolta l’autorino attende paziente il decesso o la rottamazione del titolare per prendere il suo posto. Questo fatto è noto ai più ed è questa la ragione che determina nei rottamandi un certo disagio nei confronti di questa categoria professionale. Ma come si diventa autorini? Per lo più, frequentando le scuole per autori della RAI e di MEDIASET. La RAI organizza ogni anno dei corsi di sceneggiatura; molti degli allievi che li frequentano vengono poi coinvolti nelle fiction (per esempio, nella lunga serialità, dove iniziano facendo i dialoghisti). MEDIASET invece ha rilevato la scuola per autori fondata da Maurizio Costanzo, che si è trasformata in Scuola RTI. Molti allievi, dopo averla frequentata, hanno iniziato a lavorare in varie produzioni. Successivamente, a causa di una certa saturazione, la scuola ha cambiato tipo di corso: ora chi la frequenta diventa “produttore creativo”, non più autore. Almeno per il momento.
Insomma, in assenza di una seria politica di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro, le cose migliori che si possono fare sono due: diffidare dei guru e dei “maitres à penser” e cercare di fare del sano apprendistato. Un po’ come accadeva una volta, nelle botteghe artigiane. O negli studi dei pittori. L’apprendista per l’appunto apprendeva da un artista o da un artigiano ricchi di esperienza, che avevano bisogno di un aiutante. Il giovane, se era dotato ma soprattutto intelligente, cercava di rubare il mestiere al maestro. Si dice così, anche se in realtà il furto non c’è: è un mutuo scambio nel quale entrambi hanno qualcosa da guadagnare. Il maestro, perché con l’aiutante/apprendista può accettare un numero maggiore di lavori; l’aiutante, perché l’apprendistato è molto più utile di qualsiasi corso.

Poiché una regola non c’è e non tutti gli aspiranti autori possono ereditare la professione dei padri, entrare di diritto nel rutilante mondo della comunicazione e dello spettacolo per conoscenze familiari o frequentare le scuole che trasformano in “autorini” (perché hanno il numero chiuso), la conclusione è che NON ESISTE UNA REGOLA. “Ognuno per se e Dio per tutti”, si potrebbe dire. Ma se Dio non esistesse o fosse impegnato a dirimere questioni più importanti, allora cosa si potrebbe fare?
L’unica possibilità è individuare la propria personale via. Ognuno di noi ne ha una. Per alcuni porta alla rinuncia e alla sconfitta. Per altri a un percorso faticoso e difficile. Quello che è chiaro è che, una volta messo piede in televisione, bisogna fare le mosse giuste: mettere a frutto le occasioni, imparare dai più esperti, schivare le pugnalate dei rivali, mettere a tacere le loro calunnie, guardarsi costantemente le spalle e migliorare il proprio livello professionale. Perché semplicemente METTERSI IN LUCE conquistando la benevolenza dei capi lascia il tempo che trova: perché i capi cambiano e se per ingraziarseli il giovane autore ha pestato i piedi a qualcuno o si è comportato da lacchè, è possibile che qualcuno chieda e ottenga la sua testa. Meglio essere un pochino meno simpatici e ossequiosi (solo un pochino meno simpatici e ossequiosi, non troppo) e approfittare dell’occasione per IMPARARE diventando AUTORI COMPLETI.
Mentre nessuno può dire ESATTAMENTE come si fa a iniziare, dare dei suggerimenti su come mettere a frutto le possibilità date dall’avere messo finalmente piede in uno studio televisivo è più facile. Ma anche in questo caso, non c’è una regola: ognuno seguirà il proprio percorso.
In questo libro c’è poca teoria. In compenso c’è molta pratica: chi si avventura in queste pagine, rivivrà i momenti dell’ideazione e della realizzazione di diversi programmi televisivi. Se ci saprà entrare, anche attraverso la pagina scritta potrà vivere qualcosa di simile a un apprendistato. Dovrà concentrarsi, cercare di immaginare, di rivivere quelle esperienze. Un libro non può fare di più. Ma considerando che ci troviamo in un mondo che offre a chi vorrebbe scrivere la televisione solo sogni e teoria, è già qualcosa. Del resto, in molti manuali per aspiranti sceneggiatori vengono citate direttamente le esperienze professionali dell’autore.
E’ una scelta obbligata. Non ci sono altri modi per spiegare che cos’è la scrittura televisiva se non attraverso la propria esperienza. Perché è solo attraverso l’esperienza diretta che si può imparare a scrivere per la televisione: tutto il resto è teoria allo stato puro. La teoria può formare dei critici, non degli autori. E chi dovesse scegliere di fare insieme il critico e l’autore, si troverebbe coinvolto in un conflitto di interessi senza uscita. C’è chi lo fa. Ma non è molto elegante.
Questo libro è soggettivo ma è anche scientifico, perché analizza le fasi più importanti di una vita dedicata quasi integralmente alla scrittura televisiva e in parte a insegnare agli studenti universitari che frequentano i miei corsi a scrivere la TV. Dico “scrivere LA TV” e non “per la TV”: perché ritengo che la televisione debba essere un mezzo, uno strumento e non un padrone. La TV è e deve continuare a essere espressione di chi la fa, di chi la scrive, deve essere oggetto, non soggetto. Fino a prova contraria e ancora per un po’ – spero il più a lungo possibile – siamo ancora noi uomini a comandare e lei, la macchina, a ubbidire. Anche perché siamo noi uomini ad accenderla o spegnerla. Non escludo che in futuro il nostro intervento possa diventare inutile. Ma per il momento, per poter vivere, la televisione ha bisogno di essere accesa e gestita dai telespettatori. Per il momento.

Questo libro non fornisce regole, ma indica e descrive un percorso: il mio. E’ un percorso che mi ha portato da giovane aspirante che si è posto per anni le eterne domande tipiche di tutti gli aspiranti, a realizzare un primo programma televisivo, al quale ne sono seguiti altri. Il mio non è un percorso straordinario: non è la storia di John De Mol, fondatore della ENDEMOL e inventore del GRANDE FRATELLO. Non è neanche quella di Antonio Ricci. Chi scrive è però riuscito, senza essere figlio d’arte, senza avere particolari spinte, senza avere frequentato le scuole RAI o MEDIASET, senza essere stato prima “autorino”, a diventare autore. Oggi, dopo ventisette anni, continua a produrre centinaia di ore di trasmissioni all’anno. In più, scrive programmi originali e a volte riesce anche a realizzarli.
Vediamo come.

Prima parte

Chi ben comincia è a metà dell’opera.
Ma come si fa a cominciare?
I
La TV e il mondo delle idee

Come andò che l’autore (con la “a” minuscola) si mise in capo di scrivere un libro sulla televisione.

Nell’estate del 2006 l’emittente satellitare NESSUNO TV (canale 890 di Sky e free su Hot Bird 3) diretta da Claudio Caprara, trasmette il programma LE NOTTI PRIMA DEGLI ESAMI. E’ una docufiction quotidiana che racconta e documenta le emozioni, le abitudini, le apprensioni, i desideri e la normalità di cinque studenti che si preparano a sostenere l’esame di maturità.
Il programma, ideato dagli studenti che frequentano i miei corsi alla LINK CAMPUS UNIVERSITY OF MALTA e realizzato dalla LINK TV, la nostra piccola struttura produttiva universitaria, ottiene un notevole successo. Ovviamente si tratta di un programma “di nicchia”, che presto si trasforma in un piccolo fenomeno anche grazie alla collaborazione di www.studenti.it, il sito degli studenti e ai blog dei protagonisti, che diventano teatro di accesi dibattiti.
Settembre 2006. Paolo Bonolis, strappato da MEDIASET alla RAI grazie a un compenso in grado di risanare il bilancio di uno stato africano, debutta con la seconda serie di IL SENSO DELLA VITA, un programma che punta a fornire al pubblico spunti per una profonda riflessione. Insomma, sul senso della vita mica si scherza, anche perché ne abbiamo una sola. All’interno del programma c’è una grande novità, che viene annunciata alla stampa con rullo di tamburi e squilli di trombe: un docureality realizzato da e con la terza H del liceo classico Giulio Cesare di Roma. Il tema? Come alcuni studenti si preparano a sostenere l’esame di maturità. A una prima lettura sembra LE NOTTI PRIMA DEGLI ESAMI. Certo, ci sono delle differenze: la nostra docufiction durava solo due mesi, quelli a ridosso dell’esame mentre il docureality di Bonolis inizia a settembre; i protagonisti del nostro programma erano cinque ragazzi provenienti ciascuno da una diversa scuola mentre il docureality si concentra sui ragazzi di un’unica classe; i realizzatori della nostra docufiction erano i videomaker della LINK TV, mentre gli studenti della Terza H hanno partecipato alle riprese con le proprie handycam. A parte questo, se non è zuppa è pan bagnato. Ma allora, cosa è successo? Qualcuno ha copiato? Se si considera che il programma della LINK CAMPUS è andato in onda su NESSUNO TV nei mesi di giugno e luglio mentre IL SENSO DELLA VITA ha debuttato nella seconda metà di settembre, allora è facile capire chi ha avuto la possibilità di ispirarsi a un programma che è stato trasmesso e di cui i giornali hanno parlato.
“A pensare male si commette peccato ma spesso ci azzecchi”, diceva mi pare Giulio Andreotti. Ebbene, in televisione pensare male non è consentito. O meglio, è consentito a pochi (per esempio alla ENDEMOL, la società di produzione che ha accusato MEDIASET di avere copiato FATTORE C, altro programma di Bonolis, dal format AFFARI TUOI). Ma anche allo stesso Bonolis, che nel mese di aprile del 2007 rilascia al RADIOCORRIERE TV questa intervista a proposito del programma di RAI DUE “VOTANTONIO”, condotto da
"'Vot'Antonio' di Raidue? L'ho registrato io 7 anni fa. L'ho depositato con questo titolo il 3 gennaio 2000. E' un'idea di un reality, un'invenzione elaborata da me e dal mio amico Stefano Magnaghi. Non mi piacciono le guerre dei format e non mi ci butto, a meno di non esserci tirato per i capelli. Voglio solo mettere in rilievo che noi, primi nel mondo, abbiamo depositato idea, format e titolo più di sette anni fa. Per ora nessuna rivendicazione, prima voglio vedere di che si tratta. Potrebbe scapparci un '700' (un provvedimento della magistratura per bloccare il programma) se dovesse rivelarsi troppo simile al nostro progetto".
La immediata replica della Einstein Multimedia Group, società che produce VOT’ANTONIO, si basa sulla distinzione tra format ("schema originale e compiuto di un programma televisivo") e paper format (ancora nella fase di progetto scritto e non di concreta produzione e messa in onda). Questo per dire che quello depositato nel 2000 da Bonolis era un "progetto scritto in busta chiusa, quindi non un format". La Einstein ha invece registrato in esclusiva per l'Italia il format televisivo inglese "Vote X Me". La società fa inoltre presente che al 26 maggio 2005, giorno in cui ha registrato il marchio Vot'Antonio, "evidentemente il titolo era libero e quindi registrabile da chiunque". E la replica si conclude con un'ulteriore precisazione: "Nessuna polemica con Bonolis... fermo restando che nel caso in cui dovesse persistere in una illegittima rivendicazione di diritti inesistenti, Einstein Multimedia Group sarebbe costretta a tutelarsi giudizialmente”.
La battaglia per la paternità di VOT’ANTONIO arriva pochi giorni dopo la chiusura di COLPO DI GENIO, il programma di RAI UNO condotto da Simona Ventura. Anche in questo caso non mancano le accuse: Giancarlo Magalli e Ugo Porcelli sostengono che il programma è un clone de I CERVELLONI, programma condotto anni prima da Paolo Bonolis e poi dallo stesso Magalli. Ma a sua volta I CERVELLONI era una costola di un segmento di PORTOBELLO, l’indimenticabile programma di Enzo Tortora.
Insomma, non c’è speranza! Qualunque idea venga in mente, potete stare certi che da qualche parte c’è un format bello e pronto! Ora, se a contendersi la paternità di un programma sono dei big, poco male: sicuramente troveranno un accomodamento. E se malauguratamente non lo dovessero trovare, certamente non finiranno in miseria per questo.
Ma quando a proporre un nuovo programma è una persona normale, come l’autore di questo libro, allora le cose cambiano: per cominciare, perché il programma di solito non si fa. E perché? La spiegazione che viene data ai comuni mortali è una lapidaria sentenza: LE IDEE SONO NELL’ARIA. In che senso? Nel senso che girano. E allora? E allora, siccome le idee che svolazzano sono ben visibili a una moltitudine di persone, è logico che più mani si protendano verso l’alto e le afferrino. Quindi? Quindi se uno ha un’idea che ritiene originale e se la vede scippare da qualcuno che ha più potere e contatti di lui, non se la deve prendere con il presunto ladro, ma deve comprendere che… le idee sono nell’aria. E ciò che è così leggero da potersi librare nell’etere non può essere tutelabile. Non c’è SIAE che tenga. A meno che non si tratti di FORMAT. Perché i format non sono nell’aria. Sono pesanti, perciò non volano! E dove sono? Nelle mani di alcune società di produzione che decidono che cosa devono vedere i cittadini che vivono nei cinque continenti. Le idee di queste società non sono nell’aria: non svolazzano, perché sono blindate. A volte, come abbiamo visto, si somigliano. Ma anche in questi casi non succede niente.
C’è anche un altro luogo comune che infesta la TV italiana. Quante volte avete letto sui giornali questa frase? “Mancano gli autori”? E “Gli autori non hanno idee”? In questo secondo caso gli autori non mancano. Ma non hanno idee. Ma allora, le idee che sono nell’aria, da dove arrivano?
Ebbene, sappiate che chi fa queste dichiarazioni vi sta prendendo in giro e soprattutto non dice la verità. Perché gli autori ci sono, le idee anche. La verità è che manca la volontà di lasciare lavorare i primi e di ascoltare (o leggere) attentamente le seconde.
E’ molto più comodo accettare la dittatura dei format stranieri, che hanno trasformato gli autori italiani in semplici adattatori di idee altrui, e omologare i palinsesti, in modo tale da rendere i diversi canali… l’uno la fotocopia dell’altro.
Fortunatamente la televisione italiana sta attraversando una fase di transizione e di trasformazione. La dittatura dei format stranieri durerà ancora a lungo, ma ci sono segnali che fanno presagire un possibile cambiamento di rotta: capita, specialmente nei canali satellitari, di vedere, ma solo di tanto in tanto affinché non ci faccia male e non provochi pericolose dipendenze, programmi nuovi e originali, ideati da autori italiani. Non accade molto spesso, ma accade. Talvolta.


II
Dal “gelosino” alla TV passando per pop e jazz

Dove l’autore racconta come, ancora bimbo, diventa autore senza rendersene conto, grazie a un Gelosino.

“Come si fa a iniziare?”
Questa è la domanda che gli aspiranti autori televisivi pongono più spesso. Ed è comprensibile: uno va all’università (DAMS o SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE), studia con passione e impegno, partecipa a stage e master, quando ne ha la possibilità va a studiare all’estero, frequenta i festival, guarda tutte le trasmissioni possibili e immaginabili… sa tutto sul trash televisivo, cita con uguale competenza Arnheim e la Gregoraci, odia Costanzo o ama Costanzo, si informa sulle ultime imprese di Lucio Presta, graffia la porta d’ingresso della ENDEMOL e di MAGNOLIA sperando di essere ammesso nell’ufficio dell’assistente dell’assistente dell’assistente di Bassetti o Gori… ma se non è molto fortunato o ugualmente raccomandato (o se è soltanto bravo, anzi, BRAVISSIMO, perché la semplice bravura non basta a ottenere un posto al sole)… beh, sicuramente non sa a che santo votarsi per cominciare.
Perché leggere libri non è sufficiente. Seguire corsi di “Scrittura creativa” neanche. Iscriversi a “Scienze della Comunicazione” o al DAMS è certamente utile ma non risolutivo e soprattutto non offre la garanzia ai laureati di lavorare veramente in televisione. Lo stesso discorso vale per il cinema e la fiction: ormai le tecniche basilari della sceneggiatura, che docenti di fama mondiale come Robert McKee insegnano da decenni, hanno fatto il giro del mondo e sono diventate patrimonio di tutti i giovani sceneggiatori o aspiranti tali. Fare il primo film o vendere il soggetto di una serie è molto più difficile.
Un metodo utile per acquisire preziose esperienze è quello adottato dalla LINK CAMPUS e da NESSUNO TV: gli studenti di Scienze della Comunicazione della LINK hanno la possibilità di frequentare un laboratorio televisivo dove vengono sviluppati, realizzati e trasmessi dei programmi partendo dalle loro idee originali. Non è poco: per molti rappresenta il primo contatto professionale con il mondo televisivo e permette nel contempo di affrontare il giudizio del pubblico televisivo. E’ il caso della docufiction LE NOTTI PRIMA DEGLI ESAMI, della sitcom CESSO e del “mobile talk show” STREET CAM, di cui parleremo più avanti. Questo metodo permette di acquisire una notevole esperienza e nello stesso tempo “fa curriculum”. Ma non basta per “entrare nel giro”.
Sfondare la porta delle grandi società di produzione o lavorare direttamente per le reti RAI, MEDIASET, La7 o SKY è un passo successivo per il quale non ci sono regole. Iniziare a fare l’autore televisivo SUL SERIO non è come entrare in un’orchestra sinfonica. Non si entra in televisione attraverso un concorso. O meglio, non ci entra chi vuol fare l’autore. La televisione italiana nasce nel 1953 (come l’autore di questo libro). Subito viene bandito un concorso per l'assunzione di centocinquanta giovani laureati. Tra i vincitori ci sono personaggi come Furio Colombo, Umberto Eco, Gianni Vattimo, Mario Carpitella, Enrico Vaime, Fabiano Fabiani, Piero Angela, Adriano De Zan, Emanuele Milano, Angelo Guglielmi, Folco Portinari e Gianfranco Bettetini. Una generazione di funzionari di grande cultura e intelligenza, in grado di aiutare la televisione italiana, all’epoca molto bacchettona, a modernizzarsi.
Ma per gli autori il discorso è diverso: sono liberi professionisti che devono inserirsi in un mercato difficile. L’unica possibilità che hanno per farlo è farsi notare, colpire e interessare in qualche modo chi ha la possibilità di dare loro del lavoro.
E come si fa a colpire chi ha il potere di determinare l’agognato debutto (praticamente si tratta di una persona che ha diritto di vita e di morte sull’aspirante)? Qui la faccenda si complica, perché una regola non c’è. E se non c’è regola, allora ogni autore fa storia a sé. E ogni storia può fornire degli utili suggerimenti. Chi scrive mette a disposizione la propria: sta a chi legge decidere se e come utilizzarla. Si tratta di un percorso che ha una sua logica e un suo perché.
A volte sembra che la vita sia determinata dalla causalità. Gli avvenimenti, presi uno per uno, possono apparire scollegati, privi di un senso. Le scelte, determinate dall’impulso di un momento, da una coincidenza, da un’occasione, da un incontro.
Sicuramente sarà anche così e il caso avrà la sua parte, perchè no. Ma se ci soffermiamo a riflettere e analizziamo le nostre scelte e le nostre esperienze come se fossero la scaletta di una trasmissione o il soggetto di una serie televisiva, allora vedremo che una logica c’è. Ogni azione discende in qualche modo da quella precedente e si lega a quella successiva, che è anch’essa legata alla prima e via via a tutte le altre.
Ma le scalette e i soggetti, quando non sono semplici copie - carbone di altre scalette e altri soggetti (questo è il caso dei format che imperversano in Italia e nel mondo), sono stati scritti da qualcuno. Questo qualcuno è l’autore. In questo caso, io. Io come autore di questo libro e titolare delle esperienze che ho deciso di mettere a disposizione dei lettori interessati a conoscere non LA REGOLA dell’iniziare a fare TV, ma UNA DELLE POSSIBILI MODALITA’. Sicuramente ci sono altri modi di iniziare a lavorare in TV, alcuni certamente più comodi e più funzionali del mio. Ma io dispongo soltanto di questo.
Quando avviene la mia “esperienza formativa primaria”? Non ho dubbi: alla scoperta di un apparecchio, avvenuta verso la metà degli anni ’60, quando ricevo in regalo un “gelosino”. I più giovani, a meno che non si interessino di modernariato, sicuramente ignorano questo splendido marchingegno. Si tratta del primo magnetofono economico. Un registratore vero, con tanto di microfono. Con alcuni tasti colorati: rosso per registrare, verde per ascoltare, mi pare giallo per andare avanti veloce… quando il “gelosino” (così chiamato perché prodotto dalla Geloso pensando proprio ai ragazzi) entra nella mia cameretta, la mia vita cambia e io mi trasformo in sceneggiatore, regista, attore e rumorista. Maneggiando e percuotendo il microfono, soffiandoci contro e facendo ogni sorta di verso a distanza ravvicinata, sono in grado di riprodurre spari, raffiche di mitra, rumori di rissa, terremoti, rombi di tuono, tempeste di vento e mareggiate.
Cambiando voce e pronuncia posso trasformarmi, malgrado abbia solo nove anni, in vecchio, donna, “apache” francese o gangster americano, comico, conduttore di telequiz… posso essere tutto e tutti. Posso essere più personaggi insieme, posso creare drammi e farse e film (o meglio, radiodrammi) d’azione. Posso sottolineare situazioni e stati d’animo con la musica, che registro direttamente con il micorofono dal giradischi. E tutto senza montaggio. Non ci possono essere errori perché non si può “tagliare” niente: si può solo rifare tutto integralmente. D’altronde la televisione (e la radio) all’inizio non erano forse rigorosamente in diretta perché non era possibile pre-registrare le trasmissioni? Le mie, invece, sono delle vere e proprie “differite”.
Poi il gelosino va in cantina, per perdersi nel corso di un trasloco.
Lo sostituisce un altro marchingegno che ai miei occhi ingenui appare ancora più rivoluzionario e sicuramente più utile: il mangiadischi, una scatola rossa, dotata di manico, che ingoia e suona i 45 giri dell’epoca. Perché utile? Perché permette di trasformare qualsiasi casa libera, qualsiasi parco, qualsiasi pullman affittato dalla scuola per una gita in un “dancing” dove si possono ballare i lenti. E’ il tempo di Rita Pavone (“Il ballo del mattone”) e di Bobby Solo (“Una lacrima sul viso”). Non è più il tempo del gelosino, la cui vista e il cui ricordo mi fanno sentire infantile. Molto più interessante inseguire il primo bacio francese rubato durante un lento. Molti anni dopo scoprirò che, tutto sommato, era più utile il gelosino. E se non ci fosse stato il mangiadischi, probabilmente avrei capito prima qual era la mia strada.
Fra il gelosino e il debutto in televisione passano alcuni anni, in cui finisco le elementari, frequento le medie, il liceo e l’università, studio musica, mi trasformo in uno zazzeruto polistrumentista (suono sax alto, tenore, baritono e flauto traverso) e partecipo alla grande stagione del pop progressive italiano con un gruppo torinese chiamato “Procession”. Passo al jazz, incido un altro disco, partecipo al L.P. di Venegoni & Co. “Rumore rosso” (con Ludovico Einaudi e tanti ottimi musicisti), registro un brano di musica contemporanea con Lorenzo Ferrero, faccio concerti… e capisco che devo smettere. Perché? Perché conosco musicisti come Massimo Urbani ed Enrico Rava e questo mi basta per capire che per essere un vero jazzista ci vuole un talento immenso. Un talento che loro hanno e io ritiengo di non possedere. E questa consapevolezza, una volta raggiunta, si rivela molto fastidiosa. Talmente fastidiosa da impedirmi di andare avanti. Perché a questa consapevolezza se ne accompagna un’altra: non mi diverto più e forse non mi sono mai veramente divertito. Ammetterlo è una grande conquista: non appena appendo gli strumenti al chiodo, ecco subito farsi vivo il richiamo della mia antica vocazione, il gelosino… che all’epoca (siamo all’inizio degli anni ’80) assume un nuovo aspetto. In età adulta il magnetofono lascia il posto alla cinepresa e le parodie infantili si trasformano in soggetti.
Ma prima di trasformare una passione abbandonata per alcuni anni in una professione, occorre lasciar decantare l’elemento musicale. Ed è così che per un breve periodo mi dedico alla critica musicale: pubblico un breve saggio dal titolo “Jazz ed Estetica”, grazie al quale faccio una serie di conferenze nei vari jazz club italiani, scrivo alcune recensioni per STAMPA SERA e MUSICA JAZZ, aiuto il critico Franco Mondini (ex-batterista di Chet Baker) a scrivere le voci sulla musica afroamericana per l’enciclopedia UTET. Scrivo per CITTA’, il nuovo giornale torinese “di sinistra” (contrapposto che ambiziosamente si pone l’obiettivo di contrapporsi a quella che molti miei concittadini chiamano “la busiarda”, cioè LA STAMPA). CITTA’ parte con l’intenzione di essere un quotidiano, ma non ce la fa: che diventa un settimanale e vive solo due anni.
Non c’è niente da fare: ho maturato la consapevolezza assoluta di voler vivere scrivendo, ma la scrittura che mi interessa e soprattutto mi diverte non è quella. Non voglio fare il critico. Non voglio scrivere commentando quello che fanno artisti e creativi. A maggior ragione, per me non ha alcun senso recensire concerti e dischi. La musica amavo farla più che ascoltarla. Adesso che non la faccio più, mi è passata la voglia di ascoltarla. Ma come scrivere in modo creativo? E soprattutto, COSA e DOVE? La risposta arriva spontanea: ma certo, romanzi e racconti! E che altro? Recupero una macchina da scrivere elettrica, una IBM di colore rosa.
E’ bellissima e soprattutto comodissima. Inizio a scrivere un romanzo. Con il senno di poi posso dire che contiene tutta la retorica della generazione post-sessantottina. Una retorica che troverò in tanti (insopportabili) film, i cui protagonisti, tutti alter-ego dei registi – autori, si suicidano. E se non lo fanno, muoiono di overdose. Quelli più attaccati alla vita che non sono tossicodipendenti bevono molto e comunque si intuisce che sono destinati a non sopravvivere ai titoli di coda. Lascio perdere.
La mia prima esperienza adulta con la scrittura creativa è rappresentata da alcuni racconti brevi (“Racconti rock”). So cosa pensate: probabilmente parla (o meglio, scrive) bene e razzola male: sicuramente anche lui è affetto da autobiografismo acuto. Non avete tutti i torti: anche i miei racconti traggono ispirazione da episodi reali. Ma la retorica non c’è. Si parla di un gruppo di musicisti torinesi (e questo è l’elemento autobiografico), ma nessuno di loro soffre più di tanto. Soprattutto, nessuno possiede i tratti caratteristici del maledettismo, malattia senile del sessantottismo. Sono però personaggi sgradevoli.
Il protagonista (il mio alter-ego) è acido perché è consapevole di essere uno sfigato ma non lo vuole ammettere. Non solo: soffre anche di invidia per quelli che hanno più successo con le donne. La sfiga e l’invidia non hanno nulla di nobile e soprattutto non portano al suicidio, ma solo alla maldicenza, all’intolleranza e a violenti scatti d’ira.
Due di questi “racconti rock” vengono pubblicati da CITTA’.
Se ve ne propongo uno, c’è una ragione: rappresenta l’inizio di una carriera che si svolge tutta nell’ambito della scrittura. Come esordio, ha molti difetti, ma è indicativo di una scelta espressiva che si evolverà nei successivi venticinque anni attraverso infinite variazioni e applicazioni.

RITA (racconto rock)
Volgari.
Rumorosi.
Approssimativi.
Dilettanteschi.
Spesso squadrati (vanno fuori tempo).
Violenti.
Ambiziosi.
Sempre arrapati,poi alla resa dei conti assolutamente impotenti.
I batteristi.
Non tutti,ma quasi.
Fatta questa necessaria precisazione,entro in medias res,e comincio con l'invettiva del Santarita,che agita le mazze minacciose dietro la mole della sua Ludwig (la cassa) integrata con pezzi di Hollywood (rullante),Meazzi (piatti,i Paiste e gli Zildjan costano troppo) e Amat (il tom).

"Rifallo.Rifallo giusto.".
Santarita mi urla queste parole sulla faccia,strizzando gli occhietti che già sono delle fessure suine in un'espressione di insana ferocia,mentre io non mi scompongo e lo lascio sfogare a scanso di equivoci.
"Hai capito?Ti ho detto di rifarlo!Prendi quel cazzo di pipa e soffia,se ti è rimasto abbastanza fiato viste tutte le seghe che ti fai!"
Mi volto verso il Bellardo,cercando solidarietà e aiuto dietro il suo basso Rickenbacker che non vale niente (chissà perché non ha preso il Fender Precision),ma mi scontro con il solito,gommoso muro di indifferenza.
Bellardo ha paura,innanzitutto perchè il Santarita ‚ grosso -ma pi— che altro ‚ lardo,mollissimo lardo biancastro tremolante- e poi perché scambia il volume della voce per carisma,che il Rita manco sa cos'è.
Guardo Del Bove,ma ‚ peggio ancora,e mi sale un'incazzatura sorda,la stessa che mi viene tutte le volte che capita qualcosa di assolutamente privo di senso,e tutti dovrebbero arrendersi all'evidenza e capirlo e dire,che so,"Rita,smettila,lascia stare,ha ragione Giosué,tu sei un po' squadrato,ma solo un po',per carità,ed è meglio che non ti metti a concionare di ritmi e di tempo...",ma questa ‚ una pia illusione e infatti nessuno parla tutti stanno zitti e mi lasciano solo a lottare contro l'ingiustizia.
Del Bove,dunque,si taglia le unghie lunghe mezzo metro,col bordo nero che sembra quello degli alluci del Rita,e le posa lentamente sull'Hammond,io vedo la scena e vengo preso da una nausea terribile mentre i primi borborigmi mi avvertono dell'imminente arrivo di una crisi di colite con scariche diarroiche.Meno male che alla Tresca c'è un bel cesso,se riesco ad arrivarci.
Si taglia le unghie,neanche guarda la scena,lui non c'è, è da un'altra parte,nel mondo fatato dei Leslie che danno all'Hammond quel bel vibrato che ha solo Emerson (lasciamo stare Brian Auger che ‚ il migliore ma loro non lo capiscono perché è troppo "jazz"),non sente il tono insolente del Santarita che è tutto un crescendo di invettive incivili che io non raccolgo.
Continua a tagliarsi le unghie e osserva le sue lunghe e scheletriche dita di pianista frustrato che si dà all'avanguardia ma farebbe meglio a ripassarsi il Beyer.
Poi si accarezza i lunghi capelli biondi,che sembrano quelli di Rick Wakeman degli "Yes",che poi biondi non sono:c'hanno la radicetta nera e pure un po' arricciata che fa capire che li ossigena e li stira.
Insomma,col Rita (lo chiamo così e lui s'incazza come una bestia,poi lo chiamo il Santa,il Ritadacascia,Lovely Rita ecc.,ce n'‚ un'infinità… ma adesso le ultime non mi vengono) proprio non va,eppure una volta era il mio idolo.Quattro anni prima,quando lo andavo a sentire coi "Flash" alle gare del "Faro",mi pareva un mostro di bravura.
Il lardoso ha due anni più di me (è pure ripetente) e non gli è stato difficile approfittare di me,della mia innocenza musicale,voglio dire,non altro,che solo pensare al Rita stantuffante mi sento male perché mi fa un senso terribile.
Allora mi sembrava il Ginger Baker dei "Cream",stesse rullate,che però era decisamente più bello,mentre fisicamente il Rita assomigliava tutto al Buddy Miles,quel negro ciccione del disco del grande Jimy:stessi baffi alla mongola,stessi occhi suini affogati nella ciccia di zigomi e guance,stessa trippa straripante.Solo,il Rita è un uomo bianco.A quanto dice
E adesso eccolo lì che insiste nella sua assurda pretesa di farmi ripetere il tema della "Suite",immondo parto della creatività malata e infantile del Del Bove,e di rifarlo giusto,per giunta,perché si permette di dire con boria inaudita che se non è venuto fino ad ora è colpa mia che non sono entrato al momento giusto,mentre io posso assicurare che la colpa è tutta sua,perché anziché sentire il tempo (è un semplice 6/8) si eccita come un grosso bambino deforme mentre agita le immani mazze sulle pelli per fare atmosfera mentre già le spazzole nelle sue mani sarebbero un'arma impropria,e romba e tuona l'introduzione che sembra l'eruzione di un vulcano o Pearl Harbour,o meglio "I berretti verdi" con John Wayne che va pure meglio perché Wayne è rincoglionito e radioattivo e prossimo al decesso.
Dopo mezz'ora di discussione lui non molla,e dire che gliel'ho dimostrato solfeggiandogli il tema come se fosse il Pozzoli,ma lui niente,non riesce ad accettare che io non c'entro e chi si è perso negli infiniti labirinti delle misure o battute che come ho detto sono in sei ottavi (le mie,le sue non so,potrebbero essere cinque quarti o sette ottavi o due mezzi...) ,e insiste e insiste nel sostenere che nel mare delle rullate lui ci naviga benissimo e non affoga affatto come dico io,e se provo a insistere allora vuol dire che lo voglio provocare perché significa che è squadrato,il che è come dire che ‚ meglio che cambi attività perché tutto può fare uno che è squadrato (il tranviere lo psichiatra il lenone il prete il ladro) tranne che il batterista che è la colonna del tempo.Anzi.E' un orologio.
Provo la tattica del silenzio ma è peggio ancora,perché il Rita è permaloso e non perdona l'indifferenza:se non rispondo alle sue domande -‚ il senso dello sproloquio in cui si inoltra- che poi domande non sono perché delle domande hanno soltanto il punto interrogativo e per il resto mi sembra Torquemada,se non rispondo insomma allora vuol dire che sono uno stronzo,e tra l'altro lo guardo di sottecchi (dice lui,perché invece io lo guardo negli occhi con tutto il mio disprezzo),che ogni mio sguardo ‚ accompagnato da un sorriso ironico che lo manda in bestia,anzi,non sa com'è che non mi è ancora volato addosso,che poi è inutile che io cerchi aiuto nel Bellardo o nel Del Bove che tanto non mi filano.Sfido:col Del Bove c'è tutta una storia di mutua solidarietà perché è di Reggio Calabria mentre lui è di Posillipo (questo naturalmente non si dice ma è implicito nel rapporto di gruppo e io non posso smascherarli).
Mentre sto zitto e subisco la violenza penso che è un peccato,che in fondo quando ci siamo conosciuti e abbiamo deciso di suonare insieme siamo pure usciti a quattro,cosa che non ho mai voluto fare con nessuno perché mi sembra cosa truce e piccolo-borghese,ci mancherebbe altro,non sono mica come lui che nel '68 invece di andare ai cortei faceva le feste da rimorchio in casa sua con le coperte anti-madre sulla porta a vetri per fare oscuramento (lui) e pomiciare (gli altri),e lui non combinava niente,salvo qualche volta col gioco della coperta al buio che nascondeva il suo aspetto da eunuco arabo mentre in realtà era un fauno sempre in assetto da battaglia.
Uscivamo in quattro,dunque,io e la Dada e lui che allora stava con quella maialina della Lilli.Io e la Dada eravamo una coppia non male,almeno presentabile,mentre tanto per dire la Lilli era un'oca,a parte il fatto che non ho mai capito come potesse attizzarlo al Rita con quella carne femminile bianca e molliccia come la sua,ma il peggio era la faccia che sembrava una grattugia tanti erano i brufolacci e i crateri,sembrava la Morte Rossa dell'Edgar Allan buonanima,ciononostante lui le stava sempre addosso,e siccome nessuno ancora aveva soffitte o case libere,il sabato si finiva nella sua cinquecento aragosta a pomiciare tutti e quattro insieme (ma a due a due,naturalmente!),e la Dada e io ci dovevamo sorbire i tranfiamenti e gli sbavamenti di quella coppia infernale.
Una volta io e Dada ci toccavamo con voluttà nei punti giusti senza scomporci o perdere il nostro aplomb,sotto un impermeabile così non si vedeva niente né si sentivano fruscii,sciacquii o rumori di risacca,quando sentiamo un infame gorgoglio che fa pensare a un cesso intasato o a uno sciacquone che non riesce a funzionare.
Naturalmente io e la Dada,approfittando della posizione avvantaggiata (stiamo dietro) bariamo e contrariamente alle regole auree del doppio pomiciamento allunghiamo l'occhio.E qui ti vedo il Rita che l'ha tirato fuori (è corto e tozzo come una lumaca) e ci spinge contro la testa della Lilli,la quale non è per niente d'accordo perché al massimo le piace scopare ma neanche poi tanto,e gli dice ti prego mi fa schifo lo sai che non mi piace questo no,ma lui testardo continua a spingere e la costringe a continuare e lei mugola e si strozza,ed è tutto un gargarismo e un lamento e lui allora esce indignato con un'esclamazione che mi lascia di stucco cos' che scoppio in una risata liberatoria e lui ha la prova che lo spio:"Più sentimento,Lilli, mettici più sentimentoooooo.." e urlando conclude perché lei,alla fine,spossata,deve avercelo messo il sentimento mancante che però ha fatto da emetico e le è venuta una gran voglia di vomitare e così ha fatto, ha rovesciato pizza e gelato predigeriti e lui l'ha preso come un affronto personale,soprattutto perché io e la Dada,indiscreti,abbiamo riso come pazzi.
Uno che sa che ho visto tutto questo non può fare scenate.Non può non ricordare di quando l'ho visto prendersi il ceffone dalla Daniela dalle grandi tette,o quando siamo andati tutti alla festa del fichetto poi ci siamo stufati e siamo finiti sul pianerottolo a farci una pipa di afgano con la Dada incazzata perché non è da comunisti ma da fricchettoni.Anche lì voleva più sentimento,il Rita,tanto che ha avuto il coraggio di sbottonarsi davanti a noi tutti,a me,alla Dada,al Bellardo con la Tonci e ad altri smandrapponi di passaggio,e intanto accendeva la pipa e fumava tossendo come un matto perché oltre all'afgano c'erano le Gitanes che erano le uniche sigarette disponibili,e naturalmente c'era la Lilli,muta nella solita posizione - faccia disgustata con ondeggiamento verticale.Sembrava Dioniso stesso,il Rita trionfante,e pensandoci adesso ci dovrebbe avere del pudore,ma tra rockettari si vede che non s'usa.
Infatti senza pudore continua la sua paternale:
"Adesso faccio quattro battute di introduzione e tu fai il tema...onetwothree,onetwothree..." e subito comincia a spignattare e a me mi dà un fastidio cane perché adesso ho le orecchie ripulite dal Miles di "Live Evil" e non sopporto più il caos sonoro soprattutto se a produrlo ‚ un batterista,che già di per sé non ha altro scopo nella vita che aumentare il caos dell'universo.
Il frastuono del Rita è giunto al massimo,adesso tocca a me,voglio proprio godermi la scena,lo guardo con il ghigno delle grandi occasioni,lui rulla e mentre rulla mi guarda,adesso tocca a me,lo aspetto al varco,e infatti mi dà l'attacco fuori tempo,sul secondo levare,e io lo frego,non suono e lo guardo col sogghigno.
Spero che adesso sia chiaro a tutto che il Rita ‚ squadrato,e se non mi dà gli attacchi giusti è un problema suo,io il tema non lo faccio di certo,si aggiusti con il battere e il levare.
Immagino che i due sgherri ora abbiano ben chiaro il quadro della situazione.Errore.Il Bellardo e il Del Bove sono altrove,persi in qualche misterioso mondo lunare dove non arrivano gli immondi controtempi del bestione.
Il Rita,vedendomi solo,e non capendo l'errore,trionfa e insiste:
"Ma sei proprio una merda.Che ti sei messo in testa?Di fare il sassofonista?Ma studia solfeggio,se non riesci neanche a entrare dopo un'introduzione chiara come questa.O forse non sai le parti?Non le sai perché di pomeriggio,invece di studiare,vai a strofinarti con quella sciacquettina?"
A parte che ‚ grottesco che lo scomposto pentolaro possa anche solo pensare che io,che ho fatto sei anni di clarinetto e pianoforte complementare,ho studiato il sax sull'Andy Mc Ghee e i "minus one" di Charlie Parker,e so quasi a memoria il concerto per sax alto in mi bemolle di Glazunov,che quando sono in vena sembro Vincent Abado,possa avere un qualche vago problema tecnico,a parte questo,dicevo,il Rita ha detto quello che non doveva dire della Fulvietta che,adesso che non ho più Dada, è la pupilla dei miei occhi,e in questi giorni le sto dietro più del solito perché da un mese ha un ritardo e io me la sto facendo sotto dalla paranoia.
Ma tutto questo Rita non lo sa.
E prosegue:
"Oltretutto mi metti a disagio,davanti a quel sorriso strafottente non riesco più a muovermi e a suonare.Tu lo fai apposta:mi vuoi genare,e stai genando mi permetto di dirlo pure Bellardo e Del Bove.Ma chissà poi che cosa avrai da ridere..."
Guardo i due ascari e vedo che non smentiscono.Adesso è finalmente tutto chiaro: si tratta di un complotto.Hanno venduto l'anima al Rita.
L’affronto è troppo grande:sono isolato,il Bruto partenopeo,il camorrista del rullante,il capocosca del tom-tom dev'essere metaforicamente evirato,adesso,davanti alle sue truppe.
Cerco disperatamente una frase che lo colpisca a morte.Passo in rassegna tutto il mio repertorio ma in mente ho il vuoto:un'offesa sulla sua scarsa professionalità sarebbe smentita dagli sgherri che mentirebbero per paura,un ricordo sessuale peggio che mai,non sarebbe cosa di buon gusto e i vermi insorgerebbero.
Resta solo l'attacco diretto condito da un pizzico di revanscismo subalpino. Mi torna in mente il Bersezio del "Monsu travet",nobile esempio di cultura aristocratica,che un Santarita qualsiasi mai potrà capire.E' la strada giusta.
Penso a un "Bollera!" che a Borgo San Paolo stigmatizza icasticamente la provenienza regionale,ma è più diretto perché ha delle connotazioni sue particolari,ma il Rita resterebbe a bocca aperta senza capire.Potrei recuperare qualche epiteto dai ricordi infantili,di quando andavamo tutti a cena e nonno Pino raccontava le storie:in questo caso "Panbianc",o "Badola",per non parlare di "Fafiuché" potrebbero andar bene.Ma è inutile sperare di colpire il Rita con le sottigliezze:occorre qualcosa di diretto, chiaro,comprensibile e incontrovertibile,se c'è.
Finalmente la frase mi esce da sola,come se fossi posseduto dall'anima beata di Don Bosco:"Fate 'n prus,purcas!",dove c'‚ anche una raffinata sostituzione del più corretto ma ermetico "crinas" con un sostantivo più esplicito,una contaminatio vernacolare che neanche all'Arbasino poteva venire,e così l'hanno capita in pieno tutti,innanzitutto il sabaudo Bellardo e poi anche il Rita e il Del Bove che sono del Mezzogiorno assolato.
Ho colpito.
Il suino grugnisce,si alza di scatto brandendo la mazza e spalanca le fauci per gridarmi qualcosa di offensivo,gli esce un "T'ammazzo..." ma la O gli muore in gola come già quella del "Più sentimento!" nel vecchio orgasmo emetico.La situazione si fa sempre più calda:Rita si lancia sul bersaglio,che poi sarei io,col Selmer appeso al collo e tutti i cavi che mi collegano al "maestro Gibson" che cos' rischio pure una scossa,ma infila il piede nel pedale del charleston e fa un volo tremendo,travolgendo cassa,rullante,tom e piatti.
L'urlo già morto in gola si fa mostruoso mugolio,lamento patetico e infantile,vagito di enorme bambino deforme,guaito degno di un compendio di teratologia.
Ho vinto:Bellardo e Del Bove,paonazzi,ridono senza voce per non tradirsi,ma non possono impedirsi qualche risucchio rivelatorio.
Però se il Rita,che giace in terra,si alza sono finito.Se invece resta a terra è il mio tripudio.
Il grasso corpo morto continua a mugolare mentre noi tre piangiamo non certo di solidarietà. Poi i due servi di scena cominciano a spaventarsi,temendo la futura guarigione del loro padrone,che non molla,adesso piange,si deve essere almeno rotto un dito (l'alluce con l'unghia nera,probabilmente).Ed è il piede del charleston,assolutamente indispensabile.Una carriera spezzata.
Mentre gli sgherri iniziano a titubare,la mia creatività maligna esplode e allora mi scateno col folclore,sferro il colpo di grazia:
"Mio nonno diceva sempre:trot d'asu a dura poc!"
E' finito.
Ora i due mercenari,guardandomi duramente come se fossi un criminale,lo soccorrono,gli fanno aria,lo sollevano,addolorati come due prefiche.Quasi mi commuoverei,se non fosse che sto assaporando il caldo piacere del successo.
"Vogliamo farla tutta una volta?" ,mi scopro a dire.
I due infermieri interrompono le attività umanitarie,lasciano la Mezzaluna Rossa e come automi prendono gli strumenti e suonano,suonano tutta la Suite senza batteria,venendomi dietro come automi,e la Suite viene giusta come non è venuta mai,mentre l'unica nota dissonante è l'inarrestabile urlo del Rita mezzo tono sopra.
Dio,quanto ‚ bello fare del male a chi se l'è cercata.
E che bella vittoria.Ma solo un'invalidità permanente del Rita potrebbe renderla duratura.Perché se lui guarisce,io sono finito.

III
C’è sempre una prima volta.
Dove l’autore cerca disperatamente l’occasione che gli permetta di provare a fare… l’autore e finalmente l’occasione si presenta.

Esperienze infantili con un magnetofono. Racconti scritti con l’irruenza istintiva dell’autodidatta. Che rapporto possono avere esperienze come queste con un debutto nella televisione generalista? Vi ricordo che siamo negli anni ’80: il Cinema e la Televisione non sono ancora diventati fenomeni di massa. O meglio, lo sono ma sotto il profilo della fruizione: non tutti quelli che vanno al cinema o guardano la TV hanno deciso di fare i registi cinematografici o gli autori televisivi. Questo cambiamento avverrà qualche anno dopo. Se mai, negli anni ‘80 è ancora il giornalismo la professione che attira le masse di studenti di Lettere e di Filosofia.
Attualmente sono un giovane infarcito di nozioni teoriche apprese all’università (da docenti come Gianni Vattimo, Gianni Rondolino, Gian Paolo Caprettini e Gigi Livio) ma non ho alcuna esperienza professionale né nel cinema né nella televisione. Per vivere insegno in una scuola media di periferia e per arrotondare anche in un liceo privato. Torno a casa e mi metto a scrivere progetti e documentari. Spesso non vado a dormire, faccio l’alba sulla macchina da scrivere (il computer non ha ancora preso piede), poi vado a scuola. Non ne posso più. Se vado avanti così, prima o poi dovrò arrendermi.
Faccio una promessa a me stesso: non appena riuscirò a realizzare un programma per la RAI, farò il salto nel buio e abbandonerò l’insegnamento. Il salto nel buio è importante, anche psicologicamente: chi per vivere fa un altro lavoro, difficilmente sarà un vero autore televisivo. Attenzione: non ho detto che non farà mai un bel programma, ma che non sarà un vero autore. Perché quella dell’autore televisivo è una professione esclusiva. Questa regola vale per le persone normali, per quelli, cioè, che con tanto lavoro e dopo tante delusioni riescono a diventare dei validi ARTIGIANI o, se siete dei puristi e ancora pensate di essere destinati a scrivere il vostro nome nel libro della storia della TV, dei MESTIERANTI.
Per arrivare alla RAI, però, avere delle idee non basta: occorre avere fatto qualcosa. E io non ho ancora fatto niente. Fino al giorno in cui decido di confidarmi con un insegnante di inglese che lavora nella mia stessa scuola. Roberto ha un passato teatrale: da ragazzo ha frequentato la compagnia di Lindsay Kemp. Cominciamo a progettare un cortometraggio sperimentale da presentare al Festival di Montecatini. Lavoriamo tutte le notti. Poi a Roberto viene un’idea: un suo vecchio amico ha fondato un centro studi che sta organizzando un convegno sul rapporto tra economia e aree urbane europee. Forse gli si potrebbe proporre un video introduttivo… incredibile ma vero: l’amico, dimostrandosi lungimirante, accoglie con entusiasmo l’idea. L’era del videotape è appena all’inizio: ancora pochissimi anni e manderà in pensione per esempio l’intera industria del cinema pornografico, determinando la chiusura di migliaia di cinema: i film saranno sostituiti dalle cassette VHS, comode da guardare a domicilio.
E i documentari? Di solito vengono girati in pellicola e sono molto costosi. Girati in videotape semiprofessionale (cioè in formato ¾ U-MATIC) costano molto meno. Già… ma mica si possono mostrare su un televisore a mille persone sedute nella platea di un teatro. Ebbene, da non molto sono arrivati i VIDEOPROIETTORI.
E’ fatta! Il centro studi pagherà le spese di realizzazione e il noleggio del videoproiettore, noi lavoreremo gratis. Ma dove trovare telecamera, troupe e saletta di montaggio? Chiediamo in giro e arriviamo alla EUPHON, una vecchia società specializzata nel noleggio di apparecchi di amplificazione e megafoni. Il giovane figlio del proprietario, Giancarlo Rocchietti, ha appena comprato le attrezzature per girare e montare in U-MATIC. Non ricordo chi fa le riprese. Ma il montaggio lo cura lui personalmente. Inesperti come siamo, lavoriamo fino alle cinque del mattino per dare un senso al materiale che abbiamo girato.
La sera il nostro video viene proiettato. Io sudo freddo. Poi, gli applausi. L’abbiamo scampata!
Anni dopo, la EUPHON diventerà un colosso del settore, quotato in borsa. E Giancarlo Rocchietti, il amministratore delegato, un imprenditore di grande successo. Chissà se ricorda ancora la notte in cui, accanto a me, ha fatto il primo montaggio della sua vita.
Al primo video ne segue un secondo. Ma per me ancora non vale come patente. Per questo, come ho detto, occorre un evento preciso: un contratto con la RAI. Anche piccolo, anche simbolico. Mi basta poter vedere la mia firma su un programma della RAI TV!
A proposito, all’inizio del ventunesimo secolo Maurizio Costanzo, per presentare al volgo e all’inclita la SCUOLA PER AUTORI da lui fondata, pubblica una rivista patinata con le foto e i curriculum dei suoi allievi. Nella rivista, Costanzo descrive una situazione televisiva molto allarmante, in cui (cito a memoria) “… conduttori senza patente vengono guidati da autori senza patente!”. Cosa si evince dalle dichiarazioni di Costanzo? Che la televisione la fanno soprattutto gli inetti. Che presto verranno sostituiti da nuovi autori PATENTATI. Che altri non sono se non i già citati “autorini”. Il discorso della patente, di chi ce l’ha, di chi non ce l’ha e di chi meriterebbe di esserne privato, è ancora aperto.
Per esempio, a formire una sorta di patente per la fiction sono gli ottimi corsi di sceneggiatura della RAI, quelli curati da Dino Audino, uno dei più qualificati editori di manuali dedicati alla sceneggiatura e ai linguaggi della televisione. Chi esce da questi corsi, che prudentemente sono a numero chiuso, ha fondate speranze di iniziare a lavorare nella fiction della RAI. Ma si tratta di corsi a numero chiuso, appunto, quindi l’occasione vale per pochi.
Io sogno solo la RAI. Ci penso continuamente. Anche perché la RAI, in questo periodo, offre delle occasioni: è l’epoca delle sedi regionali. Ogni regione realizza e trasmette, oltre al TG, alcune trasmissioni che parlano delle realtà locali. La RAI del Piemonte si distingue per l’apertura che mostra verso i giovani. Alcuni registi utilizzano lo spazio destinato agli R.R. (rubriche regionali) per fare della sperimentazione. In sostanza, invece di fare dei semplici servizi sulla festa del tartufo o sull’elezione della “Giacometta” nel quadro del carnevale mascherato, girano dei veri e propri telefilm parlando di folclore e realtà locali in modo però che… nessuno se ne accorga e che invece venga fuori il loro talento.
C’è riuscito Corrado Franco, che con la scusa di parlare dei tassisti torinesi gira un vero e proprio giallo. C’è riuscito Alberto Signetto, con una puntata sul concerto dei Rolling Stones al palazzetto dello Sport di Torino la notte dei Mondiali del 1982 e con una sui torinesi “Righeira” (“Vamos a la playa”). Io non ci sono ancora riuscito. Non ne posso più: finché non metto piede nella storica sede RAI di via Verdi non posso lasciare la scuola. Nel frattempo, cosa faccio per mettermi in luce?
Mi soccorre la nascita di un’associazione.
A Torino nasce l’ACT (Associazione Cineasti Torinesi): ne fanno parte una decina di giovani registi. Condizione necessaria per aderire è avere fatto almeno un lavoro per la RAI o avere realizzato un film distribuito nelle sale o presentato ai festival. Nell’ACT ci sono due anime: quella del cinema del reale e quella della finzione e del “cinema di genere”.
Il cinema del reale è rappresentato da Daniele Segre, che con la sua società di produzione “I cammelli” ha realizzato film come “Il potere deve essere bianconero“ (sugli ultrà della Juventus) e “Vite di ballatoio” (sui travestiti torinesi, che ancora non sono stati sostituiti dai viados sudamericani) e da Alberto Chiantaretto e Daniele Pianciola, autori di “Venerdì sera, lunedì mattina” che lavoreranno anche con il grande documentarista Jean Rouch. Tra i “visionari” c’è Paolo Ricagno, autore di un surreale film di fantascienza (“Pirata”), mentre Corrado Franco si cimenta con il poliziesco (qualche anno dopo scritturerà Rudiger Vogler, attore – feticcio del primo Wim Wenders, per il giallo “Corsa in discesa”. Alberto Signetto, invece, da sempre convinto che un vero regista deve morire all’età di Fassbinder, sopravvive al fatidico trentaseiesimo compleanno e continua a essere tra noi.
I miei modesti documentari – e l’amicizia con Signetto - sono sufficienti a farmi entrare nell’ACT. Anzi, di più: a fondarla, insieme agli altri autori, all’epoca decisamente più esperti. L’ACT nasce… a casa mia. Signetto è il presidente, io il segretario. Occuparmi di un’associazione non è ovviamente un punto d’arrivo, ma di partenza.
Siamo all’inizio degli anni ’80: tutti sogniamo di ottenere l’articolo 28 (il finanziamento ministeriale che spesso viene elargito anche agli autori di progetti demenziali, orrendi o invisibili; anni dopo ci sarà uno scandalo e l’articolo 28 si trasformerà… su questo varrebbe la pena di scrivere non un capitolo, ma un altro libro) ma siamo disposti a ripiegare sul cortometraggio. Oggi, con il digitale, realizzare un “corto” è, almeno sotto il profilo tecnico, piuttosto economico. Negli anni ’80 si gira in pellicola: 16 mm oppure super 8 “gonfiato”. Propongo a due amici, un regista teatrale (Alberto Negro, ex-Gran Serraglio) e un operatore (Marco Di Castri) una mia idea.
Gli sventurati rispondono affermativamente… nasce un corto che riesco solo a definire “bizzarro” che viene girato in 16 mm (invertibile) con una vecchia Arriflex. Dite quello che volete: è comunque cinema. C’è il ciak, il fruscio della pellicola, il Nagra. E ci sono il mio soggetto e la mia sceneggiatura. Come sono? Con il senno di poi direi che sono un po’ “cerebrali”. Questo spesso è il difetto degli autori alle prime armi, che non hanno ancora capito che la realtà è piena di stimoli e di poesia. Il film si intitola “Rosae”. E’ una vicenda esoterica (un consiglio: evitate l’esoterismo, a meno che non abbiate dietro una produzione hollywoodiana che vi propone di girare “Il codice Da Vinci” o “Harry Potter”). Io invece ci cado in pieno e fondo tre testi che hanno la rosa nel titolo: “La rosa di Paracelo” di Jorge Luis Borges, “Rosa alchemica”, di W. B. Yeats e “Il miracolo della rosa” di Jean Genet.
I protagonisti sono un musicista elettronico, un personaggio a metà fra Brian Eno e Paracelso, e un giovane “apprendista” che va a trovarlo nel suo studio torinese (sempre casa mia) chiedendogli di compiere un miracolo con la gforza della sua musica.
Che dire? Ci vuole coraggio per affrontare, con scarsa tecnica e ancora più scarsa esperienza, la prosa di un gigante come Borges. Ci vuole ancora più coraggio per appropriarsene arbitrariamente e fonderla con brani di Yeats e di Genet. Farne un film (sia pure di breve durata), poi, richiede un’audacia senza limiti. Eppure anche “Rosae” ha la sua parte nella mia storia. Perché in “Rosae” io torno a occuparmi della mia prima passione, la musica. Il corto si apre con il protagonista, l’attore Prospero Richelmy, intento a meditare sulla morte di Thelonious Monk. Perché il mio Paracelso, come ho detto, è un musicista e non può non amare il grande Thelonious. Come lo amo io, che ho vissuto una parte della mia vita nel mondo del jazz. Nella stessa scuola in cui ho conosciuto Roberto, c’è un insegnante. Si chiama Roberto anche lui e ha una piccola casa editrice. Non so cosa lo spinge a dirmi: “Perché non scrivi un libro, così te lo pubblico?”. Con il senno di poi, mi sembra una follia assoluta. Infatti lo è. Ma mi permette di dare alle stampe un piccolo saggio (ricavato dalla mia tesi di laurea) dal titolo “Jazz ed Estetica”. Che c’entra con la RAI? C’entra. Perché un’amica, che collabora con il centro studi che mi ha commissionato i documentari, mi propone di organizzare la presentazione del libro. Come relatore suggerisce il direttore della sede regionale della RAI del Piemonte, Emilio Pozzi (giornalista e uomo di teatro, attualmente docente di Storia del teatro all’Università di Urbino). Pozzi presenta gentilmente il mio libro. Qualche giorno dopo mi faccio coraggio e vado a trovarlo nel suo ufficio. Qui gli chiedo a bruciapelo se può aiutarmi a realizzare il primo programma per la RAI. Pozzi mi accontenta e mi invia da Cesare Dapino, il direttore del Centro di Produzione, l’uomo che decide i contenuti delle R.R. Il programma è un’inchiesta in due puntate sul teatro a Torino. E così per la prima volta nella vita dirigo una troupe RAI. Una vera troupe, con operatore, assistente e fonico. Giriamo in pellicola. Dopo le riprese, passo alla moviola. Mi sembra un sogno: sono un autore e un regista. Dico a voce alta “Motore, ciak, azione” come Fellini, Monicelli, Risi, Visconti, De Sica, Scola… ce l’ho fatta. Almeno, così credo. Anch’io, come gli altri aspiranti autori di cinema, cerco di fare un piccolo telefilm. La protagonista femminile, che nella vita è la mia ragazza, interpreta il ruolo della giornalista che conduce un’inchiesta sul teatro a Torino. Lo so, non è molto originale. Ma venticinque anni fa una cosa del genere si poteva ancora fare. Neanche l’epilogo è originale: le riprese e il mio rapporto d’amore finiscono insieme. Cose che capitano. Comunque, se potete, evitate di lavorare con le fidanzate.
Ricapitolando, in un periodo relativamente breve sono riuscito a entrare nel mondo dei giovani cineasti grazie al primo documentario, quindi ho fatto la prima trasmissione per la RAI e ho potuto fare il SALTO NEL BUIO, lasciando il lavoro. Patente, consacrazione, salto nel buio: queste sono le tre fasi che mi hanno permesso di fare l’autore fino a oggi. Quali elementi mi hanno permesso di arrivarci? Gli AMICI (due colleghi di scuola), la MUSICA (per “Jazz ed Estetica” e per la storia del musicista/alchimista in “Rosae”) e soprattutto una buona dose di faccia tosta, che mi ha permesso di propormi e presentarmi come un documentarista prima, come un autore e un regista poi. Si può ricavare una regola da questi avvenimenti? Forse sì. E’ questa: se non avete parentele illustri, se non avete frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia o i corsi di sceneggiatura della Rai e se non siete autorini provenienti dalla scuola di Costanzo, non vi resta che METTERE IN CAMPO TUTTO QUELLO CHE AVETE. Tutto, ma proprio tutto. Perché tutto può servire. Avete praticato uno sport? Forse potreste ricavarne un documentario o un corto. Avete conosciuto un personaggio particolare? Prendete la vostra telecamera e fatelo parlare fino allo sfinimento. Ne ricaverete un ritratto affascinante, che potrete proporre ai festival. Ma soprattutto, coltivate le amicizie. Non con quelli che ritenete siano i potenti. Andare alle feste non serve a niente, a meno che non siate i padroni di casa o i loro amici intimi: sul momento potrà anche succedere che qualcuno che conta vi trovi interessanti e vi dia il suo numero di telefono. Ma se il giorno dopo proverete a contattarlo per riprendere il discorso, troverete un muro di gomma. O peggio.

IV
Un maestro
Dove l’autore incontra il suo Paracelso e si trasforma in discepolo.

Mi rendo conto di avere dedicato un notevole spazio agli esordi. Il fatto è che, come sanno bene tutti quelli che non ce l’hanno fatta e sono stati costretti a rinunciare al loro sogno o quelli che hanno impiegato anni per firmare il primo programma, debuttare è la cosa più difficile. Una volta iniziato, arrivano altre, durissime difficoltà. Ma si è dentro, non fuori. La cosa più dolorosa per un autore è guardare dall’esterno i colleghi, affermati o meno, intenti a lavorare. E’ una frustrazione spaventosa, che può rendere veramente infelici.
Una volta iniziato, però, bisogna continuare. E qui sorge la seconda difficoltà. Come trasformare la prima esperienza in un lavoro vero. Un lavoro, cioè, che sia remunerato e continuativo e che permetta di vivere senza bisogno di avere altre fonti di reddito. A meno che non possiate vivere di rendita: questo, oltre che utile, è anche molto “chic”.
Come ho detto sopra, il mio primo vero lavoro televisivo risale al 1983 ed è un R.R. per la sede regionale della RAI.
Il fatto è che chi realizza una rubrica regionale firma un contratto della durata di un mese come programmista regista, qualifica che in Rai vuol dire tutto e il contrario di tutto.
Il compenso? 639.000 lire. Va bene che siamo negli anni ’80, ma è sempre poco. Soprattutto se consideriamo che i dirigenti Rai sono allergici alla dipendenza. Non la loro: quella degli autori e dei registi. Sapere che per un giovane realizzare un programma televisivo è fonte di gioia li rende felici e li fa sentire importanti. Ma se questo giovane, finito un contratto, ne chiede un altro perché non sa come pagare l’affitto e fare la spesa, allora si sentono subito male. Del resto, chi potrebbe dargli torto? Nessuno vorrebbe avere la responsabilità della sopravvivenza altrui, specialmente se si tratta di quella di un estraneo. Come me. Che fare? Al momento posso sperare di realizzare uno o al massimo due R.R. all’anno. All’anno! Per un totale di 1.200.000 lire circa. Troppo poco per vivere, considerando che ho lasciato la scuola. Non mi resta che rimboccarmi le maniche e inventare qualcosa. E così fondo una cooperativa e mi metto sul mercato. Una follia, non avendo rapporti istituzionali? Si, ma non subito. Perché non so come riesco a portare a casa qualche contratto: un documentario da girare a Assisi sul volontariato, un video su una delle circoscrizioni di Torino… meglio di niente, ma non sufficiente per vivere.
Ho bisogno di un consiglio da chi ne sa più di me. E’ il 1984. Torno da Emilio Pozzi (in fondo, se mi trovo in questa situazione, la responsabilità è un po’ sua) e gli chiedo lumi.
Lui mi fa: “Ha mai pensato alla radio?”.
La radio? Oddio… no che non ci ho pensato. Che strano! E pensare che da ragazzino tutte le domeniche ascoltavo “Gran varietà”. Se mi avessero detto che quarant’anni dopo avrei lavorato con uno de suoi storici autori, Enrico Vaime, probabilmente non ci avrei creduto.
“La Radio? E come ci si arriva?”, domando io, fulminato dalla rivelazione dell’esistenza di un mezzo che avevo completamente rimosso, malgrado l’esperienza del gelosino.
“Provi a chiedere un appuntamento a Ermanno Anfossi…”
Ermano Anfossi. Chi era costui? O meglio chi è, perché è ancora sulla scena. Anfossi è un dirigente della radiofonia del Piemonte, ma ancor prima è un bravissimo conduttore, facilitato in questo da una voce particolarmente gradevole (dopo essere stato un bambino prodigio come attore, per un po’ ha fatto l’annunciatore).
Vado da Anfossi e scopro che a Torino vengono realizzati i principali programmi radiofonici dell’estate. Come ho fatto a non pensarci? La Radio, prima ancora che la televisione, è nata a Torino. Come il Cinema. E la Moda. Noi torinesi, prima di abbandonare la nostra città natale, ce lo raccontiamo spesso. E’ vero, ma non vuol dire niente: Roma e Milano si sono da tempo prese tutto, lasciandoci qualche avanzo. Come le trasmissioni estive di RADIO DUE, per l’appunto.
Anfossi mi riceve nel suo ufficio in via Verdi. E’ un uomo simpatico e acuto e, da bravo piemontese, anche un po’ diffidente; scruta l’interlocutore (io) con attenzione, per capire se per caso si trova di fronte a un piantagrane o a un rompicoglioni (le figure che teme di più). Evidentemente gli faccio una buona impressione, tant’è che mi propone di fare la regia del programma serale dell’estate. Attenzione: non è come in televisione. Non mi sta proponendo il prime-time, cioè la fascia oraria di massimo ascolto. All’epoca la sera RADIO DUE smette di trasmettere in modulazione di frequenza e passa alle onde medie.
E l’atmosfera e il pubblico cambiano: la sera la radio trasmette cultura, prosa, riflessioni per un pubblico composto per lo più da persone anziane, da gente sola, da malati… e da non vedenti. Non avete idea di quanti ciechi ascoltano la radio. Avete presente Fiorello? Ebbene, tutt’altra cosa. Parlo di un rapporto diretto, confidenziale, pacato. Si ride poco. Più che altro si sorride e si riflette. Ma per me tutto questo è un’assoluta novità. Un nuovo mondo si apre.
Anfossi mi convoca nel suo ufficio per presentarmi quello che sarà l’autore del programma. Si chiama Alberto Gozzi, ha quarantatre anni, dieci più di me. Io sono il regista. Una preziosa occasione per imparare da chi ha più esperienza di me. E Alberto di esperienza ne ha tanta: giovanissimo, ha fatto parte del “Gruppo ‘63”, con autori come Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti, Antonio Porta, Nanni Balestrini, Angelo Guglielmi, Luciano Anceschi e Umberto Eco. Ha scritto opere sperimentali come “Rosa Fumetto” e “Mister Corallo XIII”. Ma soprattutto è un autore teatrale: fino a quell’anno ha trascorso una lunga stagione al Teatro Stabile dell’Aquila. Poi si è trasferito a Torino, dove aveva già abitato a lungo e dove aveva lavorato per la RAI.
Alberto è un uomo irrequieto che in quel momento cerca una forma di stabilità. Gliela regala Donatella, la sua giovane compagna conosciuta negli anni trascorsi in Abruzzo.
E gliela dà anche la radio, alla quale si dedicherà anima e corpo per circa dieci anni.
Alberto sta per diventare il mio maestro. I tre anni che passerò accanto a lui rappresentano una vera scuola. Il Centro Sperimentale, i Corsi di Sceneggiatura della RAI, la Scuola di Costanzo, la Scuola Holden di Baricco… niente di tutto questo: mi viene offerta inaspettatamente l’occasione di fare il DISCEPOLO. In fondo, è quello che il giovane protagonista de “La rosa di Paracelso” di Borges aveva chiesto senza successo al grande alchimista. Io non l’ho chiesto: è venuto da sé. L’incontro con Alberto Gozzi cambia i miei orizzonti professionali e il mio modo di lavorare.
Tutto ha inizio nel corso della famosa riunione nell’ufficio di Anfossi. Quel giorno mi viene spiegato cosa si vuole da me. RADIO DUE vuole una trasmissione che tenga piacevolmente compagnia a quel particolare pubblico che ogni sera dalle 21 alle 23 circa ascolta le trasmissioni in onde medie. A quell’ora i d.j. di RAI STEREO DUE se ne vanno. Chi vuole il rock, il punk e la new age ascolta le emittenti private. Il nostro pubblico ha fame di PAROLE. Parole intelligenti: prosa, brani di romanzi, racconti, riflessioni, elzeviri… non è il pubblico delle telefonate in diretta (per quello ci sono i programmi del daytime, che non sa ancora di chiamarsi daytime).
Quali sono gli ingredienti a nostra disposizione? Innanzitutto, il ricchissimo archivio della radio RAI, fatto di migliaia e migliaia di nastri magnetici accatastati l’uno sull’altro in un magazzino presso il Foro Italico di Roma. Poi, tanti bravi attori che vivono e lavorano a Torino: quelli che hanno partecipato per anni alle storiche riviste brillanti scritte da Clericetti/Roderi/Domina/Storace; quelli che doppiano le telenovelas di RETEQUATTRO e di ODEON TV e i cartoni animati (uno di loro, specializzato nelle voci dei “cagnoni stupidi”, come dice suo figlio, diventerà qualche anno dopo un attore di culto, lavorando con Moretti e Bellocchio e dirigendo a teatro Sabina Guzzanti: si tratta di Toni Bertorelli). E naturalmente, la musica, proveniente dalla discoteca RAI.
Il programma si chiama “Serata a sorpresa”. Ogni sera si sceglie un tema diverso: l’AMORE, l’AMICIZIA, la MORTE, l’INVIDIA, la MEDICINA, l’INVIDIA, la MORTE, l’ASSENZA, il VIAGGIO, i MAESTRI, gli ANIMALI, la BELLEZZA la GELOSIA…
Su ciascuno di essi Alberto Gozzi costruisce un’architettura fatta di parole: i suoi racconti e i suoi commenti guidano gli ascoltatori nella scoperta di nuovi e interessanti aspetti di temi apparentemente comuni. Lo schema è semplice: Alberto è in studio, con le cuffie, davanti al microfono. Accanto a lui, tre attori, che partecipano alle puntate della settimana e che il lunedì successivo lasciano il posto ad altri tre. Alberto introduce l’argomento e lo sviluppa con un monologo di circa cinque minuti. Poi, strettamente legato al suo discorso, parte un brano musicale. A questo punto Alberto introduce un altro aspetto del tema, un aspetto che è stato sviluppato in modo particolare da un autore teatrale o da un narratore. Il brano viene interpretato in diretta dagli attori. Subito dopo, un nuovo brano musicale, legato al tema nel testo o nel titolo (quando è possibile).
E il regista? Qual è il ruolo del regista radiofonico, in tutto questo? Tragico e frustraste. Almeno così mi appare. Ma io non faccio testo: non mi trovo in quello studio di Torino perché ho deciso di fare delle regie radiofoniche, ma perché vorrei essere un autore di cinema o televisione e quella del regista radiofonico è l’attività più vicina ai miei obiettivi. Almeno adesso. Non ho alternative: anch’io, come tutti i miei colleghi e compagni di sventura, ho il cassetto pieno di soggetti, ma non ho la più pallida idea di come si fa a trovare un produttore. In quanto alla televisione, mi rendo perfettamente conto che ne esiste una alla mia portata – quella delle rubriche regionali di RAI TRE in cui occuparsi di cultura è consentito – mentre io aspiro alla TV VERA, quella dei programmi nazionali, dei varietà, dei quiz, dei programmi comici… ma come si arriva fin là? Per il momento, mi tengo stretto il contratto da programmista – regista, che mi permette di lavorare per tre mesi realizzando un totale di sessantacinque puntate. Che mi sembrano un numero incredibile. Qualche anno e qualche migliaio di ore di trasmissione dopo, cambierò idea e soprattutto proporzioni.
Ben presto - diciamo pure subito - mi rendo conto che quello che vorrei fare in radio è ciò che fa Alberto Gozzi. Ancora non so che in realtà mi sto formando professionalmente e che il tempo che passo in quello studio rappresenta un corso accelerato. Perché ho il privilegio di vedere nascere un programma, puntata dopo puntata e di capire i suoi meccanismi e la sua logica. Di più: quello che nasce e miracolosamente va in onda ogni sera, è un programma di qualità. Lo so, è un lavoro oscuro e misconosciuto: quelli che contano, quelli che fanno trasmissioni “cult”, non si sintonizzano sulle onde medie, che sono riservate a 100 – 200.000 ascoltatori. Ciò non impedisce ad Alberto di curare ogni puntata nei minimi particolari: perché lui lo fa per sé, per l’intimo piacere di dare vita a qualcosa di bello e creativo, e anche per il suo pubblico. Non c’è la schiavitù dell’auditel. A dominare non sono share e audience, ma la pura e semplice qualità. La RAI ci ha chiesto di realizzare un bel programma, ovviamente evitando di scandalizzare il pubblico e di fare discorsi sovversivi. Per il resto, siamo completamente liberi. Ancora non immagino che qualche anno dopo sarà un forzato della comunicazione e i miei problemi saranno nettamente diversi.
Ma torniamo ai compiti del regista: osservare Gozzi e invidiarlo mentre tutto ruota intorno a lui, mentre prova evidentemente e ostentatamente il piacere di parlare a un pubblico invisibile, di tessere invisibili trame collegando un romanzo a una commedia a un monologo, non è un compito, ma un corollario. Il mio compito è organizzare il tutto, farlo stare nei tempi, stringere o allungare con i cuscinetti musicali. E dirigere gli attori. Che non è facile, anche perché gli attori non hanno una gran voglia di farsi dirigere. E’ tutta gente che viene dal teatro e dal doppiaggio e che nella maggior parte dei casi ha molta esperienza. E qui non si tratta di fare una regia cinematografica, televisiva o teatrale.
In radio gli attori non si vedono, non si muovono, non si spostano: si limitano a leggere delle pagine. Attenzione: non sto sottovalutando la figura del regista radiofonico. Chi dirige un radiodramma o uno sceneggiato ha mille modi di fare il regista. Un nome per tutti? Giorgio Bandini, uno dei migliori sperimentatori della storia della radio italiana. Un artista che usa le voci degli attori come strumenti musicali e che in ogni radiodramma crea una dimensione sonora incredibile. I suoni, per Bandini, sono come i colori per un pittore o le inquadrature per un regista. Non è solo, Bandini; c’è Ida Bassignano, c’è Giorgio Pressburger… il misterioso mondo della radio di qualità si sta rapidamente schiudendo davanti a me. Perché a me spetta il compito di recuperare i nastri magnetici che giacciono ammucchiati uno sull’altro nella nastroteca di Roma. Questi nastri finiscono nelle mie mani: e io li ascolto giorno e notte, cercando i frammenti più adatti. E’ un lavoro massacrante che mi permette di scoprire tesori nascosti. Perché tutti i grandi sono passati dalla Radio. E così ascolto le voci di Memo Benassi, Ruggero Ruggeri, Renzo Ricci, Emma e Irma Gramatica, Gianni Santuccio e Lilla Brignone… e poi un giovanissimo Vittorio Gassman che in un testo francese intona “couplets”… e Paolo Poli, e la compagnia dei giovani con Romolo Valli, Giorgio e Lullo, Rossella Falk ed Elsa Albani… e Carmelo Bene e tutta l’avanguardia che io conosco bene perché ho passato anni nei teatri torinesi, dove – a partire dal “Cabaret Voltaire” – sono passati veramente tutti…
Questo è ciò che riguarda il repertorio, la cui ricerca mi ha infinitamente arricchito.
Poi ci sono i brani recitati dagli attori. E’ inutile mentire, più di tanto in un programma come “Serata a sorpresa” non si può fare: pretendere particolari performance sarebbe folle oltre che dannoso. Ma c’è una cosa che posso fare, e bene: quello che facevo ai tempi del gelosino. La radio è fatta di suoni: i suoni raccontano, descrivono, interpretano. I passi, i colpi, gli spari, i fruscii, le grida… in radio il suono, la parola e la musica sono tutto. Io mi butto sui suoni. A quell’epoca ancora non si usano i campionatori e il magazzino di effetti audio non si trova su un computer in forma di MP3. Ci sono gli APPEL, dal nome dell’azienda torinese che li produce. Si tratta di grosse cassette audio, ognuna della quali contiene un nastro ad anello (un “loop”) sul quale è inciso un singolo effetto audio. Voi mettete la cassetta nel suo speciale lettore, posizionate il nastro sull’inizio dell’effetto (per esempio su una raffica di mitra) e al momento giusto schiacciate il tasto “play”. Ed ecco che gli ascoltatori vengono investiti da una scarica di mitra con tutta la sua violenza. Lo stesso vale per i passi e per tutti gli altri rumori. Con gli Appel si può creare tutto qualsiasi situazione: cavalli al galoppo, sparatorie, treni in viaggio, incidenti d’auto, risse… tutto.
Facile… almeno apparentemente. Il problema nasce dal fatto che “Serata a sorpresa”, come quasi tutti i programmi che farò nel corso della mia vita, è in diretta. Perciò, se non sto attento e schiaccio il tasto “play” in anticipo o in ritardo, la scena che gli attori stanno diligentemente interpretando diventa grottesca. Immaginate che un ufficiale si trovi a comandare un plotone di esecuzione. Se grida “Fuoco” e la raffica di colpi destinati a uccidere il condannato parte dopo cinque o dieci secondi, nello studio si diffonde il panico, mentre gli ascoltatori non possono fare a meno di avvertire una spiacevolissima sensazione di disordine. La stessa che prova quando un disco (c’è ancora il vinile) è rigato… per non parlare di quando salta.
In radio il “lavoro sporco” tocca al regista, mentre l’autore/conduttore naviga nel suo mondo incantato. Un lavoro tremendo, penserete voi. No, o comunque non soltanto. Perché ha degli aspetti creativi e piacevoli. Uno di questi riguarda proprio la musica. Ogni racconto, ogni monologo dell’autore si conclude con uno stacco musicale. Che non è uno stacco qualsiasi: non si tratta di un riempitivo, ma di un elemento importante del discorso. Lo stacco musicale si lega in qualche modo al discorso appena andato in onda. Già, ma come? Innanzitutto, con il testo. Parliamo del tramonto delle ideologie, del pensiero debole e dell’inconsistenza dei concetti di destra e di sinistra? Oggi c’è “Destra- sinistra” di Giorgio Gaber. Si parla della scuola e dei docenti? “Dotti, medici e sapienti” di Bennato è una scelta quasi obbligata, almeno se il pubblico non è troppo giovane, Oggi si potrebbe usare “Chi non ha talento insegna” di Tiziano Ferro.
Parliamo di bugie? Si può mettere “Carissimo Pinocchio” di Johnny Dorelli. Di amore e di donne perdute? “Boccadirosa” di De Andrè. Vi ricordo che stiamo parlando di un pubblico tradizionale, composto soprattutto da persone mature. E’ un pubblico non dico colto, ma curioso e ben disposto verso la scoperta e l’apprendimento di cose nuove. Per questo pubblico va bene anche il melodramma. Parliamo di imbonitori (e all’epoca di “Serata a sorpresa” già da qualche tempo sui teleschermi delle private si vedono i cosiddetti “televenditori”)? “Udite o rustici”, la cavatina di Dulcamara, da “L’elisir d’amore” di Gaetano Donizetti.
C’è una regola non scritta: i brani vocali devono essere rigorosamente italiani, a meno che la suggestione non sia legata all’interprete o all’importanza storica. Se parliamo di controcultura, di “beat”, di movimento hippy oppure di cantautori carismatici è ammessa “Blowin’ in the wind” di Bob Dylan per l’importanza storica del brano e del cantautore. Tutti conoscono Bob Dylan, così come tutti conoscono i Beatles e i Rolling Stones. Ma quelli che capiscono l’inglese sono pochi. Quelli che lo conoscono così bene da essere in grado di capire i testi delle canzoni sono ancora meno. E allora bisogna rinunciare a buona parte del repertorio musicale che si ammucchia nei capienti scaffali della discoteca della RAI di Torino? No: basta tradurre il titolo e dedicare qualche istante a spiegare il motivo della scelta del brano. A imporre questa scelta è il rispetto. No, non parlo di rispetto per il povero regista radiofonico, ma per gli ascoltatori che hanno diritto di capire che in ogni istante si pensa a loro, anche per un semplice stacco.
Questo vale per i brani vocali. E quelli strumentali? Qui il discorso cambia. A legare il testo del monologo o del frammento letterario o teatrale a uno stacco musicale può essere semplicemente il titolo. Un esempio: “Pêchés de vieillesse” (peccati di vecchiaia) di Rossini dopo un discorso sugli anziani. E’ una scelta meno diretta ma più raffinata di “I vecchi” di Claudio Baglioni o “Vecchio” di Renato Zero. Ma va spiegata. Altrimenti la scelta è sprecata e il legame tra musica e testo scompare. Ed è un peccato: perché il pubblico apprezza il rigore con cui un programma viene confezionato. L’ascoltatore non è concentrato in ogni istante, perciò difficilmente nota tutto, ma quando ascolta e segue è attentissimo. Ogni frammento dei nostri programmi viene seguito con enorme attenzione da diversi ascoltatori. Ma se anche l’ascoltatore fosse solo uno, chi fa radio (e televisione, naturalmente) avrebbe il dovere di dedicargli il massimo impegno non lasciando nulla al caso. Ma scegliere la colonna sonora di un programma radiofonico sulla sola base del legame semantico dei brani con i temi trattati alla lunga è riduttivo. Con il tempo, i temi si ripetono e lo stesso vale per i brani musicali. Oppure un discorso o un frammento non suggeriscono scelte particolarmente stimolanti. O, molto più semplicemente, il disco richiesto al momento è utilizzato da un altro programma. Per questi motivi – e per evitare una monotonia che potrebbe diventare claustrofobica – conviene crearsi un serbatoio di stacchi musicali generici. Cosa significa “generici”? Che non sono legati a un argomento particolare, ma che vengono scelti in base ad altre caratteristiche: il ritmo, la sonorità, l’atmosfera (per esempio malinconica o allegra, drammatica o comica, grottesca o meditativa…). La scelta della DIMENSIONE MUSICALE dà a un programma radiofonico quello che elementi come la scenografia danno a una trasmissione televisiva.
E così “Serata a sorpresa” si dota di un intero repertorio: quello dei cosiddetti “salonisti”. Si tratta di ensemble formati da quattro o cinque musicisti (pianoforte, contrabbasso, violino, violoncello, a volte anche fisarmonica o bandoneon). Il repertorio? Trascrizioni di brani classici, versioni strumentali di romanze, tanghi argentini… è la versione nobile e “alta” di quelle orchestrine che suonano nei grandi bar per turisti in piazza San Marco a Venezia. Nel repertorio dei nostri salonisti non ci sono canzonette ma solo musica di un certo spessore. Anche grazie a loro “Serata a sorpresa” assume l’aspetto di un locale accogliente e nel contempo elegante, dove si passa la serata conversando piacevolmente e a bassa voce con amici stimolanti, mentre un’orchestra discreta crea un gradevole sottofondo. Quello di “Serata a sorpresa” è un piccolo mondo dove si respira un’atmosfera rarefatta e dove è proibito gridare.
C’è un ultimo aspetto che io curo personalmente: è quello dei SOTTOFONDI. Quando gli attori in studio interpretano un brano letterario o il frammento di un testo teatrale, oltre agli effetti sonori (quando sono necessari) è possibile inserire un sottofondo. In radio – in QUESTA radio, soprattutto – un sottofondo musicale giusto regala al testo una grande profondità. La scelta dei sottofondi diventa la mia specialità: attraverso le ore che ogni giorno passo nella discoteca della RAI alla ricerca di stimoli e di spunti, ho creato un ricco magazzino musicale. Ne fanno parte i dischi di Brian Eno, quelli di Philip Glass, di Wim Mertens, Steve Reich e di molti altri musicisti. Ne fanno parte una ventina di preziosissimi vinili americani: si tratta dei cosiddetti “dischi di sonorizzazione” (dischi, cioè, incisi appositamente per fornire sottofondi, stacchi e sigle musicali). Molti dischi di sonorizzazione italiani sono fatti “con la mano sinistra”, magari con una tastierina elettronica. Quei vecchi vinili invece sono semplicemente straordinari: sono tutti brani originali catalogati per atmosfera (guerresca, epica, romantica, sensuale, antica ecc.) e arrangiati in modo magistrale per grande orchestra. Un’orchestra alla Stan Kenton, per intenderci.
A questi preziosissimi reperti aggiungo la musica da film: soprattutto Nino Rota, il mio preferito (gli allora introvabili dischi della CAM con le colone sonore dei film di Fellini), poi Ennio Morricone, Piero Piccioni, Nicola Piovani, ma anche il Bernard Herrmann dei film di Hitchcock…
Insomma, quando aziono in diretta il lettore degli Appel o mando un sottofondo o uno stacco musicale che ho scelto dopo ore e ore di ascolti quotidiani mentre nello stesso istante do il via agli attori e tengo tutto lo svolgimento del programma sotto controllo, sono consapevole che quello che sto facendo E’ un lavoro creativo che ha molto in comune con quello dell’autore che mi picco di essere. Ma la verità vera è che mordo il freno e soffro: in realtà non vorrei essere lì, ma dall’altra parte del vetro, al posto di Alberto Gozzi. Ormai ho capito che lui è il mio maestro e che lavorando al suo fianco sto imparando tutto quello che non ho appreso prima. Ma non riesco a non soffrire e a sognare di fare quello che fa lui
“Serata a sorpresa” dura tre mesi, da giugno a settembre. Io sono sempre in RAI. La mattina mi divido tra l’ascolto del repertorio proveniente dalla nastroteca e la ricerca dei brani musicali. Ovviamente non lavoro solo sulla puntata del giorno, ma anche sulle prossime: dopo le prime settimane, il mio armadio è pieno di dischi e nastri di ogni tipo: quando si fa un programma quotidiano in diretta, bisogna sempre avere un certo anticipo per evitare brutte sorprese.
Poi vado in studio, dove preparo tutti gli stacchi musicali e i sottofondi e dove provo l’ordine e il funzionamento degli “Appel” con gli effetti sonori.
Nel pomeriggio arrivano gli attori per le prove. E’ un momento difficile: quello che cerco di ottenere – e speso mi riesce – è uno stile degno di uno sceneggiato radiofonico, dove la voce degli attori, generalmente di ottimo livello (ci sono il già citato Tony Bertorelli, Mauro Avogadro, Mario Brusa, tutti gli attori del “Gruppo della Rocca” che ho conosciuto quando ho realizzato il primo programma televisivo per la RAI, quello sul teatro a Torino) viene supportata da una puntigliosa sonorizzazione e da un buon uso della musica. Questo, evitando false modestie, è ciò che credo di essere riuscito a ottenere.
Prima della trasmissione non si cena: la tensione, che è sempre tanta sia per me che per Gozzi, ci toglie la fame. Poi, finalmente, si va in onda. E tutto, come per magia, funziona. Almeno, quasi sempre: qualche sbavatura – un disco rigato, l’errore di un tecnico che non “apre” un microfono, un Appel che non parte, un attore che si impapera – può capitare. Ma in genere tutto funziona.
L’estate successiva, quella del 1985, Ermanno Anfossi mi affida la regia del suo programma, che si intitola “Dovestate” e va in onda dal lunedì al venerdì all’ora di pranzo. E’ il classico gioco telefonico estivo. Il clima è molto più leggero: si ride e si scherza e gli ascoltatori intervengono, cercando di vincere rispondendo a facili domande che vengono poste attraverso alcuni sketch in diretta.
Anche qui ci sono gli attori. Mi posso sbizzarrire con la musica e gli effetti audio.
Il contesto è comico – brillante e le scelte musicali sono adeguate al clima.
Da Anfossi imparo a fare la radio leggera, quella che si ascolta al mare, sulla spiaggia, a tavola, oppure girando in macchina sotto il sole.

A questo punto accade un fatto fondamentale per la mia carriera: munito di un curriculum che garantisce che ho realizzato come autore almeno un programma televisivo ma soprattutto accreditato dal fatto di lavorare in radio come regista, prendo un treno e vado a Roma dove Peppino Neri, il dirigente di RADIO UNO che gestisce un contenitore culturale (“Il paginone”), mi ha gentilmente concesso un appuntamento.
Mi faccio coraggio e presento a Neri il mio progetto, ched ho scritto usando la stessa tecniche di SERATA A SORPRESA (il collage letterario, l’accostamento tematico di frammenti di testi su diversi argomenti). Il mio progetto si intitola SCRITTURE DAL DISAGIO e consiste in una selezione di libri e testi teatrali africani e arabi. L’idea piace e mi vengono commissionate sei puntate. Per alcuni mesi mi immergo totalmente nella letteratura di paesi che non ho mai visitato. Leggo dalla mattina alla sera, scoprendo autori come i nigeriani Wole Soynka (che proprio quell’anno ha vinto il premio Nobel per la letteratura) e Amos Tutuola, il senegalese Sembene Ousmane, il congolese Sony Labou Tansi… e poi i palestinesi Gassan Kanafani ed Emile Habibi, il marocchino Driss Chraibi, l’egiziano Nagib Mahfuz (che nel 1998 riceverà il premio Nobel per la letteratura), l’algerina Assia Djebar… è un’esperienza esaltante, che può capire solo chi ha sofferto come me, lavorando accanto a un autore e desiderando con tutte le forze di fare proprio quello che fa lui. E questo con affetto e rispetto ma pur sempre con impazienza. Scrivere i testi e commentare i frammenti tratti da opere degli che finalmente sono io a scegliere e ciò che ho desiderato fortissimamente per tutto il tempo in cui ho lavorato come regista a SERATA A SORPRESA. In più, naturalmente, curando anche la regia del mio programma, posso dirigere gli attori e occuparmi della scelta delle musiche… e questo è un altro, bellissimo viaggio. A SCRITTURE DAL DISAGIO segue QUATTRO VOCI DAL GIAPPONE, quattro puntate su quattro grandi scrittori giapponesi, Dazai, Kawabata, Tanizaki e Mishima. Poi sarà la volta di un programma sui libretti d’opera dal 1950 agli anni ’80. Ma il mio pensiero va sempre alla TV.

V
Un altro passo avanti.
Dove l’autore ha per la prima volta l’occasione di raccontare delle storie.

Dal momento in cui per la prima volta sono andato ad offrirmi alla RADIO RAI, molte cose sono cambiate. Per cominciare, adesso sono una presenza costante alla RAI di Torino. Nel capitolo dedicato alla “prima volta” non ho detto che, quando ho realizzato il primo programma per RAI TRE, sono stato accolto bene ma nello stesso tempo ho potuto leggere sui volti di operatori e montatori alcuni interrogativi che riassumo: ma questo chi è? Chi lo manda o meglio, chi lo raccomanda?
Uno di loro, un vecchio montatore cinematografico prossimo alla pensione con cui avrò un cordiale e affettuoso rapporto, mi confiderà di avere pensato che io fossi “il solito insegnante di italiano che per hobby fa il regista”. Perché questa è l’immagine dei giovani programmisti registi esterni della RAI di Torino. Siamo visti come dei personaggi di Nanni Moretti.
Ora invece sono uno dei tre o quattro registi della radio di Torino. Ho lavorato con tutti i tecnici (i mitici tecnici audio della RAI!!!!) e gli assistenti alla regia e conosco tutti gli attori e le attrici che gravitano lavorano alla radio, nel doppiaggio e in teatro.
E’ un’esperienza enorme. Quando poi posso chiamare gli attori che desidero per fare finalmente un mio lavoro (“Scritture dal disagio”) provo un brivido di felicità.
Ma anche questo programma ha un limite: anche se nella mia immaginazione assume un’importanza incredibile, perché ha a che fare con la crescita della mia autostima, di fatto è una semplice trasmissione culturale fatta di testi di scrittori. Quelli che scrivo io sono i cosiddetti “testi introduttivi”. Una denominazione che mortifica e sminuisce, ma che descrive perfettamente la realtà. Insomma, non sono mai contento! Ma allora, cos’è che voglio? Semplice: fare l’autore sul serio. E cosa fa un autore vero alla radio? Scrive sceneggiati. E’ il mio sogno: da bambino non ne perdevo uno, la mattina. Ma non c’è niente da fare: sono troppo “piccolo” , non mi daranno mai uno sceneggiato in trenta puntate. E’ un genere che adoro, nel quale eccellerà anni dopo Diego Cugia, l’autore di “Alcatraz” e dei varietà televisivi di Adriano Celentano. Un autore targato Bibi Ballandi. Quando si dedicherà agli sceneggiati, lo farà molto bene: “Il mercante di fiori” è un capolavoro assoluto del genere. “Domino”, meno riuscito, è comunque un bellissimo programma.
Ma torniamo al protagonista di questa vicenda, cioè a me. Lavorando per RADIO DUE, il canale diretto da Corrado Guerzoni, vengo a sapere che sta per partire una serie di radiodrammi dal titolo “Un racconto al giorno”. Il fatto stesso di lavorare all’interno del canale mi rende uno dei papabili (se fossi ancora uno dei tanti programmisti che fanno gli R.R., difficilmente troverei udienza). Invece vengo ricevuto da Lidia Motta, la responsabile della prosa, e dall’adorabile Adolfo Pitti (mai nome di battesimo fu più lontano dal carattere dell’uomo!). E così ottengo l’incarico di scrivere quattro radiodrammi. Sono dei piccoli sceneggiati che devono durare dieci minuti. A realizzarli ci pensa un regista di nome Dario Piana (soltanto omonimo di quello che più o meno in quel periodo dirige il film “Sotto il vestito niente” con Carol Alt).
Quando vanno in onda, l’emozione è grandissima: mi sento un autentico DRAMMATURGO. Beh, non è esattamente così: i miei radiodrammi (come quelli di molti colleghi, compreso lo stesso Corrado Guerzoni che ne scrive uno) sono prodotti dignitosi e forse un po’ ingenui. Ma per me sono molto di più: costituiscono un passo fondamentale nel cammino verso il raggiungimento dell’obiettivo finale, diventare un autore televisivo.
Ecco la sceneggiatura di uno dei quattro radiodrammi, UNA SERATA DA SBALLO.

24 dicembre,tardo pomeriggio,a bordo di un autobus affollato che sta per giungere ad una fermata.
PASSEGGERO: Al ladro! Fermate quei due!
L'autobus si ferma e le porte si aprono:due ragazzi scendono a precipizio.
TULLIO:"Levatevi di mezzo! Fateci scendere...e togliti,tu!
Rumore di porte,brusìo di protesta dei passeggeri,poi i due sono in strada).

2
Strada del centro,pochi istanti dopo:i due ragazzi,Tullio e Riccetto,sono scesi e stanno scappando.
TULLIO: Muoviti, Riccetto , corri!
RICCETTO:"Via,via!Ci inseguono?"
TULLIO:"No...no,l'autobus è ripartito...presto,di qua!'.
RICCETTO(trafelato):"Aspettami,Tullio..."
TULLIO:"E sbrigati!"
I due rallentano;
TULLIO:"O.K.Stop!Basta così:non abbiamo nessuno dietro; fammi vedere quanto abbiamo fatto…
Tullio si ferma e guarda nel portafoglio appena rubato.
RICCETTO:"Allora, quanto c'è?"
TULLIO:"Maledizione!Quel cretino si è messo ha strillare come un maiale sgozzato...per dieci schifose,miserabili piotte!"
RICCETTO: Come dieci piotte ? Sei sicuro che non ci sia altro?
TULLIO:Che,sono cieco?Guarda:patente,carta d'identità...cos'è questo schifo...la tessera di una palestra... ah,ah,ah...di body-building!Povero idiota!E basta!
RICCETTO:"Abbiamo rischiato di farci beccare per dieci , carte!
TULLIO:"Sarebbe il massimo, passare la notte di Natale in galera per quattro lire!"
RICCETTO:"Ma allora...non abbiamo risolto niente!Stasera non abbiamo neanche i soldi per farci una canna!"
TULLIO:"Ma dico,questa è scarogna nera!E' la vigilia di Natale, sono tutti in giro,pieni di soldi da fare schifo per fare gli ultimi regali ai loro dannati nipotini...e noi abbiamo beccato l'unico scannato che c'era!Non è possibile!
RICCETTO: E adesso che facciamo?
TULLIO: Andiamo al baretto, a fare il punto della situazione!
Nello stesso momento,Anita De Stefanis, un’anziana attrice, sta ricevendo la visita di una sua ex-allieva,Romana Flavi.
ANITA: Che gioia mi ha fatto rivederti dopo tanto tempo...come sei stata cara a ricordarti della tua vecchia insegnante…
ROMANA: Anita, non so se si rende conto di quanto è stato importante per me studiare con lei:tutto quello che ho fatto di positivo in questi anni,lo devo ai suoi insegnamenti,alla sua pazienza!"
ANITA:"No,cara,io non ho alcun merito,se non quello di saper riconoscere il talento!Mi è bastato uno sguardo per capire che ti era stato dato il più grande dono che un artista può ricevere:la naturalezza,la capacità di essere .se stesso e nello stesso tempo infinite altre persone.Il merito è tuo,o,forse,di chi ti ha voluta rendere diversa dalle altre."
ROMANA:"Volevo farle gli auguri di Natale..."
ANITA:"Già,Natale. Com'è diverso,oggi,da quelli della mia gioventù:quand'ero bambina aspettavo tutto l'anno,trepidando, che arrivasse la notte della Vigilia:mica per i regali,sai,Romana:ma perché a mezzanotte in punto potevo recitare,davanti ai miei genitori,la poesia..."
ROMANA: "E' nata così la sua vocazione?"
ANITA:"Credo...credo proprio di sì!Ma adesso tu avrai da fare:ti attende sicuramente un cenone,con tutta la famiglia riunita..." .
ROMANA:"No...questa sera ho spettacolo!Siamo al Sistina!"
ANITA:"Che sbadata! E' vero: ormai sei una stella di prima grandezza del teatro leggero!E pensare che all'inizio eri una Hedda Gabler meravigliosa...ma hai fatto bene a seguire la tua inclinazione:ti ha portato fortuna. "
ROMANA:"E lei?Con chi trascorrerà la notte di Natale?"
ANITA: "Beh. ..a dire il vero avevo ricevuto un invito da mia sorella,ma all’ultimo momento non me la sono sentita.Quando ci si abitua alla solitudine,è difficile rinunciarci:io ci convivo ormai da tanto tempo...adesso vai, cara ,altrimenti farai tardi!

4
Baretto,interno giorno,poco dopo:Riccetto e Tullio stanno facendo un video-game spaziale(se ne sentono i rumori elettronici)mentre dal juke-box giunge una canzone di Vasco Rossi( "Coca-Cola" o simili).
RICCETTO:"Forza,Tullio,spara...no! Accidenti,hanno beccato un'altra navicella. .."
TULLIO:"Attento al laser...no...non cosi...accidenti!E’ finita la partita."
RICCETTO: "Pazienza.Mi ero stufato. "
TULLIO: "Che magra, stasera .Non ci posso pensare. "
RICCETTO:"Sarebbe il colmo... passare la notte di Natale in famiglia. "
TULLIO:"Tu sei pazzo! Quale famiglia?Io ho solo una sorella sposata che vive a Molfetta.Non sono mica come te."
RICCETTO:"Già. Perché secondo te io adesso mi vado a mettere una giacca e una cravatta e mi presento senza preavviso a casa di mio padre,che non vedo da due anni Gli piglierebbe un colpo!
TULLIO:"No,no.Dobbiamo svoltare prima di stasera:la vita comincia a mezzanotte,e prima di allora bisogna trovare della grana...ma grana vera,non miserabili spiccioli."
RICCETTO: "Vuoi tornare sull' autobus ? "
TULLIO:"Macche!Con la strizza che mi sono preso prima...no,ho un'altra idea.C'è una cosa che non ti avevo detto,perché me ne volevo occupare durante le vacanze,con tranquillità.Un colpo che potrebbe rendere parecchio e che potrebbe farci passare non una,ma un sacco di serate da sballo! "
RICCETTO: "E cioè? "
TULLIO:"Beh...voglio essere sicuro di potermi fidare di te;è una cosa un po' rischiosa,ma se va bene...'.

4
Casa di Anita,ore nove circa:la donna sta parlando al telefono con la sorella.
ANITA:"...allora salutami anche i nipotini...ah,non me ne parlare,cara,lo sai che sarei venuta tanto volentieri...ma come non ci credi?Ma ti dico che si è trattato di un contrattempo..."

5
Davanti alla casa di Anita,esterno notte.
TULLIO:"Ecco,siamo arrivati..."
RICCETTO:"Insomma,vuoi dirmi dov'è che stiamo andando?"
TULLIO:"Vediamo se sei un ragazzo sveglio.Chi può tenere al giorno d'oggi un mucchio di soldi e gioielli in casa?"
RICCETTO:"Beh,uno che vive in una villa con un allarme elettronico pazzesco e dei doberman!"
TULLIO:"Ma no,quelli in casa tengono solo delle imitazioni,e di liquidi non se ne parla.No:sono le vecchie!"
RICCETTO:"Le vecchie?"
TULLIO:"Fidati!Solo le vecchie,oggi,tengono i soldi in casa,magari nel materasso per sentirli più vicini,perché non si fidano delle banche. In compenso si fidano degli estranei. Ce n'è qualcuna che non aprirebbe la porta nemmeno al Padreterno,ma ce ne sono altre,invece,che bevono qualsiasi panzana!Queste sono una miniera d'oro!"
RICCETTO: Stiamo andando a truffare una vecchietta?"
TULLIO:"Ma che truffa!Troppa fatica. Vedi,al terzo piano di questo palazzo abita una signora che ha tutta l'aria di essere molto ricca:veste in modo ricercato,sai,con quei cappellini con la veletta che andavano di moda ai tempi delle bisnonne...ha un sacco di braccialetti e collane.E' un po' che la tengo d'occhio:sono sicuro che
in casa,tra soldi,gioielli e oggetti di valore,deve averci un sacco di milioni.
RICCETTO: Insisto.Che cosa dobbiamo fare a 'sta vecchia?Finché si tratta di rubare un portafoglio,va bene,ma...
TULLIO: E fammi parlare.L'altro giorno l'ho sentita dire al fornaio che avrebbe trascorso le feste natalizie a Gaeta,da una sorella..."
RICCETTO:"E tu sei sicuro che è partita?"
TULLIO:"Ma scusa,se ha detto cosi e ha salutato tutti è perché ha veramente deciso di partire.Non poteva mica essere una commedia,no?Se anche fosse partita tardi, adesso sarà a tavola con la sorellina. E a noi non resta che entrare nel suo alloggio e prendere tutto quel ben di Dio..."
RICCETTO:"E se all'ultimo momento ritorna?"
TULLIO:"Non è possibile!E poi prima di forzare la porta noi suoniamo il campanello:se risponde ce ne andiamo,se non risponde...questa sarà una notte da non dimenticare"

6
Casa di Anita,interno notte;la donna sta ancora telefonando,quando si sente suonare il campanello:

ANITA:"Hanno suonato!Come chi è?Ma nessuno! !Chi vuoi che venga a farmi un'improvvisata a quest'ora? E poi,se tu sapessi quanti scherzi mi fanno.Sono quei ragazzacci che girano da queste parti...quando non sanno cosa fare,drin,suonano i campanelli.La notte,per dormire tranquilla,metto i tappi...va bene,cara,ti saluto,grazie e Buon natale!

7
Casa di Anita,pianerottolo:Tullio e Riccetto sono arrivati davanti a(a porta.
TULLIO:"Te l'avevo detto che non c'era problema:non ha risposto nessuno.A quest'ora sta tagliando il cappone. Ma stanotte noi,altro che cappone,ci facciamo!"
Rumore di grimaldello e di serratura che cede.
TULLIO: "Fatto! Dentro, adesso!
I due entrano,iniziano a rovistare,quando appare Anita, che era nell'altra stanza,e accende la luce.
ANITA: "Chi. ..siete. ..oh,Mio Dio...
TULLIO(correndole incontro):Zitta,non fiatare, altrimenti. .."
Rumore di coltello a scatto che si apre.
RICCETTO(spaventato):"Che fai?"
TULLIO:"Le tappo la bocca,imbecille,non vedi?'.
ANITA: "Mmmm,mmmmm"
RICCETTO: "No, lascia perdere! Andiamo via! "
TULLIO:"Stai zitto,idiota!Che fai,ti tiri indietro proprio adesso?Aiutami a legarla..."
RICCETTO:"No,non ti aiuto...io una cosa del genere non l'ho mai fatta.Lasciala stare..."
TULLIO: "Bastardo. ..ti ho detto di legarla!"
ANITA: "MMmmmmm!
Anita si contorce lamentandosi,poi morde la mano di Tullio,che è costretto a lasciarla e le dà uno spintone.
TULLIO: Ah... maledetta vecchiaccia...mi ha morsicato! "
ANITA(cadendo rumorosamente):"Ahhhhhh..."
RICCETTO:"Sei diventato pazzo?E se l'hai ammazzata?"
TULLIO: Cavoli suoi!Se proprio vuoi farti beccare,resta pure qui a occuparti di lei.Io me ne vado...ma sta attento a te:se ti prendono e fai il mio nome...giuro che ti ammazzo! Pivello! "
RICCETTO:"...bell'amico...ma chi me l'ha fatto fare? Dio!La vecchia!Non sarà mica morta?"
Si avvicina ad Anita.
RICCETTO:"Signora...signora...la prego,signora,non muoia! Non volevo farle del male..pensavo che non ci fosse nessuno...è stato quel pazzo...e adesso cosa faccio? Chiamo un'ambulanza...e cosa dico?Oh,Dio,Dio,ma perché proprio a me... e proprio la notte di Natale..."
Anita sembra riprendere i sensi.
ANITA:"Ahhhah..."
RICCETTO:"Signora.."
ANITA(con un filo di voce):"...mi sento correre per le vene un leggero brivido freddo di paura,che quasi agghiaccia il calore della vita..."
RICCETTO:"Ha freddo,signora?Le vado a prendere una coperta...
ANITA:"...non sarò io soffocata dentro quella volta sotterranea,nella cui fetida bocca non entra un alito d'aria pura,e là dentro non morrò strozzata,prima che venga il mio Romeo?"
RICCETTO:"...straparla...dev'essere stato il colpo! Signora,stia tranquilla,adesso chiamo un medico!"
ANITA:"… o se rimango viva,non è molto probabile che l'orribile idea della morte e della notte,insieme con il terrore del luogo,di quel sotterraneo,che è un antico ricettacolo dove per molte centinaia d'anni si sono ammucchiate le ossa di tutti i miei antenati sepolti..."
RICCETTO(sta per piangere):"Signora,signora,la prego,non faccia così. Guardi, se vuole chiamiamo la polizia e io mi lascio arrestare...ma non voglio essere complice di un omicidio. .."
ANITA(lentamente si riprende):"Cosa...cosa è...successo?
(vede Riccetto)Cosa vuoi da me?"
RICCETTO:"Non voglio farle del male...signora,la prego! Non...non è grave,vero?"
ANITA:"Aiutami ad alzarmi...ecco,così...devo bere qualcosa...Mio Dio,che spavento...
RICCETTO:"L'aiuto io!"
ANITA:"Là,in quel mobile c'è una bottiglia di brandy; versamene un dito...e prendine un goccio anche tu.Mi sa che ne hai più bisogno di me... sei pallido come un morto!"
Riccetto esegue-bevono.
ANITA:"Ti rendi conto che potevo morire!Poteva venirmi un infarto…
RICCETTO:"Io...le chiedo perdono! Non ho mai avuto tanta paura...lei...lei delirava..."
ANITA: "No, non era un delirio: era Shakespeare. .."
RICCETTO: "Shakespeare?"
ANITA:"L'avrai almeno sentito nominare, spero..."
RICCETTO: "Beh, certo...alle medie..."
ANITA:"Era un pezzo della morte di Giulietta;che strano effetto mi hanno fatto la paura e la botta che ho preso cadendo:per un attimo mi era sembrato di essere su un palcoscenico!""
RICCETTO: Io invece per un attimo mi sono sentito un assassino...non ho mai fatto una cosa simile nella vita..."
ANITA:Sarà! Beh,a guardarti bene...non sembri un cattivo ragazzo;se non altro,sei rimasto qui...: quell'altro,invece,era proprio un delinquente nato...ma non potresti sceglierle meglio le tue amicizie?E poi...la notte di Natale tu entri nelle case della gente a rapinarla?"
RICCETTO:"Eravamo sicuri che lei non c'era...io non sono uno stinco di santo,ma fino ad oggi al massimo ho rubato qualche portafoglio sull'autobus,niente di più...è tutta colpa del Natale;lei se l'immagina passare la notte della Vigilia da soli,senza una lira,mentre tutti si divertono, mangiano,bevono,ridono?"
ANITA:"Non ho bisogno di immaginarlo;le mie vigilie sono tutte così da anni.Vuoi sapere la verità?Avevo un invito; potevo passare le feste con mia sorella...lei aveva talmente insistito,che non avevo potuto dirle di no.Ma poi,il pensiero di tutta quella gente,i suoi figli,i figli dei suoi figli...una marea di bambini urlanti e sgambettanti...ah,non fa per me...io sto bene qui,tra le mie cose,i miei ricordi.Se mi sento sola,guardo le fotografie della mia gioventù,e subito sono in compagnia...e che compagnia..."
RICCETTO:"Lei è un'attrice,vero?"
ANITA:"Un'attrice,sì,e che attrice. Eh,figliolo,sei troppo giovane per ricordare il mio nome,ma credimi sulla parola:ero la più grande di tutte...e forse...perdona a questa vecchia un momento di vanità...la più bella... vieni a vedere..."
Lo fa sedere e gli porta i suoi album fotografici.
ANITA:"Guarda..."
RICCETTO:"Ehi...che schianto...che pezzo...oh,mi scusi, signora...
ANITA:"Non scusarti,se questo è il tuo modo di fare un complimento.Qui sono con Ruggeri..."
RICCETTO: " Ah..."
ANITA:"Non lo conosci,eh?E questo bell'uomo è Renzo Ricci...quant'era bello ed elegante...sai che gli somigli un po'? Certo,ti conci in un modo...però la base è buona...davvero.Qui sono con Memo Benassi...che dolci ricordi...
RICCETTO: "Vedo... e questo costume cos' è? "
ANITA:"Ah,questo...qui sono Irina,nel1e "Tre Sorelle" di Cechov. .."
RICCETTO: "E' ...splendida. ..E qui?"
ANITA:"Qui sono agli esordi,in una parte minore:sono Regina,in "Spettri"di Ibsen...allora era considerato ancora un testo un scandaloso...molto tempo dopo avrei interpretato la parte della madre!E qui...sono nel mio ruolo preferito.
RICCETTO: E' Giulietta , vero? "
ANITA: Fai progressi!Sì(con nostalgia)Qui sono proprio Giulietta!
RICCETTO(facendosi improvvisamente serio): Signora... che cosa vuole fare?
ANITA: A che proposito?
RICCETTO: A proposito dell'aggressione.Sono qui,seduto su una poltrona,guardo le sue fotografie,quando lei pochi minuti fa ha rischiato di morire a causa mia!
ANITA: E cosa vuoi che faccia,figlio mio?Niente!"
RICCETTO: Niente?
ANITA: Mi si stringe il cuore a vedere un ragazzo così giovane ridursi così...ma forse sono troppo vecchia per capire quello che succede oggi.Appartengo ad un mondo che sta scomparendo,e che è destinato a non lasciare traccia.Di me rimarranno... queste fotografie... e basta. RICCETTO: Come deve essere stata bella la sua vita, signora!Chissà che emozione si prova ad essere su un palcoscenico,davanti a tutta quella gente che non fiata...e beve le tue parole...io non ho mai provato nulla di simile!
ANITA: E' una sensazione meravigliosa!Quando si alza il sipario la paura che ti ha paralizzato,serrandoti la gola come in una morsa,d'incanto scompare,e ci sei solo tu... e il fascio di luce che ti circonda facendoti risplendere come una stella ..."
RICCETTO:"Se la mia vita fosse stata diversa...
Stacco musicale.

7
Sono passate alcune ore:casa di Anita,poco prima di mezzanotte.
ANITA:"Oh,mettiti un altro nome!Che cosa c'è in un nome?Quella che noi chiamiamo rosa,anche se chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso odore soave:così Romeo,se non si chiamasse più Romeo,conserverebbe quella preziosa perfezione,che egli possiede anche senza quel nome.Romeo,rinunzia al tuo nome,e per esso,che non è parte di te,prenditi tutta me stessa."
RICCETTO(leggendo dapprima timidamente e goffamente,e poi gradualmente meglio): "Io ti piglio in parola:chiamami soltanto amore,ed io sarò ribattezzato;da ora innanzi io non sarò più Romeo."
ANITA:"Chi sei tu che,così protetto dalla notte,inciampi in questo modo nel mio segreto?"
RICCETTO(con la giusta enfasi): "Con un nome io non so dirti chi sono.II mio nome,cara santa,è odioso a me stesso, perché è nemico a te:se io l'avessi qui scritto,lo straccerei."
ANITA:"L'orecchio mio non ha ancora bevuto cento parole di quella voce,ed io già ne riconosco il suono.Non sei tu,Romeo,e un Montecchi?"
Il pendolo di Anita suona la mezzanotte.
ANITA:"Oh...è mezzanotte...come vola il tempo..."
RICCETTO:"E' Natale!"
ANITA: "Ti dispiace essere qui?"
RICCETTO:"Oh,no...tutt'altro. Certo,è una sensazione strana,quella che provo:vengo per rubare,e finisco a recitare Shakespeare..."
ANITA: "Se tu sapessi quale fortuna incredibile ti è capitata..."
RICCETTO: "Conoscere lei? Non finire in galera?"
ANITA:"No,parlo del tuo talento naturale!"
RICCETTO:"Lei pensa veramente che io abbia del talento?E' possibile?"
ANITA:"Oh,il talento non si confonde,non si maschera,e a volte alberga nei luoghi più strani.Per contro,ci sono attori diligenti,precisi,seri che lottano per tutta la vita per sfondare,e non ne posseggono nemmeno una briciola!A volte il destino è crudele!Accetta un consiglio:non sprecare ciò che ti è stato dato!"
RICCETTO:"Credo...credo di doverle molto,Anita.(Pausa)Sa una cosa?Questa non è la notte di Natale che mi aspettavo,ma certamente è una serata..."
ANITA: “...una serata?"
RICCETTO:”…una serata da sballo! "

Il passo successivo lo devo a Lidia Motta e Adolfo Pitti, che mi propongono di scrivere un altro radiodramma, ma questa volta di diversa “pezzatura”. Mi commissionano una commedia di novanta minuti (la durata di un film!) per il contenitore serale dedicato alla prosa. Ragazzi, che emozione!!!!! Parliamo di Prosa, di teatro, di commedie (e tragedie). Parliamo di qualcosa che assomiglia molto al mio sogno: fare un film! In fondo, se invece di stanziare un budget di pochi milioni la RAI mi affidasse qualche miliardo, il film potrei farlo davvero. Ma sicuramente è meglio così.
L’incarico l’ho avuto. Resta da decidere quale soggetto scegliere. Mi viene in soccorso la mia vita precedente. Vi ho detto che sono stato un musicista e il mio gruppo, i “Procession”, è citato nelle storie della musica pop, mentre un paio di dischi in cui appaio sono oggetto di collezione in Giappone (cosa ci troveranno i giapponesi nella musica progressive italiana degli anni ’70 rimarrà sempre un mistero per me).
Dopo quell’esperienza quasi infantile, sono passato al Jazz, e siccome suonavo il sax, ho trovato meraviglioso fare parte di una big band accanto a musicisti che provenivano dal gruppo di Fred Buscaglione e dall’orchestra di Cinico Angelini. In quest’orchestra, che si esibisce il giovedì sera al “Du Parc”, un locale dove il tempo non è passato, il ’68 non è arrivato e dove si celebrano riti antichi, io suono il sax baritono. Da questa indimenticabile esperienza (suonare i pezzi di Duke Ellington e Count Basie, oltre ai “poutpourris” delle operette) nasce la mia idea di fare un tv-movie ambientato in questo mondo magico. Ovviamente nessuno mi dà retta… e allora lo trasformo in radiodramma.
Nasce così “Un taxi pieno di swing”. L’idea nasce dal fatto che il cantante dell’orchestra, un simpatico cinquantenne dai modi antiquati, per vivere fa il tassista. Come tanti altri musicisti, del resto.
Di “Un taxi pieno di swing” curo anche la regia. I protagonisti sono Giancarlo Dettori, che canta anche, e Laura Panti. Le musiche sono eseguite dall’orchestra del Du Parc diretta da Turi Golino, ex-prima tromba dell’orchestra di Cinico Angelini. Golino, malato, si ucciderà alla fine degli anni ’90.
Mi lascerà il ricordo dello strano mondo del “Du Parc” grazie al quale ho scritto un’altra, piccola pagina del mio cammino verso il mondo degli autori veri. Che è ancora lontano. E se non esistesse affatto? O se fosse irraggiungibile? Meglio non pensarci.

Seconda parte

Quelli che fanno la TV

I
Ritorno al futuro
Dove l’autore trova solo porte chiuse, finché Adriano Celentano provoca un terremoto le cui conseguenze arrivano a modificare indirettamente anche il suo destino.

Dal 1983, anno del primo programma televisivo per RAI TRE, al 1988, anno del radiodramma “Un taxi pieno di swing”, passano cinque anni. Sono cinque anni pieni di speranze, di delusioni e di speranze.
Arriva però il momento di fare un bilancio, rispondendo ad alcune domande: cosa ho combinato in questi cinque anni? Potevo fare di più o di meglio? Cosa ho concluso? Ma soprattutto, ho raggiunto il mio obiettivo? La risposta è NO. No che non ho raggiunto l’obiettivo. Volevo fare l’autore televisivo, non cimentarmi semplicemente con il mezzo.
La RAI di Torino di tanto in tanto mi affida una trasmissione. Ma sono sempre i soliti R.R. Dopo i primi due sul teatro, ho realizzato due puntate sui nomadi (“Zingari uomini emarginati”) e una sul benessere fisico (“I modi del corpo”). Ma è evidente che si tratta di un ripiego. Chi fa questi programmi vive in un limbo: se fa solo questi, non può definirsi un professionista. Se li alterna ad altre attività, allora le cose cambiano… ma in che modo questo avvenga, dipende da quali sono le altre attività. Come giustamente dicono con ironia i tecnici RAI, molti registi sono in realtà “insegnanti delle medie che hanno l’hobby della TV”.
E io, chi sono? A questo punto la definizione che meglio mi si adatta è quella di autore e regista radiofonico. Perché la mia fonte maggiore di reddito (basso, molto basso) è la radio. Ma io non voglio fare la radio. O meglio, vorrei fare ANCHE la radio. Che so, mi piacerebbe, in una pausa tra un film e una fiction, scrivere uno sceneggiato. Ma non so come arrivarci. E dire che c’è chi lo fa. Ma come?
E’ un periodo difficile e tormentato, in cui mi ostino a scrivere progetti che nessuno legge. Non mi scoraggio e passo da un tentativo all’altro.
Nel 1986, in sordina, mi sono trasferito a Roma. Non l’ho fatto per cercare fortuna o per avvicinarmi al mondo del cinema. E’ stato un caso, legato a una vicenda privata di cui non parlerò. Fatto sta che vivo a Roma. Ma a Roma non trovo lavoro. All’inizio mi sembra una città durissima, impenetrabile. Malgrado gli sforzi, non riesco a conoscere nessuno. Scrivo soggetti e sceneggiature. Riempio centinaia di pagine senza cavare un ragno dal buco. La cosa ridicola è che vivo a Roma, la città della Dolce Vita e del cinema, e lavoro a Torino, dove – per fortuna – ho ancora una casa.
Non mi arrendo. Conosco un attore, Adalberto Maria Merli. Quando ero bambino, lui era uno dei protagonisti dello sceneggiato “E le stelle stanno a guardare”. Un mito! Mi prende in simpatia. O più correttamente dovrei dire che si rende conto di avere trovato un buon ascoltatore. Mi trascina nei suoi progetti: un film su un episodio legato alla vita di Sandro Pertini durante al confino all’isola di Ponza (la storia di Titì, il cane dei confinati). Mi sembra una bellissima idea. E probabilmente lo è. Ma io non conosco nessuno e Adalberto, evidentemente, è stimato come attore ma non è considerato un interlocutore affidabile in tema di progetti di fiction.
Il bilancio è negativo: durante l’anno, riesco a fare un programma radiofonico di tre mesi durante l’estate (infatti ho dimenticato cosa siano le vacanze) e un R.R.
Pagare le bollette diventa un’impresa. Ma soprattutto mi sento un fallito.
Faccio amicizia con un mio coetaneo di Taranto che, come me, cerca di piazzare i suoi soggetti. Un giorno mi fa ascoltare un suo radiodramma giallo ispirato alla favola di Biancaneve. Fa il giudice e si chiama Giancarlo De Cataldo. Dovrà aspettare a lungo, ma alla fine la sua perseveranza verrà premiata. Chissà se ogni tanto ricorda la trepidazione con cui faceva ascoltare agli amici quella che in quel momento era la sua massima possibilità di espressione (solo perché ancora nessuno gliene dava la possibilità).
Se qualcuno mi domandasse cosa voglio fare con tutte le mie forze, risponderei: voglio lavorare in uno studio televisivo con un contratto da autore. E ovviamente voglio farlo per un programma a diffusione nazionale, non regionale. Ma come? Tutti quelli che conosco lavorano per la radio, oppure come me non hanno potere.
Poi, un giorno, un insieme di circostanze fanno sì che io ci riesca.
La cosa parte da lontano. Per la precisione, dall’edizione di “Fantastico”, il varietà del sabato sera di RAI UNO abbinato alla lotteria di Capodanno, che viene incautamente affidato a un outsider, o meglio, al re degli outsider: Adriano Celentano.
E’ l’edizione delle famose pause, dei silenzi imbarazzanti, delle dichiarazioni imbarazzanti. Celentano si scopre telepredicatore. Il risultato? Ascolti alle stelle, ma per la RAI un sacco di guai. Come può un’azienda come la RAI tutelarsi da una simile mina vagante? Affiancando al vulcanico conduttore un funzionario serio e affidabile ma anche sufficientemente anticonformista da non irritarlo. Quel funzionario, che nasce come regista interno, si chiama Bruno Gambarotta, è nato ad Asti e lavora per la sede RAI di Torino. E’ un intellettuale, un uomo di sinistra, un galantuomo. La sua presenza non infastidisce Celentano, che altrimenti lo farebbe sparire in quattro e quattr’otto, ma lo diverte. Tant’è che una sera, in diretta, lo chiama accanto a sé e lo costringe ad apparire. Da quel momento, per tutta l’edizione di “Fantastico”, Gambarotta diventa la spalla del “molleggiato”. E così un discreto funzionario RAI abituato all’understatement tipico dei piemontesi. La RAI se ne accorge e gli affida un programma tutto suo. Ne seguiranno molti altri, con Celentano, con Fabio Fazio e con altri.
Gambarotta è una persona simpatica che ho incontrato mille volte nei corridoi della RAI di Torino. Non posso dire che siamo proprio amici, perché non ci conosciamo abbastanza. Diciamo che tra noi c’è un rapporto di stima e simpatia. Tra l’altro, Bruno sa che mi sono trasferito a Roma ma che lavoro spesso a Torino, perciò sono “su piazza” in entrambe le città (“su piazza” vuol dire che non ho bisogno che mi paghino vitto e alloggio in nessuna delle due città: è una caratteristica che la RAI gradisce alquanto).
Un giorno, incontrandomi nei corridoi della RAI di Torino, mi chiede se vivo sempre a Roma. Alla mia risposta affermativa, dice: “Devo condurre la nuova edizione di LASCIA O RADDOPPIA? Serve un autore su piazza a Roma.” A determinare la scelta in questo caso è un concorso di circostanze: la stima e la cortesia di Gambarotta e il fatto che, avendo casa Roma, farei risparmiare la RAI. Mai come in questo caso sono contento di dare il mio contributo al risanamento delle casse dell’azienda di stato. Accetto e resto in trepidante attesa. Passa una settimana, ne passano due, tre, quattro… comincio a disperare, poi archivio la vicenda: mi è successo (e mi succederà ancora) mille volte che un progetto che sembra sicuro non si concretizzi.
E invece, qualche tempo dopo, Gambarotta mi telefona a Roma, comunicandomi che LASCIA O RADDOPPIA? Non si farà a Roma, ma a Torino. Perciò, se sono “su piazza” anche nella mia città natale, l’offerta è ancora valida. Accetto e finalmente riesco a raggiungere il mio obiettivo: ritornare in televisione, non più con una rubrica regionale, ma con un programma nazionale.








II
Sulle orme di Umberto Eco

Dove l’autore dapprima raddoppia, ma poi è costretto suo malgrado a lasciare.

Il mio lavoro come autore di LASCIA O RADDOPPIA? comincia con le selezioni dei concorrenti, che si fanno a Roma. Gli autori, capitanati da Mimmo Scarano, ex-direttore di RAI UNO, sono infatti tutti di Roma. La scelta di realizzare il programma negli studi della sede RAI di Torino dipende da questioni interne: di tanto in tanto la RAI sposta alcune produzioni nelle sedi meno utilizzate, come appunto Torino. O come Napoli, dove molti anni dopo realizzerò un mio programma. Ma questa è un’altra storia.
LASCIA O RADDOPPIA? è un programma quotidiano, in onda dal lunedì al venerdì alle 18. A condurlo, l’inedita coppia Giancarlo Magalli (per la parte di spettacolo) e Bruno Gambarotta (per il quiz). All’interno la divisione dei compiti è netta: dello spettacolo (ospiti e chiacchierate varie) si occupano Mimmo Scarano e Giancarlo Magalli, con il veterano Francesco Macchia, storico autore RAI soprannominato “il barone”. Un gruppo di “specialisti” di cui faccio parte io si occupa invece dei quiz. Ma cosa vuol dire, tecnicamente, essere autori dei quiz? Ovviamente, che bisogna scrivere le domande. E che queste domande devono essere, possibilmente, divertenti e accattivanti e suscitare interesse e curiosità. Non solo: nell’idearle bisogna utilizzare dei criteri di difficoltà che permettano di prevedere nei limiti del possibile quanti concorrenti riusciranno ad aggiudicarsi il premio finale. Se in un telequiz il 90% dei concorrenti si aggiudicasse il massimo del montepremi, il programma verrebbe chiuso perché, oltre a determinare la rovina economica dell’emittente, dopo poche puntate perderebbe ogni appeal, diventando prevedibile.
Ciò che nei quiz in particolare e nei game – show in generale (questo discorso vale anche per AFFARI TUOI) attira il pubblico è la suspense: il massimo dell’audience si ottiene quando un concorrente rischia di perdere tutto. Non escludo che parte dell’appeal dei telequiz sia una sorta di sadismo: i telespettatori SPERANO che il concorrente sbagli e in un attimo perda tutto quello che aveva accumulato. Lo stesso discorso in fondo vale per le corse di Formula Uno: è vero, sicuramente ad attirare il pubblico ci sono l’amore per una nobile disciplina sportiva, la passione per i motori, l’ammirazione per i piloti, che sono gli eroi dei nostri tempi. Ma c’è anche la segreta e sicuramente inconfessata speranza che succeda un incidente. E quando questo accade, il dolore e la partecipazione dei telespettatori sono sinceri… ma le immagini di un incidente attraggono il pubblico in modo morboso. Perché i piloti non sono soltanto degli eroi: sono anche i moderni gladiatori. I concorrenti dei quiz-show, per suscitare interesse nel pubblico televisivo, non devono combattere né venire trafitti da una spada. E neppure devono essere sbranati da un leone, come avveniva ai cristiani ai tempi di Nerone. E’ sufficiente che accumulino una grossa somma di denaro, possibilmente proprio quella somma che potrebbe risolvere definitivamente i loro problemi economici e che la perdano con un’unica risposta sbagliata. Di fronte a un evento del genere, la solidarietà del pubblico è autentica, così come è autentico il suo insano godimento. Il pubblico televisivo vive una forma di schizofrenia. Ma non c’è niente di strano in questo: un automobilista che si trova a passare vicino alla scena di un incidente possibilmente mortale, difficilmente resiste alla tentazione di fermarsi a guardare. In questo caso da quella degli automobilisti, passa in quella dei cosiddetti “curiosi”.
Perché un quiz – show funzioni, inoltre, i concorrenti devono essere persone comuni.
Si deve innescare un processo di immedesimazione: lo spettatore a casa deve vedere nel concorrente uno come lui. E’ una conseguenza del ruolo sempre più importante che hanno le persone comuni nella televisione italiana. Con il moltiplicarsi delle emittenti (da una a due a tre RAI, al proliferare delle televisioni locali, alla nascita dei grandi network nazionali) l’offerta di programmi si è moltiplicata e sempre di più i loro protagonisti sono persone comuni. Questa evoluzione determina un cambiamento nella tipologia dei concorrenti dei quiz: non c’è più spazio per gli onniscienti campioni di LASCIA O RADDOPPIA? e IL RISCHIATUTTO. Dagli anni ’80 in poi, il pubblico televisivo non si affeziona più a personaggi come Gian Luigi Mariannini o Lando Degoli o Massimo Inardi. Questo perché chi partecipava a LASCIA O RADDOPPIA? e IL RISCHIATUTTO doveva avere una competenza SPECIFICA E SPECIALISTICA su un determinato argomento. Massimo Inardi, concorrente del RISCHIATUTTO, sapeva tutto, ma proprio tutto su Mozart. Lando Degoli, un altro, grande esperto di musica, cade su questa domanda: “In quale opera Giuseppe Verdi ha usato il controfagotto?”
Degoli risponde “Falstaff” e perde: per la cronaca, la risposta esatta è “Don Carlos” (in realtà la vicenda ha un seguito: Degoli scopre che Verdi ha usato il controfagotto in due opere). Ecco, negli anni ’90 non c’è più spazio per domande come queste. Perché i telespettatori, per appassionarsi, devono sapere di cosa si parla. Il professor Inardi sa tutto sulla classificazione delle opere di Mozart e il pubblico lo segue con passione. Oggi a chi interessa sapere che la sinfonia n. 25 in sol minore è la K 183? Per la cronaca, e soprattutto per chi non lo sa e magari è incuriosito dall’argomento, “K” sta per Ritter Ludwig von Kochel, autore del catalogo di Mozart.
La mancanza di interesse per le domande specialistiche è uno dei motivi del cambiamento di registro, ma non l’unico. In più c’è da dire che i quiz show una volta erano settimanali, mentre già negli anni ’80 sono quotidiani: è il caso de IL PRANZO E’ SERVITO, condotto da Corrado, in onda tutti i giorni su CANALE 5 a partire dal 1982 e de LA RUOTA DELLA FORTUNA con Mike Bongiorno, sempre su CANALE 5 dal 1987 (dopo una prima esperienza triennale su ODEON ).
Insomma, una volta i telequiz erano pochi, anzi, pochissimi e per questo i loro protagonisti diventavano dei veri personaggi. Con l’avvento dell’era delle emittenti private, c’è un elevatissimo consumo di concorrenti. Questo rende impossibile, oltre che inutile, trovare dei veri esperti. E’ inutile perché il telespettatore non vuole domande troppo difficili e specialistiche: vuole rispondere anche lui dalla poltrona di casa. E se riesce ad azzeccare la risposta, è contento.
Fatte queste considerazioni, torniamo all’edizione di LASCIA O RADDOPPIA? del 1990. Insieme con gli altri autori mi occupo della selezione dei concorrenti. Vedo qualche centinaio di candidati, ciascuno dei quali si presenta su una singola materia.
Ma di esperti non c’è traccia. E’ un casting moderno, che si basa sulla ricerca dei personaggi. Perché questa è la funzione dei moderni concorrenti: interessare il pubblico. Naturalmente devono conoscere la materia che portano. Ma non più di tanto.
Ogni candidato indica le proprie fonti, costituite da un libro fondamentale più alcuni testi complementari. Su questi testi – ed esclusivamente su questi – si fanno le domande.
Per esempio, la pittoresca concorrente che si presenta sulla storia di Mata Hari (pittoresca perché si veste esclusivamente di nero, con pizzi e trine trasparenti e ha un’aria volutamente sinistra) si è preparata su una esauriente biografia della famosa spia. Lo stesso vale per il concorrente che porta la vita e Giuseppe Garibaldi.
Il materiale che riguarda la musica e il cinema è però più vasto: ne sono prova i quiz sui Beatles, su Beethoven, sui film di James Bond e su Anna Magnani. Le domande sui Beatles sono state prese da due libri storici (uno è la classica “biografia autorizzata”); ma i più ci sono bisogna rispondere sui dischi dei quattro musicisti (anno di uscita, musicisti ospiti, brani musicali presenti).
Le domande su James Bond riguardano ovviamente i romanzi di Ian Fleming, i loro titoli e le loro trame, ma soprattutto i film: scontate le domande sugli attori che hanno sostituito il mitico Sean Connery (all’epoca, Gorge Lazenby, Roger Moore e Thimoty Dalton).
In più, ci sono gli attori che appaiono nei vari film, dalle bond girl ai vari antagonisti di 007 alle presenze fisse come “M” e Miss Moneypenny.

Il lettore di questo libro, che si suppone sia un giovane determinato a intraprendere la carriera dell’autore televisivo, si porrà qualche domanda: qual è il compito di un buon autore di quiz? E’ un compito creativo?
L’esperienza di LASCIA O RADDOPPIA mi insegna che un buon autore di quiz deve essenzialmente stare attento a tutto quello che scrive. Perché anche una singola parola, un aggettivo, un verbo possono essere oggetto di contestazione, quando ci sono soldi in palio. E a LASCIA O RADDOPPIA? I soldi in palio ci sono. Non si tratta di somme favolose: queste c’erano nei telequiz di una volta (la prima versione di LASCIA O RADDOPPIA? E IL RISCHIATUTTO potevano veramente cambiare la vita di una persona), ma a volte si arriva a cento milioni, che nel 1990 hanno ancora un certo valore. Ma siamo lontani dai milioni di euro
che vengono distribuiti dai programmi sbanca – audience, come avviene oggi e che vengono sacrificati nel nome del dio Auditel.
Quindi, la prima regola è: fare domande chiare e comprensibili, prive di qualsiasi ambiguità. La seconda è controllare fino alla nausea, perché il refuso è sempre in agguato (gli autori sono esseri umani e non computer).
Sulla creatività, la risposta è affermativa: in questo come in molti altri programmi, si alternano “domande secche” e domande a “multiple choice”, cioè a scelta multipla (al concorrente vengono offerte tre, cinque o più risposte, solo una delle quali è esatta). Va da sé che, specialmente nei quiz a multiple choice, l’autore può sbizzarrirsi scrivendo risposte spiritose ma non così tanto da risultare subito sbagliate. E poi scrivere bene i quiz è molto meno facile di quello che può sembrare. Anche perché, per scrivere una domanda come un romanzo o uno sceneggiato, bisogna… saper scrivere. Lo so, sembra un esercizio retorico, un’affermazione lapalissiana e quindi inutile, ma non lo è: si sta diffondendo sempre più in televisione la figura dell’autore che non scrive. Non scrive perché NON sa scrivere. Tra pochi anni mi renderò conto di quanto sia rara la figura l’autore - scrittore. In TV molti autori non prendono neanche in mano la penna (o il computer): parlano, danno suggerimenti, fanno spiritose invenzioni, propongono di ospitare l’uno o l’altro. Loro sono gli autori più pagati: loro è il primato dell’audience.
E’ ovvio che ci sono molte eccezioni, ma si tratta appunto di eccezioni a una regola che non tarderò a scoprire e trovare barbara. Per un autore, saper scrivere non è detto che sia utile. Anzi, spesso è un limite, perché chi scrive… puzza di vecchio! Almeno in una certa televisione, quella dei reality - show… ma prima che facciano la loro comparsa in Italia devono passare alcuni anni.
Considerando che viviamo in un’epoca in cui i valori sono completamente sovvertiti, devo concludere che per un autore dotato della capacità (e della voglia) di scrivere, il quiz show può costituire una buona possibilità di “sfogo creativo”. Naturalmente, per chi, come me, continua a sognare di scrivere prima o poi un film, si tratta di un lavoro un po’ frustrante. Ma la gioia di lavorare finalmente in un programma televisivo di una certa importanza (almeno così mi appare LASCIA O RADDOPIA? in quel lontano 1990) cancella ogni altra considerazione.
Anche perché questa esperienza si rivela positiva anche sotto il profilo delle possibilità future: come ho detto, Mimmo Scarano, capo – progetto del programma, è un uomo RAI di grande esperienza: è stato direttore del TG 1 e di RAI UNO e, dopo essere andato in pensione, è rientrato il RAI con un contratto di consulenza (è una pratica comune a molti altri grandi nomi, come Enzo Biagi e Enzo Zavoli). All’epoca si pensa che Scarano e il suo gruppo, dopo LASCIA O RADDOPPIA?, faranno altri programmi. Scarano vorrebbe risuscitare anche CAMPANILE SERA, oppure trasformare il popolare gioco del MERCANTE IN FIERA in programma televisivo. Io sono stato ammesso nel gruppo e così, quando LASCIA O RADDOPPIA? chiude i battenti, mi metto ad aspettare la chiamata di Scarano. Chiamata che non arriva e non arriverà mai. Io non c’entro: evidentemente il percorso televisivo del mio “capo progetto” si è interrotto. Lo scoprirò dopo circa un anno. E dire che Stefano Pettinati, giovane critico televisivo che lavora per LA STAMPA oggi scomparso, scrive un articolo in cui ricorda che nella prima edizione di LASCIA O RADDOPPIA? uno degli autori dei quiz era Umberto Eco e mi augura un futuro simile al suo. E’ un augurio simpatico, di cui gli sono grato. Purtroppo Pettinati non è un buon profeta: per me non arriva la gloria, ma tempi duri.

III
Mala tempora currunt

Dove l’autore, nuovamente fuori dalla tv, non sa che pesci pigliare, a parte quelli che gli arrivano in faccia.

Dalla depressione, logica conseguenza della delusione (credevo che LASCIA O RADDOPPIA? fosse solo l’inizio e invece sono nuovamente disoccupato) mi salva, almeno momentaneamente, la cara, vecchia radio. A sorpresa, Ermanno Anfossi mi propone di tornare a lavorare per RADIO DUE, per l’ennesimo programma estivo.
L’ultima estate radiofonica della mia vita è la sintesi delle mie precedenti esperienze: il programma si intitola “Lavori in corso”, va in onda all’ora di pranzo e vede come autori e conduttori Alberto Gozzi ed Ermanno Anfossi insieme. Anche in questo caso mi viene offerta la regia, ma questa volta sono anche AUTORE del programma. Il mio nome è accanto a quello dei miei due maestri. Lo considero il segno di un “riposizionamento”, anche se il mio ruolo aurorale è ovviamente molto inferiore a quello dei miei compagni d’avventura. Non sarà l’ultima volta: imparerò a mie spese quanta pazienza ci vuole per fare il “secondo pilota”, o, peggio che mai, il terzo.
Anche questa volta mi sbizzarrisco con effetti audio e musiche. Diciamo che il nuovo ruolo mi garantisce una maggiore libertà.
Ma ormai la radio – questa radio – non fa più per me.
L’ultima estate radiofonica della mia vita è la sintesi delle mie precedenti esperienze: si intitola “Lavori in corso”, va in onda all’ora di pranzo e vede come autori e conduttori Alberto Gozzi ed Ermanno Anfossi insieme. Anche in questo caso mi viene offerta la regia, ma questa volta sono anche AUTORE del programma. Il mio nome è accanto a quello dei miei due maestri. Lo considero il segno di un “riposizionamento”, anche se il mio ruolo aurorale è ovviamente molto inferiore a quello dei miei compagni d’avventura. Non sarà l’ultima volta: imparerò a mie spese quanta pazienza ci vuole per fare il “secondo pilota”, o, peggio che mai, il terzo.
Anche questa volta mi sbizzarrisco con effetti audio e musiche. Diciamo che il nuovo ruolo mi garantisce una maggiore libertà. Ma ormai la radio non fa più per me.
Alla fine, buona parte del 1990 la passo a Torino: quattro mesi dedicati a LASCIA O RADDOPPIA? e altri quattro a LAVORI IN CORSO.
A settembre torno a Roma e mi rimetto a cercare lavoro. Sarà uno degli anni più difficili della mia vita: sono abituato alle estenuanti attese di una telefonata da parte della RAI, alla quotidiana ricerca di lavoro, a scrivere proposte che vengono puntualmente respinte.
Dal settembre del 1990 fino allo stesso mese dell’anno successivo le tento tutte: accetto un paio di altri programmi radiofonici come programmista regista, ma ormai non riesco più a sopportare la riduttività del ruolo. Scarano si fa vivo con l’annuncio della prossima partenza di un nuovo programma; per farlo sono costretto a lasciare la radio (se non faccio una pausa contrattuale, la RAI non potrà scritturarmi per un po’ di mesi)… ma non succede niente e il programma non parte.
Mi chiudo in casa a scrivere progetti e proposte. Lavoro a quattro mani (anche se spesso a distanza) con un’autrice con “faccio ditta”. Si chiama Marilena Moretti, è torinese e un po’ matta (come me). Ci siamo conosciuti alla radio, dove abbiamo realizzato insieme DOVESTATE (lei era l’autrice dei quiz) e abbiamo iniziato a collaborare. Insieme andiamo alla FININVEST, alla ITALIANA PRODUZIONI (la società di Stefania Craxi che tempo si trasformerà in ENDEMOL ITALIA). Andiamo alla RAI. Ma non succede niente. La domanda che mi tormenta sempre è: perché? Cos’ho che non va? Dove sbaglio? Qui si rende necessaria una considerazione, ad uso degli aspiranti autori.
E’ giusto dubitare delle proprie scelte, pensando per esempio di avere sbagliato tutto e di non avere le qualità per questa professione? Non riuscire a entrare veramente nel mondo della tv può essere determinato da mancanza di talento o di capacità? Devo concludere che avrei fatto meglio a fare l’avvocato, come era desiderio dei miei genitori e come sembrava scritto nel mio destino? Ma a mancarmi sarà poi il talento o il carattere?
E ancora: faccio bene a pormi tutte queste domande? Negli anni successivi avrò modo di conoscere persine che non sono mai sfiorate da dubbi. Si tratta di persone che, forse sbagliando, giudico non molto intelligenti. In realtà avrò modo di scoprire che l’intelligenza che non hanno è quella emotiva: non capiscono nulla degli altri né probabilmente di se stessi. Per questo non hanno dubbi. Sono però abilissimi nel prendersi gioco degli altri, arrivando a veri episodi di nonnismo e di bullismo. Queste persone prive di dubbi sono infinitamente più abili di me. Anni dopo saranno tutte (ebbene si, ho avuto l’occasione di lavorare insieme con almeno tre di loro) alla guida di alcuni dei programmi di maggior ascolto della televisione italiana. Ovviamente si tratta di programmi il cui ingrediente principale è il cinismo, unito a una discreta dose di cattiveria).
Io invece i dubbi li ho, eccome! Con il senno di poi devo concludere onestamente che c’è un concorso di colpa in quello che ritengo il mio fallimento: l’ingenuità.
Non ho ancora avuto modo di capire in quale direzione sta andando la televisione, cosa vuole il pubblico. E questo perché in realtà io VOGLIO fare televisione ma NON LA AMO. Non mi piace guardare i programmi di intrattenimento: aspiro a farli ma non sono un telespettatore. Continuo a sognare il mio film, il mio romanzo… si tratta di sogni e di aspirazioni che nulla hanno a che fare con la tv commerciale.
Una discreta responsabilità in questo equivoco ce l’ha il lavoro in radio: a parte l’esperienza con il quiz DOVESTATE, mi sono sempre occupato di programmi che avevano qualcosa a che fare con la cultura. Ho scritto anche dei programmi per l’estero (quelli sulle “onde corte”): uno sulla storia del festival di Sanremo, una sui grandi epistolari amorosi della storia, uno sul romanzo popolare, uno sulla storia del teatro leggero e del varietà. Eccezion fatta per Sanremo, tutti argomenti interessanti ma privi di “appeal” se trasportati in televisione. In quel lontano 1990, non sono ancora abbastanza attrezzato e strutturato per fare proposte convincenti. Ma se anche lo fossi, non avrei la forza di farle approvare. Perché questa è una condizione imprescindibile per lavorare in tv.
Per meglio capire il limite dei tentativi fatti in questi periodo, prenderò in esame un progetto che mi sembra particolarmente convincente e che evidentemente non lo è. E’ un progetto che in qualche modo si rifà anche all’esperienza di LASCIA O RADDOPPIA?
Si tratta di PRENDI O TRASCENDI? Già il titolo fa capire che in questo momento sono ancora un extraterrestre.

PRENDI O TRASCENDI?
Programma a quiz

PREMESSA
"Prendi o trascendi" nasce da due diverse considerazioni, apparentemente indipendenti se non in contrasto tra loro:il BISOGNO DI ASSOLUTO,e L'INTRAMONTABILE SUCCESSO DEI QUIZ TELEVISIVI.
Oggi si assiste al manifestarsi di un crescente bisogno di TRASCENDENZA da parte un numero sempre maggiore di persone;i motivi sono diversi,e vanno da una diffusa sfiducia verso la scienza e le grandi ideologie,alle cosiddette "paure di fine secolo" .
Tutto ciò fa sì che in Italia il pensiero religioso non soltanto cattolico abbia uno spazio sempre maggiore;non va dimenticato inoltre che una delle proposte più interessanti a proposito della spinosa questione dell'ora di religione nelle scuole è stata quella di introdurre nei programmi scolastici l'ora di storia delle religioni.
Va considerato inoltre che in Italia vivono,oltre a milioni di cattolici,numerosissimi ebrei,musulmani,testimoni di Geova,e che le sette religiose di vario ordine e ispirazione sono alcune migliaia.
Abbandonata la considerazione SACRA,veniamo a quella PROFANA:i quiz televisivi,genere di per se intramontabile,conoscono in questo periodo un momento particolarmente felice;infatti si fanno quiz su tutti gli argomenti,comprese le abitudini sessuali e la vita di coppia.
Nessuno però fino ad ora ha realizzato un gioco a quiz su un argomento serio e impegnativo quale...la TRASCENDENZA. Ed è proprio questo che si propone "Prendi o trascendi": avvicinare gli italiani al vastissimo mondo della storia della RICERCA DELL'ASSOLUTO,dall'antichità ad oggi,senza rinunciare ai motivi di interesse e spettacolarità propri del programma televisivo,e nel contempo senza mai scadere nel BLASFEMO o nell'IRRIGUARDOSO.

IL PROGETTO
"Prendi o trascendi" è un programma a quiz che verte su materie particolari" : le RELIGIONI e le MITOLOGIE.
Tra le materie figurano:
l)Mitologia greca e romana
2)Personaggi biblici e sacre scritture in genere
3)11 Talmud e la Torah
4)11 Corano
5)Induismo e testi indù:Upanishad,Baghavad Gita,Veda
6)11 Buddismo
7)Sette religiose
8)La religione cattolica
Per la preparazione delle domande si suggerisce il ricorso ad una commissione di esperti:un docente di storia delle religioni,un teologo cattolico,un rabbino ecc. I concorrenti saranno persone interessate alle particolari tematiche:religiosi e religiose che concorreranno a fini di
beneficenza o per finanziare chiese e ordini,studenti o studiosi di religioni,ma anche semplici cittadini interessati alla " trascendenza" .
La prima parte del quiz verterà su domande relativamente semplici;giunti verso la fine della trasmissione,i concorrenti potranno scegliere se "prendere"il monte premi vinto fino a quel momento, o se " trascendere" , accettando cioè di rispondere a domande molto più difficili e specialistiche:se risponderanno esattamente a queste ultime,vinceranno un super-premio. Al fine di proporre ai concorrenti le domande,si utilizzeranno gag interpretate da attori e spezzoni di film e sceneggiati di argomento mitologico o religioso:dai film sulle gesta di Ercole,a "Sansone e Dalila" ,a "La Bibbia" ,a "I Dieci Comandamenti" , al "Vangelo secondo Matteo" , a "Jesus Christ Superstar" .

GLI OSPITI
E' prevista la partecipazione,come "guest star",di ospiti di prestigio:dal gesuita Bartolomeo Sorge,a Elia Toaff,a rappresentanti del mondo islamico,a Guido Ceronetti,a studiosi di indologia come il prof. Piantelli.
Ci potrà anche essere un "angolo del problema" : religiosi,rappresentanti di chiese ufficiali ma anche di sette minori, potranno segnalare ai telespettatori un particolare problema: dall'emarginazione,al caso di intolleranza religiosa,al problema economico (una chiesa da ricostruire,un caso umano).

GAG E CATTIVO GUSTO
"Prendi o trascendi"non dovrà mai rinunciare alla spettacolarità e ai suoi mezzi tradizionali,come le gag e gli sketch finalizzati alla formulazione di domande;nel contempo,dato il particolare tema trattato,dovrà evitare di urtare la suscettibilità dei credenti appartenenti all'una o all'altra religione. Riteniamo che sia possibile trovare un modo equilibrato di
ottenere una " spettacolarità rispettosa ": è antica consuetudine televisiva e cinematografica fare gag su personaggi mitologici o biblici;nessuno avrebbe nulla da obiettare vedendo attori impersonare,in gustose scenette,Zeus,Era,Afrodite o Efesto;una equilibrata ironia su personaggi come Giona,Mose,Davide e Golia è da tempo accettata dal pubblico (vedi Mel Brooks);lo stesso vale per numerose altre figure legate all'una o all'altra religione.
Naturalmente si eviterà di scherzare su argomenti quali la passione di Cristo,o su temi particolarmente cari al mondo islamico:anche con questi doverosi limiti rimarranno infiniti spunti per testi brillanti.

Oggi il compito dell’aspirante autore è facilitato dal grande spazio che la stampa riserva alla televisione in generale e ai format in particolare. Tutto quello che avviene in televisione fa notizia. Ci sono almeno dieci settimanali (le cosiddette riviste di gossip) che pubblicano soltanto notizie sui personaggi della tivvù. E il bello è che per essere un personaggio televisivo non è necessario essere un affermato professionista. Per ritrovarsi protagonista di servizi fotografici e di articoli pieni di pettegolezzi spesso inconsistenti è sufficiente partecipare a un reality show come concorrente. E infatti i concorrenti dei reality show altri non sono che figuranti in cerca dell’occasione per raggiungere la ribalta e diventare protagonisti. Ma non intendo tediare i lettori con queste riflessioni, che sono state già fatte da personaggi più autorevoli di me purtroppo senza alcun esito. Anche perché chi avrebbe il potere di decidere la composizione dei palinsesti ha accuratamente evitato di fare una bella e sana disinfestazione. Fatto sta che oggi tutti sanno tutto sui programmi televisivi e quotidiani un tempo seri, dotati di prestigiose pagine dedicate alla cultura e allo spettacolo, riservano un’attenzione degna della premiazione degli Oscar al quotidiano resoconto dei rapporti sessuali, dei frizzi e dei lazzi, delle bestemmie anche dei rutti e delle puzze dei concorrenti del Grande Fratello. Absit iniuria verbis: sia ben chiaro che questo peraltro innocuo pistolotto non è rivolto alla multinazionale che produce il popolare programma, ma ai giornalisti della cara stampata e ancor più ai loro direttori, che nella speranza di vendere qualche copia in più ospitano le quotidiane cronache dei reality. Qualcosa del genere lo vivrò nel 1993, quando, autore di NON E’ LA RAI, assisterò con sgomento e stupore all’incredibile fiorire di commenti, notizie ed editoriali sui vaniloqui di Ambra e soprattutto del suo suggeritore occulto, Gianni Boncompagni.
Insomma, se fossi più attento, come certamente sono oggi i giovani autori, che sicuramente sanno tutto di pupe e secchioni, grandi fratelli, isole, talpe, fattorie e ristoranti, penserei che in una televisione che trasmette C’ERAVAMO TANTO AMATI e IL GIOCO DELLE COPPIE, è perfettamente inutile, anzi, corrisponde a un tentato suicidio proporre PRENDI O TRASCENDI. Il primo quiz mistico della televisione italiana non è l’unica proposta che elaboro: ci sono anche un programma sul romanzo rosa di ieri e di oggi, un divertente rotocalco sugli animali… intendiamoci, si tratta di progetti interessanti. Forse oggi un canale satellitare potrebbe produrli. Ma una rete generalista non può permettersi di sperimentare programmi che hanno a che fare con la cultura. A meno che a proporli, dando loro un tocco “glamour”, non sia uno come Gregorio Paolini. Che ancora non si è trasformato in guru della nuova televisione.
Lo sbocco ideale per le mie proposte sarebbe RAI TRE. Riesco a farmi ricevere da Bruno Voglino, storico capostruttura di RAI TRE. Voglino si dice interessato al mio programma sugli animali che potrebbe essere inserito in un programma – contenitore. Inutile dire che sto ancora aspettando che Voglino mi richiami.
Non demordo e scrivo la sceneggiatura di un film, LA VIA DEI NANI. Ispirato a un fatto vero avvenuto nel 900 dopo Cristo, racconta la storia di un saraceno che vive in pace in un paesino del Piemonte. E’ una storia che parla di pace, tolleranza, coabitazione fra culture diverse. Ne parla molti anni prima dell’attentato alle torri gemelle, dell’integralismo islamico e dello scontro di civiltà.
LA VIA DEI NANI rischierà di diventare veramente un film: Maria Fares, la produttrice della LANTERNA MAGICA (la società che ha realizzato IL TRENO AZZURRO e LA GABBIANELLA E IL GATTO) se ne innamora e cerca in tutti i modi di coprodurlo con MEDUSA. Diciamo che il mio progetto arriva in finale, ma viene sconfitto ai rigori e alla fine MEDUSA sceglierà un altro progetto che parla della pizza. Quando uscirà, scoprirò che si tratta di TOTO’ SAPORE. Per la cronaca, l’interesse della LANTERNA MAGICA è motivato dal fatto che nella sceneggiatura il saraceno racconta alcune fiabe della sua terra, alle quali la donna che lo ospita, una “masca” (un incrocio fra una “medicona” e una strega) contrappone fiabe e leggende piemontesi. Sono proprio queste fiabe e queste leggende che Maria Fares vorrebbe raccontare attraverso dei cartoon.
Poi, accade il miracolo. O, più semplicemente, si presenta un’occasione. E’ un’occasione che cambia la mia vita e il mio rapporto con il lavoro e fa sì che la mia fame di tivvù venga placata. Anzi, fa sì che io faccia indigestione. Per capire come questo sia potuto avvenire, bisogna tornare indietro di due anni. La mia amica Marilena, con cui scrivo e propongo progetti da anni e che ho presentato alla struttura che realizza i programmi radiofonici per l’estero, che le ha commissionato subito un ciclo di puntate, ha iniziato a lavorare in televisione nei primi anni ’80, in un’emittente torinese, dove conduceva un programma giornalistico c’era un giovanissimo tuttofare, un ragazzo che si occupava di tutto, anche delle incombenze più umili. Questo ragazzo si chiamava Roberto Giovalli. In quel fatidico 1990 lavora alla FININVEST. Il suo ruolo? Braccio destro di Silvio Berlusconi. Questa circostanza rappresenta la fatidica occasione, quella che probabilmente capita una sola volta nella vita. Marilena telefona a Giovalli, gli ricorda i tempi che furono e lui, diversamente da quello che fanno i più, non glissa, non finge di non ricordare, non mostra fastidio verso la testimone di un momento non esaltante della sua carriera (molti personaggi, una volta “arrivati”, operano subito una drastica rimozione di tutto ciò e soprattutto di chi può ricordare un’epoca in cui non comandavano ma dovevano obbedire). Giovalli invece dimostra di non avere perduto la propria umanità. Riceve Marilena affettuosamente e prende nota delle sue richieste. Che si riducono a una: lavorare per una delle reti FININVEST. Giovalli segnala la richiesta di Marilena a Vittorio Giovanelli, il responsabile delle risorse artistiche. Qualche giorno dopo Marilena ottiene un appuntamento, al quale porta anche me. Giovanelli viene dalla vecchia scuola della RAI e in televisione ha fatto tutto. Insomma, è un uomo che conosce perfettamente il mezzo, come si può capire dal suo libro, LE TRIBU’ DELLA TIVVU, che uscirà nel 2000. Gli illustriamo il nostro curriculum, fatto di quiz radiofonici, radiodrammi, programmi culturali, documentari e rubriche regionali per RAI TRE. E naturalmente gli illustriamo i nostri progetti. Chissà cosa pensa, mentre ci osserva. Perché Giovanelli è abituato a valutare gli interlocutori con l’occhio esperto di chi sa cosa funziona e cosa non funziona. Per un po’ della vicenda FININVEST non sappiamo niente, tanto che a un certo punto decidiamo di archiviare la pratica e di ricominciare da capo. Poi a Marilena arriva una telefonata: Giovanelli ha deciso di realizzare per RETEQUATTRO un nuovo programma – contenitore per RETEQUATTRO, emittente con un target squisitamente femminile, trasmette per tutto il pomeriggio telenovele argentine e soap-opera americane. Qualche titolo? LA MIA SECONDA MADRE, SENTIERI, ASPETTANDO IL DOMANI, LA VALLE DEI PINI e altre amenità. Giovanelli vorrebbe un programma che si inserisse tra una telenovela e una soap, guidando per mano i telespettatori (o meglio, le telespettatrici) e tenendoli inchiodati al teleschermo con rubriche, giochi, interviste, incontri. Il tutto condito con abbondanti (nei limiti della legge) dosi di telepromozioni. Per un compito del genere ci vuole una conduttrice che possa piacere al pubblico femminile, alle signore della rete. La scelta cade su Patrizia Rossetti, una graziosa trentenne di Empoli dai capelli rossi, un po’ naìf ma simpatica e umana. La Rossetti è destinata a diventare l’idolo delle signore di RETEQUATTRO, che costituiranno fan-club in tutta Italia. Il programma si intitolerà BUON POMERIGGIO.
E’ una notizia bellissima: ovviamente si tratta di un programma commerciale, anzi, commercialissimo, ma è l’ingresso ufficiale alla mitica FININVEST. E siccome la RAI non pare interessata alle nostre proposte e soprattutto non ci dà alcuna garanzia di continuità, avere un programma quotidiano che si suppone anche ben retribuito rappresenta una prospettiva alquanto invitante. Ma ecco arrivare la doccia fredda: c’è posto per un solo autore. Non solo: la titolare della segnalazione è la mia amica Marilena, che ha l’ulteriore vantaggio di essere donna e di essere quindi perfetta per un programma “rosa”. Non abbiamo scelta: Marilena deve accettare e la nostra coppia purtroppo si scioglie. Almeno per il momento.
Seguono due anni di attesa e di ricerca, che riempio scrivendo alcuni programmi radiofonici per l’estero, ognuno dei quali rende pochi spiccioli. La mia situazione è sempre più disperata e la depressione è in agguato.

IV
Dalle stelle alle… telepromozioni

Dove ancora una volta è l’amicizia ad aiutare l’autore a fare la TV… e dove l’autore si convince che essere un traditore sia cosa buona e giusta.

Saltiamo a piè pari il periodo della frustrante attesa di un nuovo ritorno in TV e facciamo un salto temporale. La prima edizione di buon pomeriggio vede Marilena lavorare da sola. Nella seconda le viene affiancato un altro autore. No, non sono io: si tratta di un veterano della FININVEST e in particolare “organico” alla struttura di Fatma Ruffini, che ha lasciato SCHERZI A PARTE e cerca una nuova collocazione. “Ubi maior, minor cessat”: il desiderio di Marilena di riunirsi al suo antico coautore non può essere esaudito. Ma improvvisamente, l’estate del 1991, tutto cambia: il veterano ritorna nel suo vecchio gruppo e Marilena ottiene finalmente di farmi chiamare. Dopo un colloquio con l’allora direttore di RETEQUATTRO, vengo scritturato. Marilena, stanca ed esaurita dopo due anni di puntate quotidiane, è ben contenta di lasciare che io dia libero sfogo alla mia fame di lavoro. Ben presto capisco che i ritmi della FININVEST sono ben diversi da quelli della RAI: questo è il luogo di lavoro per gli stacanovisti. E io sono uno stacanovista autentico. Dopo anni passati a desiderare solo di essere finalmente il titolare di un programma nazionale (a LASCIA O RADDOPPIA?, per intenderci, gli autori principali, i titolari, erano Mimmo Scarano e Giancarlo Magalli), non ho altro desiderio che quello di scrivere e realizzare qualsiasi cosa possa andare in onda. E in ogni cosa che faccio devo trovare qualcosa di nobile, di artistico, di creativo. Tutto questo in BUON POMERIGGIO, rotocalco sulle telenovele e le soap condotto da Patrizia Rossetti? Certo, anche in BUON POMERIGGIO. Riuscirò a convincermi che quello che faccio è importante, anzi, importantissimo. Ma come? Capirlo, per chi intraprende questa strada, è interessante: può trattarsi di una forma di follia, di delirio maniacale ma anche del chiaro segno di un grande amore per la scrittura. Perché BUON POMERIGGIO non è un programma di chiacchiere improvvisate, ma è scritto e pensato. Perché soddisfare le esigenze di un pubblico composto all’ottanta per cento da signore che vivono per le avventure di Grecia Colmenares, Luisa Kuljok, Veronica Castro, Jorge Martinez e soci, bisogna studiare e prepararsi. Perché quel particolare tipo di pubblico non va sottovalutato, ma capito e accontentato.
Per capire di cosa sto parlando, vediamo una scaletta di Buon Pomeriggio. Perché in un programma la scaletta è tutto (o quasi). Questa almeno è l’opinione di molti operatori del settore. Non è un caso se in TV lavorano tanti “autori – scalettatori”. Alcuni di loro dettano legge e sono richiestissimi. Meritatamente? Non sta a me dirlo. Quel che è certo è che, già nell’ormai lontano 1992, evidentemente io sono un po’ antiquato: penso infatti che un autore debba scrivere. E fare una scaletta è un’operazione che precede la scrittura, non la sostituisce. Ma nell’era del trionfo dei reality – show questo probabilmente è un discorso da non fare.
La scaletta, comunque, è fondamentale per fare un buon programma. Perché è la scaletta che dà il ritmo e la coerenza a quei contenuti che, una volta messi in scaletta, appunto, devono essere tradotti in parole e azioni.

SCALETTA BUON POMERIGGIO MARTEDI' 24-12-91

ore 13,42-1° BLOCCO -SALUTI E SALUTO AI DUE SPONSOR
-SPONSOR ISTITUZIONALE FACCO
-LANCIO COLLEGAMENTO ROMA+BEVILACQUA
presentazione SENTIERI
TOTALE:4'30"
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ore 13,45 SENTIERI
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ore 14,41-2° BLOCCO -AUGURI DEI DIVI (CONTRUIBUTO VIDEO)
LANCIO OSPITE:ALBERTO BEVILACQUA
LANCIO COLLEGAMENTO CON ROMA
-LANCIO GIOCO FACCO:SIT-COM
TOTALE:2'
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ore 14,43 SENORA
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ore 15,10-3° BLOCCO -GIOCO FACCO:SIT-COM
CON 2 TELEFONATE
LANCIO OSPITE + LANCIO COLLEGAMENTO
TOTALE:5'30"
-------------------------------------------------------------------
ore 15,14 VENDETTA DI UNA DONNA
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ore 15,40-4° BLOCCO -LANCIO OSPITE:ALBERTO BEVILACQUA
-LANCIO COLLEGAMENTO
TOTALE:30"
--------------------------------------------------------------------
ore 15,43 CRISTAL
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ore 16,11-5° BLOCCO: LANCIO OSPITE:ALBERTO BEVILACQUA
LANCIO COLLEGAMENTO
LANCIO GIOCO CADEY
PARZIALE:30"
-------------------------------------------------------
ore 16,28 GENERAL HOSPITAL
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ore 16,59-6° BLOCCO -GIOCO CADEY CON 1 TELEFONATA
CINERACCONTO:IL PICCOLO LORD
PARZIALE:6'
PUBBLICITA'
OSPITE:ALBERTO BEVILACQUA
PRIMO BREVE COLLEGAMENTO CON ROMA
PARZIALE:8'
TOTALE: 14'
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ore 17,08 FEBBRE D'AMORE
---------------------------------------------------------
ore 17,50-7 BLOCCO -2° GIOCO CADEY CON 1 TELEFONATA
PARZIALE: 3'30"
PUBBLICITA'
LANCIO TG4
PARZIALE: 10"
ore 17,50 -TG4

ore 17,58 SPECIALE COLLEGAMENTO CON ROMA

ORE 17,58: INIZIO COLLEGAMENTO
PARZIALE: 7'
PUBBLICITA'
ORE 18,08: COLLEGAMENTO
PARZIALE: 13'
PUBBLICITA'
ORE 18,25: FINE COLLEGAMENTO
PARZIALE: 2'

TOTALE: 22'

ore 18.30 SALUTI E CHIUSURA

Come si vede dalla scaletta, gli elementi principali di BUON POMERIGGIO sono:
informazioni sulle telenovelas e sulle soap in onda su RETEQUATTRO e relativi lanci, talk-show con scrittori, cantanti e attori (in questa puntata l’ospite è Alberto Bevilacqua, che presenta il suo ultimo romanzo), giochi telefonici… e telepromozioni. Ora, la telepromozione, per chi non la conosce e non se n’è mai occupato (come me in quel periodo) rischia di sembrare quanto di più turpe possa esistere. Ebbene, non è così.
O almeno, non è così per me nel 1991. E per molti anni ancora. Perché facendo questo commercialissimo programma, scopro che al suo interno c’è la possibilità di fare qualcosa di più creativo di immergermi totalmente nel mondo delle telenovelas e delle soap e scrivere ogni giorno una diversa puntata del talk-show con l’ospite di turno.
C’è la possibilità di ideare progetti nuovi e soprattutto di sceneggiare. Sceneggiare? Possibile? Ebbene sì: è possibile sceneggiare… le telepromozioni! Perché a quell’epoca le telepromozioni –almeno quelle di RETEQUATTRO – sono molto semplici.
Per esempio, lo spazio di uno dei principali sponsor del programma, BILBA di CADEY, che produce shampoo e balsami per capelli a base di midollo di bue e placenta (l’era della mucca pazza è ancora di là da venire) e creme solari al carotene, è diviso tra un giochino telefonico elementare (“Come si chiama il più famoso prodotto della CADEY: Bilbòn, Bilbàn o Bilba?”) e un lungo “istituzionale” in cui vengono illustrati i benefici prodotti dalle creme e dai balsami. Le telepromozioni sono affidate alla conduttrice, che è dotata di una comunicatività e di una simpatia che la fanno considerare da molte telespettatrici (che per l’azienda sono altrettante “responsabili d’acquisto”) un’amica, una vicina della porta accanto, una persona di famiglia. La fiducia che istintivamente le telespettatrici concedono alla Rossetti viene notata dagli astuti uomini del marketing e di PUBLITALIA: e così la conduttrice di BUON POMERIGGIO diventa una sorta di gallina dalle uova d’oro (absit iniuria verbis: l’accostamento è puramente proverbiale). Conseguentemente BUON POMERIGGIO, da contenitore di telenovelas e soap – opera, presto assume una seconda, molto più redditizia, fisionomia: quella del contenitore di telepromozioni. Ogni puntata ha due sponsor; per ogni sponsor viene realizzata una telepromozione che, all’epoca, dura cinque minuti: in media due minuti di intrattenimento puro, finalizzato alla presentazione del prodotto e tre minuti di “istituzionale”. Questo termine indica il testo dedicato specificamente alle caratteristiche del prodotto.
Senza rendermene conto, in quel lontano 1991 introduco un elemento nuovo. Si tratta di una novità assoluta per BUON POMERIGGIO e per Patrizia Rossetti. E si tratta anche di una novità per la rete. Ci sarà probabilmente qualcuno che smentirà questa mia dichiarazione, ma va detto che un vezzo tipico degli autori è quello di essere gli inventori di qualcosa di originale e innovativo. Tutte le volte che in Tv si vede una novità, uno dei noi salta su e afferma: “Io l’ho fatto tre anni fa…”. “Fatto” vuol dire ideato e proposto, ma generalmente respinto e spesso copiato. E’ un vezzo e insieme un’ossessione di cui probabilmente soffro anch’io. C’è da dire anche che talvolta capita che questo sia vero… ma più probabilmente, come del resto viene quotidianamente affermato dai vertici delle emittenti, LE IDEE SONO NELL’ARIA.
Comunque sia, l’occasione per movimentare BUON POMERIGGIO mi viene offerta dalla ZUCCHI, l’azienda che produce il copripiumino “click-clack”. Bisogna fare un ciclo di telepromozioni. L’idea di continuare a scrivere elementari giochini telefonici (giustificati dalla necessità di coinvolgere il pubblico a casa, dato che il programma è in diretta) e ammorbanti istituzionali mi atterrisce, così lancio un’idea: “Perché non facciamo invece degli sketch comici? O addirittura, una sitcom?”. La proposta suscita dapprima stupore, poi interesse, ma si infrange contro un problema: il budget. Non ci sono soldi per pagare un attore. Qualcuno avanza una proposta: “Ci sarebbe Bobo, il cameraman della tre, che ha fatto anche l’attore…”
Detto fatto: superando problemi burocratici incredibili (oggi questo sarebbe impossibile!) Bobo viene scritturato… gratuitamente. Quando arriva il momento della telepromozione Zucchi, gira la camera sul set della telepromozione (la telecamera diventa così “non presidiata”, cioè resta fissa su un’inquadratura fissa che non ha bisogno di intervento umano) ed entra in scena. Il set è la camera da letto di “casa Rossetti”. Lo schema è semplicissimo: Patrizia sta per andare a letto, quando in camera sua entra Bobo, che ogni volta si traveste per rubarle l’amato piumino. A questo punto segue un breve giochino telefonico e, naturalmente, l’istituzionale.



CASA ROSSETTI

Patrizia va a letto.

PATRIZIA: Ho un solo desiderio:per una volta passare una
notte tranquilla,senza imprevisti.Una notte
serena,il cui silenzio sia rotto tutt'al più
da una musichina dolce dolce...

Patrizia si sta addormentando,mentre in assolvenza sale la celestiale musica di una cetra.Si aggiunge la voce di Bobo che canta in latino maccheronico.

BOBO: "Oh tu pulcherrima puella,meam vocem
ausculta:tuam magnificentiam celebro
cum mea cetra..."

PATRIZIA: E questo chi è?E soprattutto,che lingua parla?

BOBO: Vale,o pulcherrima!Tu esne Venus,dea
pulchritudinis-de la bellezza,vor dì-
vel Diana,magnificentissima dea activitorum
venatorium?De la caccia,insomma...

PATRIZIA: Non capisco una parola!Lei chi è?E cosa fa
in casa mia con quel lenzuolo addosso?
Crede di essere a un pigiama party?

BOBO: Tu es Minerva,magna dea sapientiae atque omnium
virtutum...ego sum NERO!

PATRIZIA: Lei è...Franco Nero?Ma mi faccia il piacere...

BOBO: Nero-neronis,terza declinazione,uguale
Nerone!

PATRIZIA: Ah,sì,adesso capisco:lei è il padrone
dell'osteria romana che sta in centro,a
Cologno:"Da zi' Nerone".Si mangiano degli
ottimi carciofi.Bene.Cosa desidera?

BOBO: Ego sum Nero,imperator romanorum.Insomma,io
so' l'imperatore NERONE,l'usignolo der
Colosseo,'a cinciallegra der Pretorio,er merlo de Montecitorio...

PATRIZIA: Signor Nerone:Montecitorio è...

BOBO: ...uno de' sette colli de Roma,e allora?
Io so' la lodoletta der Quirinale...

PATRIZIA: Signor Nerone la scongiuro:a Buon Pomeriggio
non si parla in questi termini del Quirinale,
dove si trova...

BOBO: ...uno de' paesaggi migliori che conosca.
Insomma:so' er miglior cantante che c'è in
giro.
PATRIZIA: Signor Nerone,le dispiacerebbe tanto parlare in
italiano?

BOBO: 'tacci tua,Rossé!Me fai rovinà l'immaggine:
che imperatore è uno che parla come un burino?
Piuttosto,famme cantà...(la melodia è quella di
uno stornello) "Sursum corda!Per aspera ad
astra!Timeo danaos et dona ferentes!Memento
mori..."

PATRIZIA: Va bene,signor Nerone,lei non è un ristoratore
ma un imperatore (dev'essere un po' matto:
meglio assecondarlo):cosa ci fa qui a Cologno?

BOBO: Veni,vidi,vici...

PATRIZIA: Scusi,ma questo non lo diceva Giulio Cesare?

BOBO: Ha ragione!Veni et vidi CLICCUM-CLACCUM...

PATRIZIA: Cliccum-claccum?Strano:mi ricorda qualcosa...
non parlerà mica del copripiumino Zucchi?

BOBO: Dona mihi cliccum-claccum,puella!

PATRIZIA: No!Il clic-clac non lo dò neanche
all'imperatore Nerone!Se ne vada!

Bobo si volta verso la telecamera e,suonando la cetra declama:

BOBO: E allora brucia,Roma,madre di tutti i vizi...

Arriva un fumo pestilenziale.

PATRIZIA: Aiuto!Fermatelo!Ha incendiato il comò...guarda
che fumo!E poi qui non siamo a Roma,testone
d'un Nerone:siamo a Cologno Monzese!Roma è
giù di là...Aiuto,soffoco:devo spegnere
l'incendio...

Patrizia va di là,e Bobo ne approfitta per rubare il copripiumino.
Poi scappa abbandonando la toga. e la corona di alloro.
Patrizia ritorna.

PATRIZIA: Lo diceva la mia nonna che non bisogna
fidarsi dei romani:quelli combinano sempre
qualche guaio.Signor Nerone...ma...il clic
clac!L'ha rubato!E questo lenzuolo...ma allora
era Bobo,il cameraman della 3!
Telefonata.

DOMANDA: Le dico tre frasi in latino:una di queste NON
è stata detta da Bobo-Nerone.

1)VENI,VIDI,VICI
2)SURSUM CORDA
3)QUO VADIS

RISPOSTA:QUO VADIS


A cosa serve tutto questo? A dare al telespettatore l’impressione che quello che sta andando in onda non sia un messaggio promozionale (come recita la scritta che appare in sovrimpressione) ma un segmento di programma particolarmente leggero e godibile. E così, dopo avere seguito lo sketch e il giochino telefonico, i telespettatori si ritrovano nel bel mezzo di un istituzionale, che deve fornire un certo numero di informazioni sul prodotto prima di cambiare canale e fare zapping. Perché questo è il problema della pubblicità in TV: quando arriva, molti cambiano canale. Quando lo scoprono, autori e operatori del settore si trasformano in strateghi e le scalette diventano piani di battaglia: si posticipa il momento dell’ “andata a nero” (in cui si cede la linea alla pubblicità) per aspettare che a farlo sia il diretto concorrente, così i telespettatori, per non vedere la pubblicità, abbandonano il programma che stanno vedendo cambiando canale. Questo naturalmente si può fare solo quando si è in diretta. Già. E quando il canale rivale fa lo stesso? Perché i neri, quelli sono: a un certo punto bisogna trasmetterli, quei benedetti spot. E poi c’è il problema dei “tassativi”: si può fare questo giochino finché si vuole, ma c’è una certa quantità di pubblicità da “scaricare” tassativamente entro una certa ora (per esempio, le 13). E allora? E allora a un certo punto il giochino si interrompe, perché non si può più aspettare. E’ uno di quei trucchetti sui quali i maghi dell’audience costruiscono le loro fortune. Un altro sistema è fare durare i programmi di prima serata una o due ore in più. Così, un programma che dalle 21 alle 22,30 – 23 farebbe naturalmente (dico cifre a caso) il 23%, allungandosi fino a mezzanotte se non oltre, si trova a combattere per una o due ore con avversari inesistenti, saltando a piè pari il problema della controprogrammazione e arrivando magari al 28%. Già. Ma è vera gloria, questa? Chi può dirlo? A me verrebbe da dire di no, ma ormai la guerra dell’AUDITEL è diventata più importante di quella in Iraq Meglio lasciare che a parlare siano gli strateghi. Uno di questi (forse il più abile e agguerrito, almeno in Italia) è Antonio Ricci. Nel suo libro “Striscia la Tivù”, pubblicato nel 2000 da Einaudi, questa strategia viene illustrata in modo molto chiaro.
All’inizio degli anni ’90, dunque, le telepromozioni vivono un momento di evoluzione.
Attraverso le TLP la pubblicità si riappropria di quei minuti che le erano stati sottratti nel 1977, con l’abolizione di “Carosello”. Ve lo ricordate (se siete troppo giovani, lo avete sicuramente visto anni dopo nelle infinite repliche e celebrazioni)? Grandi autori (un solo nome per tutti: Marcello Marchesi), i migliori attori dell’epoca (da Gassman a Manfredi a Bramieri a Paolo Poli a Ernesto Calindri, Franco Volpi, Enrico Viarisio, Alighiero Noschese…) e specialisti del cinema di animazione (Bruno Bozzetto) interpretavano uno sketch. Erano momenti di spettacolo di alto livello, destinati a un pubblico adulto. Alla fine dello sketch, il momento della pubblicità: appariva il prodotto accompagnato dallo slogan. Come è noto, questa era una pratica tutta italiana: all’estero, già da anni la pubblicità passava attraverso i molto più brevi e sintetici spot. E così i pubblicitari vincono e “Carosello” e i suoi momenti di puro spettacolo finiscono in cantina. Poi, dopo anni di spot di 30 secondi, un minuto o un minuto e mezzo, si comincia a sentire il bisogno di una comunicazione più esaustiva. Una comunicazione separata dal momento riservato alla pubblicità, tant’è che la telepromozione viene inserita nel corpo stesso del programma, non durante il “nero”. E’ una differenza non da poco, specialmente all’inizio. Lo scopo principale è dare ai consumatori delle informazioni che gli spot non sono in grado di fornire, motivando al meglio l’eventuale scelta. A RETEQUATTRO, per esempio, uno dei principali sponsor (all’epoca, con un termine improprio, così si chiamano i clienti che acquistano gli spazi “promozionali”) è la CADEY, produttrice del mitico marchio BILBA. Il titolare dell’azienda, i responsabili del marketing e l’agenzia che cura la comunicazione dei suoi prodotti ritengono che sia importante spiegare al pubblico i modo semplice e chiaro quali sono le virtù dei prodotti.
All’inizio i compii sono nettamente divisi: da una parte ci sono gli autori del programma, che si occupano dell’intrattenimento, dello sketch; dall’altra, l’advertising producer di PUBLITALIA, il cliente e la sua agenzia, che si occupano dell’istituzionale. In pratica, l’autore attira il telespettatore (o cerca di non farlo scappare), gli altri lo convincono con argomentazioni “scientifiche” dell’opportunità di acquistare il prodotto.

La scoperta delle telepromozioni rappresenta per me una vera e propria folgorazione! Da anni e anni desidero solo SCRIVERE per la TV. Non quiz, non domande da talk-show, non giochini, non i riassunti delle trame dei telefilm, delle soap e delle telenovelas, ma sceneggiature o almeno veri e propri sketch. Perché l’immagine che io ho dell’autore televisivo è molto tradizionale: l’autore è uno scrittore, e uno scrittore scrive. A smentirmi non sono ancora arrivati i reality – show. E’ vero: ma già da tempo la scena è dominata da autori che non scrivono, ma SUGGERISCONO. Sta nascendo la dittatura degli “scalettatori”. Scoprirò a mie spese che volere scrivere a tutti i costi può essere controproducente. Facendo un bilancio della mia carriera, posso tranquillamente dire che hanno vinto loro. Ma siccome “loro” sono la maggioranza, consiglio ai miei allievi (e ai giovani lettori di questo libro) di non cercare di ingrossare le loro file, ma di continuare a coltivare la scrittura e o stile. Perché i tempi bui prima o poi passeranno. E comunque, anche nell’attuale situazione di degrado, c’è bisogno di chi sa scrivere. Oggi, nell’anno 2007, posso dire di averne le prove: ho da poco avuto l’occasione di lavorare con Enrico Vaime, che è la dimostrazione vivente che c’è’ ancora posto per la scrittura. Tutto il resto è reality e non solo.
Ma torniamo al 1991/92: per ragioni che non sono in grado di spiegarmi, i miei modesti sketch, interpretati oltretutto da un cameraman, creano un precedente, almeno nella RETEQUATTRO di Patrizia Rossetti. Presto la conduttrice si guadagna la fama (certo non solo per merito mio, ma quel che è certo è che il mio lavoro dà un contributo in questa direzione) di abilissima teleimbonitrice. Gli sponsor accorrono in massa. In pochi anni scriverò sketch demenziali per decine di grandi aziende.
Uno dei cavalli di battaglia del nostro team saranno le telepromozioni FACCO (la ditta produttrice di prodotti per la cucina come SCINTILLA e FAVILLA), per cui scrivo la sitcom CASA ROSSETTI. Protagonisti: Patrizia Rossetti e… Filomena, la sua collaboratrice domestica, interpretata dal solito Bobo.


TELEPROMOZIONE FACCO

Patrizia, nella scenografia dello sponsor, cerca Filomena.

PATRIZIA: Filomena! Macché,non è neanche qui. Quella benedetta donna mi fa impazzire: quando si innamora (e succede almeno una volta la settimana) non posso più contare su di lei. Se accettasse la corte di Osvaldo che la ama tanto e mettesse la testa a posto...

Filomena entra sculettando e cantando “Tico tico”, va verso il fornello e mette in ordine: afferra gli stracci Facco e li toglie,mettendoli vicino al lavabo.

FILOMENA: O tico tico tì, o tico tico tà, o tico tico tico teroterotà...

PATRIZIA: Filomena:si può sapere cosa stai facendo?

FILOMENA (sospira): Oh, scusa, signò: qua è tutto in disordine e non ci si capisce più niende. E poi devo fare la frittata... non mi facci perdere tembo che sto aspettando il MASCHIO dei miei SONNI,il PRINCIPIO azzurro...

PATRIZIA: Spiegati meglio:ieri sera stavi aspettando la telefonata di un tuo nuovo spasimante, che assomiglia...

FILOMENA: Tutto a Jorco Martino (Jorge Martinez, divo dele telenovelas, NdA), assomiglia.

PATRIZIA: Ma allora ti ha telefonato?

FILOMENA: Ti più!

PATRIZIA: Ti ha telefonato due volte?

FILOMENA: Peccio! Molto peccio! Gli ho fatto io un colpo di squilla.

PATRIZIA: Filomena, sei sempre la solita: gli uomini non li devi assillare. Devi farti desiderare!

FILOMENA: Appundo: adesso desideratissima sono! Gli ho dato un colpo di squilla e lui mi ha detto che non c'era.

PATRIZIA: Come ti ha detto che non c'era?

FILOMENA: Io ho tetto: prondo, c'è Nando?

PATRIZIA: Si chiama Nando?

FILOMENA: Bellissimo nomo. Allora la sua voce risponde: chi è? E io dico: Filomena, quella che al Lu Parche (sarebbe il “Du Parc”, NdA) ballava “…o tico tico tì, o tico tico tà, o ticotico ticotero tero tà...

PATRIZIA: Filomena smettila!

FILOMENA: Scusa, signò. Inzomma,lui risponde:"Non ci sta. E' uscito!" Allora io ci ho detto alla voce, che però l'ho riconosciuta che era la sua: "Sono la golf di Patrizia Rossetti. "Allora sendo un silenzio improvviso, poi più niende...

PATRIZIA: Come, più niente?

FILOMENA: Solo un anzimare, un sospirare che sembrava che stesse in agonia. Poi ti colpo mi dice con una voce stravolta dall'incitamendo...

PATRIZIA: Vuoi dire dall'eccitazione?

FILOMENA: Proprio quella. Inzomma,con la voce che sembrava che stesse per stamorzare in terra mi fa: "Aspettami che ti devo vedere!"Io ci faccio, con la gola strangulata che a momento moro: "Quanto?" E Nando fa: subito, subitissimo. Allora io ci dico:aspetta un momento che prima
devo fare la frittata per la signora Patrizia, e quello mugola come un somaro e mette ciù. Inzomma,signò: adesso ti faccio la frittata poi mi vado a vestire che quello mi suona. AH!La frittata!Me n'ero scurdata!

Prende la padella e la gira: la frittata è tutta appiccicata.

FILOMENA: Mi dispiace,signò: ho dimenticato di riccirarla e adesso s'è tutta accullata alla patella. Fammela grattà, che te la rifaccio.

Prende un coltello e gratta la padella.

PATRIZIA: Ma cosa fai con quel coltello?

FILOMENA: Scussa,signò, c'ho fretta che Nando starà già anzimando in strada e adesso mi suona. In questa casa non c'è la paglietta...

PATRIZIA: Certo che non c'è la paglietta:io uso FAVILLA, che funziona anche con le incrostazioni impossibili. Ma dove hai messo i “professionisti del pulito”?

Suonano alla porta.

FILOMENA (scappando): Scusa signò, oggi te devi arrangià: è coso,là, Jorco Martino.... Nando!

PATRIZIA: Povera Filomena: secondo me si sta cacciando in un guaio. Faceva meglio ad accettare la corte di Osvaldo. Ma dove li ha messi I PROFESSIONISTI DEL PULITO FACCO?

GIOCO TELEFONICO: UNA TELESPETTATRICE DEVE INDOVINARE DOVE SONO FINITI I PRODOTTI. SEGUE L’ISTITUZIONALE.


Sono tempi pionieristici, almeno per me e RETEQUATTRO. Tempi in cui trovare i soldi per un attore che faccia da spalla alla conduttrice è un’impresa. L’ottimo andamento delle telepromozioni, che hanno ascolti talvolta più alti del programma stesso, induce PUBLITALIA a insistere, sperimentando formule che no utilizzino sempre il povero “cameraman della 3“. Ecco allora l’autore trasformarsi in attore e dare la voce (opportunamente modificata da un campionatore) a SGOMMATUTTO, una piccola gomma in gradi di eliminare qualsiasi macchia.


TELEPROMOZIONE SGOMMATUTTO

PATRIZIA ENTRA NEL PROPRIO MONOLOCALE E VA VERSO IL FORNO.

PATRIZIA: Oggi vengono a trovarmi i miei genitori. Vogliono vedere come mi sono sistemata. Sicuramente mi porteranno un regalo... come sono carini! Eh, sono proprio fortunata ad avere dei genitori così! Devo fare una bella torta: faccio quella con le mele cotogne, che ai miei piace tanto. Quando ero piccola la mia mamma la faceva sempre alla domenica e il mio babbo la mangiava accompagnandola con il vin santo!
Per prima cosa devo accendere il forno!

ACCENDE IL FORNO.

PATRIZIA: Vediamo un po':ci vuole farina,zucchero...

SGOMMATUTTO: Aiuto! Aiutatemi...

PATRIZIA: Mi è sembrato di sentire la voce di un gommino!

SGOMMATUTTO: Aiuto! Al fuoco! Sgomma brucia...

PATRIZIA: Ma dove sei?Accidenti, nel taschino non c'è...

SGOMMATUTTO: Sono qui! Presto, apri sportello!

PATRIZIA: Ma qui dove?

SGOMMATUTTO: Forno!

PATRIZIA: Oh,no, è finito nel forno acceso.

APRE IL FORNO E SGOMMATUTTO VOLA VIA URLANDO E SALTANDO.

SGOMMATUTTO: Aiuto! Ricovero! Pompieri! Centro grandi ustionati!

PATRIZIA LO PRENDE E LO ACCAREZZA.


PATRIZIA: Povero piccolo! Sei tutto nero... ma cosa ci facevi nel forno?

SGOMMATUTTO: Sorpresa per visita di tuoi genitori...

PATRIZIA: Volevi fare la torta?

SGOMMATUTTO: Ma no: forno sporco e incrostato, sgomma… sgomma!

PATRIZIA: Ho capito! Volevi pulire il forno perché prevedevi che avrei fatto la torta. Ma davvero era così sporco?

SGOMMATUTTO: Forno schifo! Forno croste!

PATRIZIA: Shhh! Zitto! Che figura mi fai fare con le amiche di BUON POMERIGGIO?

SGOMMATUTTO: Sgommatutto sincero... Sgommatutto verità...

PATRIZIA: Va bene,va bene. Adesso però pulisci il forno, che ormai si sarà raffreddato.

SGOMMATUTTO: No! Aiuto!

PATRIZIA: Da bravo,su!

SGOMMATUTTO PULISCE.

TELEFONATE.

DOMANDA: Dov'era SGOMMATUTTO oggi?
RISPOSTA: NEL FORNO
DOMANDA: Dove deve stare SGOMMATUTTO?
RISPOSTA: NELLA TASCA VICINO AL CUORE


La successiva evoluzione vede PUBLITALIA trovare finalmente i fondi per la “spalla”. E così nelle telepromozioni di BUON POMERIGGIO arrivano attrici e attori. Uno di questi è Enrico Mutti, che molti anni dopo diventerà un divo delle fiction. Non sarà il primo né l’ultimo.
Qualche tempo dopo il mio lavoro nell’ambito delle telepromozioni si modificherà: all’inizio gli autori vengono incaricati di creare la parte di intrattenimento della TLP; questo compito si interrompe al momento dell’istituzionale, quando il conduttore/testimonial deve illustrare le qualità e le prerogative del prodotto. In una prima fase, questo lavoro viene svolto direttamente dagli incaricati di PUBLITALIA (i cosiddetti “advertising producer”) o dalla stessa agenzia degli sponsor.
Poi però ci si rende conto che occorre dare una uniformità stilistica alle telepromozioni. Non solo: sempre più spesso i testi non filtrati dall’esperienza degli autori si rivelano troppo tecnici e poco accattivanti. E così anche questo compito passa a noi. Il compito dell’autore è ora di tradurre i testi elaborati dall’agenzia, e che illustrano con termini precisi, legalmente sostenibili (ci sono espressioni proibite, il cui uso determinerebbe l’accusa di “pubblicità ingannevole”: per esempio “fa bene alla pelle o ai capelli”, “guarisce”, “risolve”, “elimina la cellulite”) le qualità e il funzionamento dei prodotti. Questo materiale passa nelle mani degli autori, che conoscono il linguaggio del conduttore e le caratteristiche del pubblico di quella specifica trasmissione e adattano il cosiddetto istituzionale allo specifico televisivo.
Tra il 1991 e il 1993 scriverò tra le tre e le cinque telepromozioni al giorno per i programmi di Patrizia Rossetti. Poi l’esperienza milanese si concluderà, tornerò a Roma ma non smetterò di lavorare per PUBLITALIA: per molti anni sarò uno dei principali autori di sponsor. Scriverò telepromozioni per “Non è la RAI”, per i programmi di Alberto Castagna, per Gabriella Carlucci, Cesare Cadeo, Marta Flavi, Barbara D’Urso e naturalmente per quello che sarà il mio programma per anni: FORUM.
La mia fame di scrittura si trasforma presto in bulimia: scrivere telepromozioni diventa un piacere, una droga. Mentre lo faccio, mi illudo di essere finalmente riuscito a coronare il mio sogno. Fin qui, non ci sono problemi: ognuno è libero di pensare ciò che vuole. Il guaio è che mi metto a ESTERNARE. Come? Scrivendo un articolo per SCRIPT, la rivista degli sceneggiatori. Come mi è venuta in mente un’idea così demenziale? Non riesco proprio a resistere alla tentazione di farmi del male? In realtà, la cosa nasce, come sempre, da un atto di amicizia. Dino Audino, che di SCRIPT è l’editore ed è anche un amico (l’ho conosciuto per caso, tramite altri amici) mi ha proposto di scrivere un articolo sulla mia esperienza milanese. Ecco fatto.



LETTERA DA UN TRADITORE (da SCRIPT)
Sono molti quelli che pensano di avere nel cassetto un soggetto cinematografico bellissimo,stupendo,eccezionale.
Un po' meno numerosi sono quelli che hanno trovato il tempo di trasformare l'incredibile soggetto in una sceneggiatura altrettanto eccezionale.
Chiunque, vivendo e lavorando nel cinema senza essere sceneggiatore o regista o operando in zone prossime al cinema soffra dell'impossibilità… di essere protagonista del momento creativo, medita talvolta in silenzio (ma più spesso fragorosamente) vendette e rivincite.
Ho 38 anni, quindi per me si avvicina (o forse è già arrivata) l'età della maturità… e della riflessione. Bene, io non sfuggo alla regola:anche nel mio cassetto (che poi sarebbe la memoria del mio computer) c'è non solo un soggetto, ma una sceneggiatura eccezionale: vi posso assicurare che se mai riuscirò a trovare i soldi per portarla sullo schermo... purtroppo non sarà facile!
Il mio problema è il peccato originale! Perché esiste un peccato originale che può mettere fuori gioco chi vuole lavorare nel cinema. Nel mio caso i peccati sono due: sono nato a Torino - e contro questa dannazione nessun antidoto è efficace - e non sono figlio di registi, sceneggiatori o produttori di fama.
Posso assicurarvi (e lo confermeranno i torinesi e i "figli di nessuno" che avranno la pazienza di leggere questo sfogo) che solo un miracolo può annullare i malefici influssi di questo duplice handicap…
Vi risparmio la storia dei miei dieci anni di tentativi perché costituirebbe un pessimo soggetto cinematografico e soprattutto annoierebbe tutti; cito soltanto per dovere di cronaca alcune tappe fondamentali della mia carriera:i documentari per RAI 3,i tentativi di smuovere la sclerotica situazione torinese dando vita ad un'associazione di cineasti ben presto sepolta dall'indifferenza e dalla mancanza di fondi,gli anni passati a Radio Rai,la terribile e traumatica esperienza di Ipotesi Cinema a Bassano del Grappa,dove sono sopravvissuto a stento all'incenso e agli incontri-scontri con i temibili scherani di Ermanno Olmi,la collaborazione con RAI UNO e infine l'approdo alla FININVEST.
Dove voglio arrivare con questa premessa con cui ho consumato metà dello spazio che SCRIPT mi ha cortesemente concesso?
A spiegare perché, malgrado gli handicap di cui sopra mi abbiano fino ad ora impedito di fare cinema e soprattutto di trasformare in film una sceneggiatura che, ve lo giuro, è proprio bella (oh,se sapeste quanto!) non riesco ad essere infelice. E il fatto paradossale e forse anche un po' scandaloso è che la mia infelicità, già molto modesta, è giunta al suo minimo storico da quando lavoro per la televisione commerciale; mi rendo conto che quando parlo del mio attuale lavoro dovrei assumere un'espressione di disgusto e di sofferenza, ma malgrado gli sforzi questo mi è veramente impossibile, perché... ebbene sì, lo confesso: mi diverto! E non è tutto: i frutti del mio divertimento (che mi costa molta fatica e una permanenza negli studi mai inferiore alle 12 ore al giorno) sono ben retribuiti.
Come sono arrivato a tanta depravazione (e quanto sia grande lo capirete appena vi dirò cosa faccio) dopo anni passati a vedere film africani in lingua originale, rassegne su Ozu, Mizoguchi, Ejzenstein e Dziga Vertov e dopo avere fatto il "video-maker"?
Ci sono arrivato nel momento in cui ho capito che il doppio sbarramento difficilmente mi avrebbe permesso di fare un film: gli amici che sono fuggiti da Torino prima di me (mi sono trasferito a Roma nell'86 per poi passare a Milano) hanno dedicato anni ed anni della loro vita alle pratiche dei loro articoli 28 e alle "p.r.", tutto questo rigorosamente senza lavorare e senza (suppongo) guadagnare una lira. Essendo scarsamente abile nell'invenzione di espedienti atti alla sopravvivenza e non disponendo di una cospicua rendita, sono stato costretto a inventarmi qualcosa di alternativo al cinema.
E quando parlo di qualcosa di alternativo, non intendo un lavoro qualsiasi, ma parlo dell'unica attività… che so e voglio fare: scrivere, sceneggiare, inventare personaggi, storie, situazioni, dialoghi. I primi tentativi televisivi sono andati a vuoto: nel 1983 il responsabile della struttura di Programmazione della RAI di Torino ha cercato di promuovere un serial italiano scritto da me e interpretato dagli attori del Gruppo della Rocca, ma giunto a Roma si è dovuto arrendere: senza l’appoggio dei politici queste cose non si fanno. Se a proporle poi è la RAI di Torino e a scriverle uno sconosciuto che non ha neanche un sottosegretario come zio, meglio lasciar perdere.
Dopo un attimo di disorientamento ho trovato un'alternativa: se nel cinema e nella televisione le porte sono sbarrate, dove si possono scrivere e realizzare delle storie? Ma alla radio! Questa felice pensata mi ha permesso di trasformare i miei soggetti in qualcosa di compiuto: per me è venuto così il periodo dei radiodrammi, scritti e diretti da me. La radio è una grande scuola: in un radiodramma nulla si vede e tutto deve essere suggerito, accennato da suoni e parole se si vogliono evitare inutili didascalie.
Quindi i personaggi devono essere credibili, i dialoghi efficaci e gli attori (possibilmente) non devono essere dei cani: in radio facce ed eventuali tette non servono!
L'entusiasmo che riesco ancora ad avere quando mi si presenta l'occasione di scrivere qualcosa di creativo è tornato quando sono stato inserito da RAI UNO nel pool di autori dell'ultima edizione di LASCIA O RADDOPPIA, con Gambarotta e Magalli; mi rendo conto che sembra impossibile, ma anche scrivere le domande di un quiz televisivo, specialmente se sono su argomenti cinematografici, letterari o musicali può essere un lavoro entusiasmante.
Mi accontento di poco? Forse. Ma vi garantisco che analizzare tutti i romanzi e i racconti di Sherlock Holmes per ricavarne quesiti trasversali con un occhio allo spettacolo e all'ironia è stato bello:si è trattato di un lavoro di rielaborazione e riscrittura tutt'altro che facile, anche perché lo scopo dichiarato di LASCIA O RADDOPPIA era evitare di annoiare i telespettatori anche se i quiz sono per definizione nozionistici. Una bella sfida. E poi è arrivata la televisione commerciale. A proposito: quanto è commerciale la TV commerciale! Nei programmi della FININVEST i momenti degli onnipresenti sponsor devono essere spettacolari, non annoiare né irritare i telespettatori e rendere i prodotti familiari e simpatici.
Non avrei mai pensato che avrei contribuito a far amare creme per le mani, linee di bellezza, gomme che cancellano lo sporco e piumini. Eppure è proprio in queste amenità… che ho ritrovato il divertimento e la gioia di scrivere.
Sono (con Marilena Moretti) l'autore di BUON POMERIGGIO,
contenitore di telenovele e soap-opera di RETEQUATTRO condotto da Patrizia Rossetti probabilmente ignoto ai cinefili ma ben noto a milioni di casalinghe e ragazzine romantiche: per il mio programma ho inventato e "sceneggiato" centinaia di scenette e gag in assoluta libertà:dal ladro trasformista che ogni giorno assume un'identità… diversa per derubare la Rossetti del suo piumino, a Filomena,la cameriera demenziale sempre innamorata di personaggi improbabili per una azienda produttrice di stracci da cucina, alle COMICHE, parodie dei film muti da Chaplin a Nosferatu per un detersivo all'ammoniaca profumata, a Eulalia,la parrucchiera pettegola per una linea di bellezza, all'astronave spaziale con il computer parlante per dei cosmetici che si vendono in farmacia.
Trascinato dall'entusiasmo ho dato vita a due personaggi cui ho prestato la mia voce,elettronicamente modificata: il Bigolone (così ribattezzato confidenzialmente e in modo un po' irriverente nello studio), una confezione gigante di una crema per le mani che dialoga con la Rossetti e cerca di sostituirsi a lei nella conduzione del programma, e il Gommino, una piccolissima gomma che elimina lo sporco dalla casa e, saltellando di qua e di là, dà vita a demenziali conversazioni con Patrizia.
Qualcuno si domanderà quale strano rapporto (probabilmente contro natura) ci può essere tra bigoloni,gommini e cinema (anzi, Cinema).
Ettore Scola ha ben iniziato la sua carriera lavorando per Marchesi e Metz e scrivendo la storica battuta di Totò: "Io Tarzan,tu Cita,tu bona!"; lo stesso Marchesi ha firmato per anni i migliori Caroselli della storia delle pubblicità rimanendo (o diventando?) uno dei più raffinati scrittori e umoristi italiani. Penso che, partendo dal presupposto di avere qualcosa da dire e da raccontare, confrontarsi con linguaggi "altri" (va molto di moda dire così!) sia un utile esercizio per la crescita professionale.Scrivere una scenetta per gli sponsor vuol dire: adeguare il proprio linguaggio espressivo alle esigenze del cliente, che vuole che il prodotto venga introdotto e descritto e nel contempo diventi familiare e non fastidioso;fare "spettacolo" riuscendo a divertire un pubblico che non ha mai letto Karl Kraus, Campanile, Marchesi, Flaiano o Woody Allen ma è estremamente attento ed esigente; scrivere sul momento, in caso di registrazione del programma, fino a sei scenette in un pomeriggio mentre intorno si scatena l'inferno: il telefono squilla in continuazione, la scaletta subisce improvvisi cambiamenti, la scrittura viene interrotta dalla necessità… di seguire in studio la conduttrice che,intanto, intervista gli ospiti o va in onda con altre rubriche; riprendere il filo della scenetta interrotta, finirla mentre lo sponsor del mese successivo attende nell'ufficio di Publitalia per discutere una situazione totalmente diversa (accade così di dover parlare delle scenette ambientate in cucina per i piatti di carne "belli e pronti" mentre si scrive la sit-com della cameriera pugliese e si va in onda con quella del gommino parlante).
Tutto questo costituisce un grosso esercizio e una preparazione: credo che scrivere "Io Tarzan,tu Cita,tu Bona!" pensando alle reazioni di un certo pubblico equivalga (spero che Scola non mi giudichi presuntuoso se lo cito parlando di me stesso) a un lavoro comunque serio su bigoloni e gommini parlanti. Perché produrre "finzione" anche in questa forma elementare sottoponendosi alla verifica del mercato e del pubblico è comunque meglio di piangere e lamentarsi arroccandosi sulla torre d'avorio di una propria presunta genialità….
Probabilmente i puristi del cinema penseranno che sto cercando delle giustificazioni a un fallimento o mi sono inventato una cura contro la nevrosi meno costosa delle sedute dallo psicanalista (almeno lire 400.000 al mese); io penso invece che avere trovato così il modo di sfuggire ai due peccati originali che mi hanno impedito fino ad ora di scrivere per il cinema sia stata una grande conquista, anche per la mia salute mentale. Infatti non passo la vita a lamentarmi carezzando il frutto di un invisibile (in quanto mai distribuito) articolo 28, ma dedico il mio tempo a inventare storie, personaggi e situazioni, insomma, a SCRIVERE, che è l'unica cosa che mi interessa nella vita!
Una piccola precisazione prima di concludere: la sceneggiatura "eccezionale" (anch'io,come molti miei colleghi, ho in fondo al cuore la convinzione,o la speranza,di avere qualcosa di particolare da dire) l'ho scritta davvero,con la collaborazione di Wassim Dahmash,uno storico palestinese che lavora per l'OLP e di Giuseppe Valperga,uno scrittore piemontese: è la storia di un arabo che nel Medio Evo visse in Piemonte,inserendosi perfettamente nella società… locale.Un antico ed esemplare caso di felice convivenza e di tolleranza reciproca,che di questi tempi farebbe riflettere.Per la parte del protagonista,Gheevar Almondir, sogno Omar Sharif... lo so, ci vogliono soldi! Intanto mi occupo di ladri di piumini e di gomme parlanti. Domani, chissà!

Per la cronaca, la sceneggiatura di cui parlo è quella che per stava per diventare un film di animazione e che invece non lo è diventata. E’ la stessa che Toni Bertorelli, prima di diventare attore di culto, proporrà a Marco Bellocchio, che la boccerà senza tanti complimenti.
Quello che conta, è l’accoglienza che riceve il mio articolo: saprò da Dino Audino che al suo apparire i puristi sono insorti! Ma come, un articolo del genere su SCRIPT? Semplicemente inaudito! Che dire? Con ogni probabilità hanno ragione loro: la mia non è la posizione del traditore, ma dell’infiltrato. In quel mondo di eletti, almeno nei primi anni ’90, guadagnarsi da vivere scrivendo telepromozioni è di una volgarità insopportabile. Ma sono troppo ingenuo per capirlo e ancora mi illudo.
E le telepromozioni diventano una professione.

V
Dulcamara

Dove l’autore scopre che la telepromozione è l’anima del commercio, per qualche anno vende l’anima, ma poi la riacquista.

La mia collaborazione con Patrizia Rossetti ha dato dei frutti estremamente positivi almeno sotto il profilo del rapporto con PUBLITALIA, la concessionaria di pubblicità della FININVEST. Gli advertising producer, e di conseguenza i loro capi fino ai massimi dirigenti del settore “Iniziative Speciali” che gestisce tutto quello che riguarda le telepromozioni e gli sponsor, mi affidano un prodotto dietro l’altro. Questo, sotto il profilo economico, è gratificante.
che ignoro e che invece farei bene a sapere: tra chi lavora per PUBLITALIA e chi invece si occupa delle produzioni, cioè dei programmi, c’è un insanabile dissidio, una eterna rivalità. Quando me ne accorgo, fatico a capirne le ragioni: ma come è possibile, mi domando, che chi fa i programmi ignori il fatto che ogni spesa e soprattutto ogni emolumento arriva proprio da PUBLITALIA, dai suoi spot e dalle telepromozioni? Dovremo essere tutti uniti, tutti alleati… insomma, una GRANDE FAMIGLIA (frase sinistra: se qualcuno la pronuncia in televisione, state pur certi che sta per arrivare la fregatura). Insomma, a un certo punto mi accorgo che c’è chi mi guarda male. Saranno invidiosi, penso, magari si tratta di colleghi che vorrebbero fare le telepromozioni al posto mio e sono stati scartati. Può darsi che in qualche caso sia così, ma la verità è un’altra: sulle telepromozioni aleggia un’aura di disprezzo. L’autore vero deve scriverle, ma con la mano sinistra, o almeno, deve fare come se le scrivesse con la mano sinistra. Questo disprezzo verso gli sponsor deve essere espresso all’interno delle produzioni, ma non deve arrivare al cliente, che potrebbe non capire. Io, come al solito, non mi rendo conto dei meccanismi e difendo a spada tratta le telepromozioni. Non sono pazzo, né lo faccio per denaro. Non è la promessa di lauti guadagni che mi induce a essere molto grato a PUBLITALIA: è che BUON POMERIGGIO, come contenuti, è poverissimo. Alla fine bisogna ammettere che si tratta di un semplice programma di lanci. Ebbene, all’interno di questo programmale mie telepromozioni rappresentano il vero spettacolo. La Rossetti presenta libri e spettacoli, fa giochini telefonici elementari, parla di “Sentieri” e de “la dona del mistero”… ma quando arriva il momento delle telepromozioni, tutto cambia: si recita, si canta, si balla, ma soprattutto… si scrive! E’ la voglia di scrivere che mi acceca. Così non mi accorgo che la FININVEST ha creato un sistema perfetto, fondato sulla conflittualità: l’advertising producer deve chiedere per il proprio cliente, che dà all’azienda somme elevatissime, il trattamento migliore: se si “sfora” leggermente, cioè se la telepromozione dura un po’ di più (senza per questo superare i limiti imposti dalla legge) l’advertising deve insistere perché non si facciano tagli. Il produttore, invece, deve essere inflessibile: meno è lunga la telepromozione, più tempo rimane per i programma. E così, funzionari della stessa azienda impegnati nella realizzazione dello stesso programma si combattono come se fossero in guerra. Sono giunto alla conclusione che questa guerra fa comodo all’azienda: lottando e litigando, ognuno ceca di fare il meglio. E l’azienda, in qualche modo, ci guadagna sempre. A rimetterci è chi, come me, crede in quello che fa e soffre vedendo musi lunghi e sentendosi oggetto talvolta di una strisciante disapprovazione. Questo dimostra quanto sia importante per ogni autore, aspirante e non, conoscere le regole del gioco. Regole che sono quanto mai complesse e soggette a variazioni.
Ma le variazioni più sensibili sono quelle che riguardano e modalità del lavoro dell’autore delle telepromozioni. Ricapitoliamo: all’inizio, sono gli advertsing stessi che gestiscono i messaggi promozionali provenienti dalle agenzie pubblicitarie interne o esterne alle aziende sponsor, mentre gli autori si occupano esclusivamente di rendere spettacolare con giochini e sketch comici che abbiano attinenza con il prodotto o portino gradualmente al suo ingresso.
Poi le cose cambiano: per questioni legate all’affollamento pubblicitario e all’eterna lotta tra il proprietario della FININVEST e chi gli contesta un insanabile conflitto di interessi, viene modificata la normativa vigente. Per questo la durata delle telepromozioni viene ridotta a tre minuti nei quali il messaggio promozionale e la parte spettacolare devono unirsi e intrecciarsi. A questo punto è giocoforza che sia l’autore, sotto il vigile controllo dell’advertsing producer, a confezionare il tutto.
Ma c’è un’altra novità, sempre legata all’eterno duello tra la FININVEST e i suoi rivali: improvvisamente ci si rende conto che le telepromozioni sono una forma di pubblicità e non una particolare comunicazione, perciò la loro durata va conteggiata insieme con gli spot. Per chi non opera nel settore televisivo, si tratta di una notizia priva di qualsiasi interesse. Ma chi lavora nella televisione commerciale sa che si tratta di una autentica bomba. Una telepromozione da cinque minuti vale, i termini di durata, come dieci spot, ma il suo costo è infinitamente inferiore. Se si conteggiassero quei cinque minuti come pubblicità, si dovrebbero togliere dieci spot. L’alternativa, ovviamente, è eliminare le telepromozioni. Ma questo toglierebbe all’azienda una cospicua fonte di profitto (si parla di centinaia di miliardi di vecchie lire all’anno). E allora, che cosa si può fare? Le teste d’uovo dell’azienda escogitano un piano che ha dell’incredibile: sostituiscono le telepromozioni con delle televendite. Il profano si domanderà che senso abbia quest’operazione. Ebbene, le televendite non possono essere conteggiate come pubblicità.
Questa considerazione provoca due effetti: innanzitutto gli “account” di PUBLITALIA si mettono a caccia e CANALE 5, ITALIA UNO e RETEQUATTRO si riempiono di autentiche televendite: pentole, divani, poltrone, orologi e quant’altro. I materassi EMINFLEX, quelli dell’elefantino che si vedono tutti i giorni a qualsiasi ora su qualsiasi rete sono già approdati e i tempi non sospetti su RETEQUATTRO (a scrivere il testo del debutto del proprietario, Giacomo Commendatore, sono stato proprio io); in secondo luogo, molte aziende che non hanno alcun interesse a vendere direttamente i propri prodotti al pubblico, fingono di farlo per poterli promuovere. Si assiste così alla televendita di prosciutti, flaconi di creme solari, cosmetici e biscotti; ma si tratta di una televendita limitata “… ai primi tre o quattro telespettatori che telefoneranno al numero che compare in sovrimpressione”. Uno stratagemma per aggirare la legge, che affretta il cambiamento della normativa. Dopo una lunga battaglia, si arriverà a un compromesso: le telepromozioni ritorneranno, ma avranno una minore durata.
In questo periodo (ora siamo nel 1993) PUBLITALIA mi affida le televendite e le telepromozioni di vari programmi, alcuni miei, altri in cui non sono coinvolto.
Fino al 2000 mi occuperò di Alberto Castagna, Rita Dalla Chiesa, Paola Perego, Marta Flavi, Gabriella Carlucci, Cesare Cadeo e altri. Del mio anno come autore di “Non è la RAI” parlerò in un capitolo a parte: Gianni Boncompagni, Ambra e le sue centoquarantanove compagne meritano la giusta attenzione.
Vediamo come si intrecciano i due linguaggi, quello dell’entertainment e quello puramente promozionale, in un unico prodotto. Questo è il testo della televendita di un divano chiamato “Peo”. Il testimonial è il compianto Alberto Castagna; la sua “spalla” è Francesca Rettondini, all’epoca protagonista con lui di una contrastata storia d’amore..

ALBERTO: E’ arrivato il momento di occuparci della TELEVENDITA. La CONVERT vi offre questo splendido diano letto "PEO" A SOLE 1.290.000 LIRE
FRANCESCA: E dove c'e' PEO c'e' anche PEA, la sua inseparabile collaudatrice, inviata dalla CONVERT a mostrare le incredibili qualità di questo straordinario divano. Oggi parliamo della BELLEZZA di PEO. Alberto, permette che faccia un sondaggio?
ALBERTO: Ma non c'e' tempo: siamo in onda… FRANCESCA: Appunto per questo voglio fare il sondaggio: stia a vedere... anzi, a sentire! (A VOCE ALTA) Signore e signori, ladies and gentlemen, mesdames et monsieurs, herren und damen... scusi ma per un sondaggio PLANETARIO ci vuole un collaudatore POLIGLOTTA... COSA PENSATE DI PEO?
EFFETTO AUDIO: APPLAUSI SCROSCIANTI.
FRANCESCA: Visto, o meglio, sentito? PEO METTE D'ACCORDO TUTTI!
ALBERTO: E’ vero. PEO e' stato creato dalla CONVERT PER RISOLVERE I VOSTRI PROBLEMI DI SPAZIO: E' UN COMODO DIVANO, UN CAPIENTE ARMADIO/CASSETTONE E UN LETTO CONFORTEVOLE, TUTTO IN SOLI 165 PER 87 CM. - USARLO E' FACILISSIMO: BASTA UN SEMPLICE MOVIMENTO DEI BRACCIOLI PER TRASFORMARE IL DIVANO IN UN COMODO LETTO.
Francesca mostra il funzionamento di Peo.
ALBERTO: LA SUA STRUTTURA E' IN METALLO E DOGHE DI FAGGIO. E' FACILE ANCHE LAVARLO: IL DIVANO E' COMPLETAMENTE SFODERABILE E LAVABILE A 40 GRADI IN LAVATRICE, COME AL SOLITO, E' DISPONIBILE IN TRE DIVERSE FANTASIE, QUELLE CHE VEDETE ALLE MIE SPALLE! LA PROPOSTA DI OGGI E'...
FRANCESCA..."PEO COUNTRY"
ALBERTO: PER AVERE PEO COUNTRY DOVETE TELEFONARE SUBITO AL NUMERO X. RICEVERETE: IL DIVANO LETTO "PEO" DELLA CONVERT AL PREZZO DI 1.290.000 LIRE, PAGABILI ANCHE IN 11 COMODE RATE DA 100.000 LIRE SENZA INTERESSI, CON UN ANTICIPO DI 190.000 LIRE ALLA CONSEGNA. IL TRASPORTO E' COMPRESO NEL PREZZO. MA NON FINISCE QUI: SEMPRE COMPRESI NEL PREZZO AVRETE ANCHE UN SET DI LENZUOLA SINGOLE, UN GUANCIALE, UN PLAID. E ancora, sempre compreso nel prezzo, la CONVERT vi offre un soggiorno di 7 giorni per due persone in una di queste localita' a vostra scelta: Tropea, Parenzo e Marileva.
Arrivederci a domani, con PEO.


Che dire? Dopo due anni di assoluta libertà creativa, la situazione si è pesantemente modificata: gli autori devono spremersi le meningi per trovare motivazioni che inducano telespettatori a telefonare ai call – center per comprare i prodotti in offerta.
A seconda dei prodotti, sarà possibile essere più o meno liberi di inserire battute e di essere creativi. Come in questa televendita, scritta per Rita Dalla Chiesa e Fabrizio Bracconeri all’interno di FORUM e dedicata a un prodotto dimagrante.

TELEVENDITA MAGRIZ DRINK

RITA: E' il momento della televendita MAGRIZ DRINK.
Segnate subito il numero verde che vedete sul vostro teleschermo: le prime 50 persone che chiameranno potranno acquistare 10 confezioni da sei brik di MAGRIZ DRINK a sole 198.000 lire. MAGRIZ DRINK è un integratore dietetico che vi fornisce un grande aiuto nelle diete: bevetene un brik e il vostro senso di fame diminuirà sensibilmente. In più MAGRIZ DRINK è comodo perché già pronto: non avete che da infilare la cannuccia nel brik e bere... scoprirete che MAGRIZ DRINK è una deliziosa bevanda al gusto di frutta.
Pensate che comodità: d'estate, quando avete sete, aprite il frigo e prendete un brik: MAGRIZ DRINK vi disseterà all'istante aiutandovi a mantenere la linea.

Entra in scena Fabrizio, vestito da donna.

FABRIZIO: Basta così. E’ arrivato il momento di dimagrire con l'esclusivo metodo di FABRIZIA BRACCONELLI, CHE VI RENDE MAGRI E SNELLI. Vi vergognate di mostrarvi sulla spiaggia con quei rotolacci di ciccia e quelle cascate di cellulite? Avete paura che non sia ancora stato inventato un bikini in grado di contenere tutto il vostro grasso? Niente paura: venite nella mia BRUTTY FARM e vi guarirò.
Oggi vi voglio illustrare la mia ultima invenzione: l'AEROSOL SNELLENTE. Dentro questo DIMAGRA-SPRUZZATORE si mette la miscela Bracconelli: acido nitrico, acido solforico, acido cloridrico, vetriolo e un pizzico di arsenico: si spruzza il tutto direttamente nelle narici del ciccione o della cicciona di turno e... voilà, il gioco è fatto. Gli organi interni si polverizzano all'istante e cominciano a uscire dalle orecchie, così perdete subito una ventina di chili; l'azione dimagrante passa poi all'esterno attraverso i pori e perdete un'altra quarantina di chili... purtroppo non ho ancora trovato il modo per rendere solubili le ossa, se no avrei raggiunto il DIMAGRIMENTO TOTALE. Provi: aspiri, aspiri... (SPRUZZA)
RITA: Non si avvicini o la denuncio! Piuttosto, parliamo di cose serie: con MAGRIZ DRINK non dovete digiunare: potete mantenere le vostre abitudini alimentari senza sacrifici. Fatevi un BRIK 30-40 minuti prima di ogni pasto: vi aiuterà a controllare l'appetito e a sentirvi più leggeri, regolando la digestione. Se lo bevete lontano dai pasti romperete il digiuno senza assumere calorie in eccesso.
telefonate al numero che compare sul teleschermo: le prime 50 persone che chiameranno potranno prenotare 10 confezioni da sei brik di MAGRIZ DRINK a sole 198.000 lire. Non perdete l'occasione di essere in forma! Telefonate.

Un certo margine di creatività è presente anche nella televendita delle pentole MONETA, scritta per Alberto Castagna. Accanto a lui una giovane attrice nei panni dell’assistente, Miss Money,

TELEVENDITA MONETA


ALBERTO: Miss Money, venga subito qui!!!
MONEY: Money a rapporto, mr. Castagna!
ALBERTO: Le avevo affidato una missione segreta: doveva recarsi alla stazione, consegnare una valigetta contenente tre milioni di dollari a un FACCENDIERE e farsi consegnare delle CARTE senza dare nell'occhio... spero che ÿA questa volta non abbia commesso errori! Ha incontrato il faccendiere?
MONEY: Ma certo: quando sono arrivata alla stazione, l'ho notato subito... era cosi' AFFACCENDATO dietro il suo banchetto…
ALBERTO: Miss Money, i faccendieri non hanno banchetti...
MONEYÿ: Si informi, mr. Castagna: ce l'hanno, eccome! Mi sono avvicinata e gli ho detto: "Le carte in cambio della valigetta!". Lui ha preso la valigetta e mi ha dato le carte... ALBERTO: Me le mostri subito!
MONEY (facendo il gioco delle tre carte) Eccole: carta vince, carta perde... BANCO! Mi spiace, mr. Castagna: mi deve altri tre milioni di dollari! Ma non si preoccupi: sfortunato al gioco, fortunato in amore! Birbaccione...
ALBERTO: Se ne vada!!!
MONEY: Ma mr. Castagna!!! Dopo, ho comprato MONETA PESANTE, SOLIDA, SICURA, GARANTITA...

Segue l’offerta standard delle pentole MONETA.


Qualcuno potrebbe pensare che dietro una televendita non ci sia un grande lavoro: in fondo, si tratta solo di vendere due pentole… che ci vorrà mai? Eppure non è così. I testi istituzionali e le offerte devono essere calibrati attentamente in modo da non incorrere nei rigori della legge (il rischio di fare pubblicità ingannevole è sempre in agguato). E dietro la scelta di scrivere degli sketch che giochino sul marchio c’è comunque sempre un progetto e lunghe discussioni e trattative. Questo per esempio è il progetto che ho proposto ai produttori di MONETA.

PROGETTO TELEVENDITA MONETA
PREMESSA
La televendita della batteria di pentole MONETA deve tenere presente la dinamica dello spot: l'elemento fondamentale e' l'equivoco semantico moneta (denaro)- Moneta (pentole). Non ritenendo possibile ne' utile ricreare in studio la situazione descritta nello spot (una riunione di un consiglio d'amministratore) abbiamo pensato a due differenti possibilita'.
IPOTESI 1: "GUARDIE E LADRI". Nella scenografia, accanto all'espositore con i prodotti, c'e' anche un angolo che riproduce un salottino (casa Castagna), al centro del quale campeggia una cassaforte trasparente. All' interno della cassaforte c'e'... MONETA: la trasparenza, infatti, rivela una delle pentole in offerta. A guardia della cassaforte c'e' un poliziotto privato (un figurante di grossa stazza dall'aria feroce); la gag quotidiana prevede l'intervento di una ladra (un'attrice comica con calzamaglia e mascherina alla Eva Kant) che in ogni puntata trova un modo diverso e paradossale per mettere fuori combattimento il guardiano impadronendosi della... MONETA SONANTE. Il colpo le riesce ma Alberto la blocca, recuperando la refurtiva. La gag verte sulla SOLIDITA' e sulla ROBUSTEZZA dei prodotti: MONETA SOLIDA, MONETA STABILE, MONETA PESANTE...
IPOTESI 2: "WALL STREET". Nella scenografia c'e' una scrivania da top-manager, dietro la quale, dopo l'offerta iniziale, si piazza Alberto Castagna nei panni del finanziere d'assalto. Alberto convoca la sua assistente (una giovane e improbabile agente di borsa) alla quale chiede notizie sugli investimenti fatti per suo conto; ogni giorno la ragazza combina un guaio causando al suo principale perdite miliardarie. La gag si conclude positivamente: Alberto domanda "Come va la MONETA?" e la ragazza, estraendo a sorpresa una delle pentole in offerta, esclama: "Benissimo: LA MONETA E' IN RIALZO (E' STABILE, PESANTE, ROBUSTA ECC.)

Come si è visto dal testo della televendita, l’azienda ha scelto la seconda ipotesi.
Insomma, anche in piena era delle televendite riesco trovare uno spiraglio per la creatività. A questo proposito voglio citare la televendita PARMACOTTO, che offre ai primi cinque che chiameranno uno stinco, uno zampone e altri prodotti precotti. L’elemento stimolante di questa televendita, scritta per Marta Flavi e inserita nella sua trasmissione “Agenzia matrimoniale” sono le rime celebri, adattate ai prodotti in offerta.
Ecco il progetto…

PROGETTO TELEVENDITA PARMACOTTO condotta da Marta Flavi.

PROSCIUTTO E POESIA. Marta Flavi e' seduta davanti a una tavola imbandita sulla quale sono posizionati i prodotti in offerta, affettati e ben sistemati dalla nostra home-economist. Marta e' affiancata da Alessandro Alessandro, nella vita pianista di "Agenzia matrimoniale"; Alessandro indossa uno smoking e suona una tastiera. L'atmosfera, elegante e raffinata, puo' ricordare quella di un esclusivo piano-bar oppure un salotto Vip. Alessandro accompagna tutta la televendita con sottofondi romantici; ad un certo punto Marta spiega che Alessandro, inguaribile romantico, leggera' alcuni versi immortali scritti da un grande poeta sul prosciutto (o su altri prodotti PARMACOTTO). Alessandro, continuando ad accompagnarsi alla tastiera, prende un librone dal titolo “Rime affettate” e legge alcuni versi: si tratta, naturalmente, di una famosa poesia (o di un brano tratto da un poema) il cui testo originale e' stato modificato. La poesia del giorno parlera' del prosciutto e delle sue fette. Esempi di testi da modificare: "T'amo pio bove" ("T'amo, pro-sciutto..", "L'estate di San Martino" ("La FETTA agli irti piatti tagliata se ne andava..."), l'Iliade, l'Odissea, la Divina Commedia…

Ecco qualche esempio.


Un poeta spagnolo immagina il desiderio del torero che non vede l'ora di tornare a casa, dove lo attende una cena a base di PARMACOTTO.
“Alle otto della sera. Eran le otto in punto della sera. Un bambino portò la tovaglia bianca, alle otto della sera. Un prosciutto gia' cotto, alle otto della sera. Il resto eran fette e solo fette, alle otto della sera.”


Recentemente, in un cassetto del VITTORIALE, gli studiosi hanno rinvenuto un prezioso inedito. Si tratta di alcuni versi scritti dal "Vate" dopo uno spuntino a base di PARMACOTTO in compagnia della sua amante, la più' famosa attrice dell'epoca. “O fetta di Parma calante che brilli su piatti e coperti, o fetta gustosa, qual messe di sogni ondeggia al gustoso tuo odore qua giu'! Oppresso d'amor, di prosciutto, il popol dei vivi s'addorme... o fetta di Parma calante, ondeggia al gustoso tuo odore qua giu'!”

Leggero' alcuni audacissimi versi scritti da Cecco Angiolieri, grande poeta ma soprattutto... grande consumatore di LE PLUS BON PARMACOTTO. "S'i' fosse cuoco, arrostirei 'l prosciutto; si fosse piatto, io l'accoglierei; s'i' fosse vino, l'accompagnerei. S'i' avessi LE PLUS BON (si', proprio lui!) avrei sol fette giovani e leggiadre, le vecchie e laide lasserei altrui.”


Oggi il momento della POESIA IN TAVOLA e' curato da... Dante ALIGHIERI. Il divino poeta, dopo una merenda a base di PARMELLA in compagnia di Beatrice, scrisse questi versi immortali: "Tanto gentile e tanto onesta pare PARMELLA mia, piu' c'ogni altrui SALUME. E denti e lingua la mandano in frantume, e li occhi non l'ardiscon di guardare. Ella si pone, sentendosi affettare, comodamente sopra la forchetta; pare sia MORTADELLA qui venuta dal ciel sul piatto a miracol mostrare."


Un attimo di riflessione per questi versi densi di spiritualita': li scrisse San Francesco, folgorato da un panino al PARMACOTTO che aveva diviso con il lupo di Gubbio. “Laudato sie, mi' Signore, cum tucte le tue creature, spezialmente messor lo PARMACOTTO, lo quale affetto, e rumino per lui; et ellu e' bono e invitante cum dolce suo odore; altissima in tavola porta soddisfazione."

Alcuni strazianti versi scritti da Guido Cavalcanti, triste perché il salumiere della sua donna aveva finito la mortadella PARMELLA. "Perch'i' no spero di tornar giammai, MORTADELLA, in Toscana, va' tu, affettata e sana, dritt'a la donna mia, che di te ha la maniae ti fara' molto onore. Le porterai tue fette tra i sospiri pieni di voglia di chi ha solo verdura; ma guarda che persona non ti miri che sia golosa di gentil natura: che certo, per la mia disavventura, tu saresti contesa... dentro un panino presa; senza PARMELLA, poscia, fame e novel dolore!"


Pianta réi… tutto scorre e tutto passa. Questo vale anche per l’era delle telepromozioni mascherate da televendite. Poi, come sempre, tutto ritorna come prima e la situazione si stabilizza, ma con qualche piccola modifica: l’era dei nuovi “caroselli” finisce e restano telepromozioni da tre minuti, con un breve momento di intrattenimento che introduce e si intreccia con la parte istituzionale. Di questo devono occuparsi gli “autori degli sponsor”. Di questo mi occupo io per anni, con trovate sempre nuove.
Per “Tortì”, telepromozione inserita in FORUM, scrivo per Paola Perego un finto telegiornale. Nei panni della giornalista la bravissima Lucianna De Falco, un’attrice di “Un posto al sole” che interpreterà anche “Le fate ignoranti” di Ozpetek.

TELEPROMOZIONE TORTI’
IN STUDIO: Paola lancia la telepromozione.
CONTRIBUTO RVM: sigla del “TG TORTI’” –
GIORNALISTA: Italia: presto entrerà in produzione il rivoluzionario pneumatico che non si buca e non si sgonfia. L’inventore, un ingegnere torinese, trovandosi come ogni compleanno di fronte alla solita torta dura come una pietra preparata dalla moglie (stavolta, una ciambella di carote), ha deciso di fare un esperimento, utilizzando il dolce come ruota: il risultato è stato ottimo. Le torte della signora non si bucano, non si deformano e tengono perfettamente la strada… un’unica precauzione per chi le usa: ricordate che non sono commestibili. Ci vediamo tra poco… restate con noi!
CONTRIBUTO RVM SPOT
PAOLA: Se la moglie di quell’ingegnere avesse seguito questo consiglio e avesse usato TORTI’, a quest’ora avremo un’invenzione in meno, ma tanta armonia in più: perché una torta sbagliata può portare lo scompiglio in famiglia. Con TORTI’, il nuovo ingrediente che si usa al posto del burro o della margarina, anche voi potete preparare torte SOFFICI e GUSTOSE… e la vita, in casa vostra, sarà una festa continua!
GIORNALISTA: Invece la mia vita è un piagnisteo, la mia casa una valle di lacrime e il mio ufficio… il muro del pianto! Lei pensa che con TORTI’ potrei ricominciare a sorridere?
PAOLA: Sono sicura che le soffici e gustose torte preparate con TORTI’ porterebbero il sorriso in casa sua… e anche nel suo ufficio. Ma perché una donna attraente come lei è così triste?
GIORNALISTA (piangendo): Per dimenticare il mio fidanzato, Mezzobusto Cucurbita, ieri ho invitato a cena a casa mia l’attore americano RON TORT, detto “mandibolone” per la velocità con cui mangia le torte. Gli è bastato assaggiare la torta che gli avevo preparato per darsela a gambe e lasciarmi là, come una cretina…
PAOLA: Se avesse usato TORTI’, “Mandibolone” sarebbe ancora a casa sua… perché con TORTI’ anche lei potrà fare una torta soffice e appetitosa come questa ciambella di carote…
GIORNALISTA: Presto, mi dia la ricetta: prendo carta e penna e me la segno…
PAOLA (mostrando il ricettario): Quando voglio preparare un dolce, io leggo questo ricettario… vede? LE TORTE DEI SOGNI di Lisa Biondi… dove si trovano consigli originali ed efficaci… (contributo pagine ricettario con torte varie) Per esempio, questa ciambella combina le CAROTE con zucchero, farina e soprattutto TORTI’, che dona all’impasto morbidezza e cremosità. Il risultato è una ciambella di carote soffice ed appetitosa, ideale per ogni momento di relax.
GIORNALISTA: Carote? Io vado pazza per le carote… e le ciambelle mi fanno impazzire… potrei assaggiarne un pezzettino?(Paola gliela passa: Carmen la assaggia e mugola di piacere) Mmm… mmmm…. La voglio fare anch’io: sono sicura che con una ciambella di carote come questa, la vista di Ron Tort migliorerà e lui mi vedrà bella come sono. Ma dove lo trovo il ricettario? DOVE?
PAOLA: Siamo alle solite. Stavolta, se permette, l’annuncio lo faccio io: PUBBLICITA’!
CONTRIBUTO RVM SPOT.
Ritorno su Paola. In sovrimpressione, lasciare il numero verde.
GIORNALISTA: Non mi resta che interrompere la diretta e telefonare subito al numero verde… non prima di avere fatto un altro assaggino…
PAOLA (offrendole tutta la ciambella): La prenda tutta, così le sarà più facile rendersi conto delle virtù di TORTI’!
L’attrice divora la torta mugolando di piacere.
GIORNALISTA: Sa che questa ciambella mette allegria? Per completare l’opera, potrei averne un’altra?
PAOLA: E va bene… mi metto subito al lavoro. A domani col TG, con un’altra torta e con TORTI’!



Per la nuova line di pentole (sempre loro!!!!) BIALETTI, invece, Paola Perego è accanto a vari personaggi, tutti interpretati dall’attore Gino Cogliandro (ex-“Trettré”). Qui veste i panni di Donna Ginella. Il Pasquale cui si fa riferimento nel testo è Pasquale Africano, l’attore che per vent’anni ha prestato il volto alla guardia giurata di FORUM, autentico sex-symbol per donne mature.


TELEPROMOZIONE BIALETTI

Donna Ginella corteggia Pasquale.
GINELLA: Pasquale, vieni a cena da me? C’ho una bella ricetta… come l’assaggi, non mi lasci più!
PAOLA: Donna Ginella, quale sarebbe questa ricetta?
GINELLA: L’OCCHIO DI BUE, una specialità che mi viene benissimo. Ingredienti: una padella e Pasquale…
PAOLA: E l’uovo non ce lo mette?
GINELLA: Quale uovo? Io prendo Pasquale, lo metto sul sofà e gli zompo addosso; se fa resistenza, prendo la padella dalla rastrelliera e… BONG! L’OCCHIO DI BUE è garantito, lo svenimento, anche!!!!! Pascalì, vieni qui… sarai la mia PIETANZA!
PAOLA: Donna Ginella, le rastrelliere sono per i fucili, non per le padelle!
GINELLA: Dove vuole che le metta, le padelle? Nel LAVANDELLO non entrano, nella LAVAPIATTOLI neanche, nel COLAPIATTOLI tantomeno, nel COMODINO peggio che mai…
PAOLA: Le padelle SPAZIO SYSTEM BIALETTI entrano comodamente dappertutto! Vede, Donna Ginella, le padelle tradizionali hanno un manico INGOMBRANTE e SCOMODO, per questo è così difficile sistemarle! Le padelle SPAZIO SYSTEM, invece, hanno il MANICO che scompare… così le potete mettere dappertutto... (CLIP n. 1) … dentro il lavello… nella lavastoviglie… nello scolapiatti… in un mobiletto…
GINELLA: Ma scusi, la BIALETTI non faceva le caffettiere?
PAOLA: La BIALETTI, la famosa azienda che ha rivoluzionato il modo di fare il caffè inventando la MOKA EXPRESS, ha inventato anche questo metodo rivoluzionario: il MANICO CHE SCOMPARE che è un BREVETTO MONDIALE!
GINELLA: E solo queste padelle hanno una MANICA che si piega così bene?
PAOLA: Esistono padelle con i manici che si staccano (quindi si possono perdere) o che si piegano all’interno… ma soltanto il manico SPAZIO SYSTEM può scomparire in questo modo… e solo le padelle SPAZIO SYSTEM entrano dappertutto!

GINELLA: Non c’è qualche altro SPENTOLAME SPAZIO SYSTEM con questa manica?
PAOLA: (CLIP N. 2) Della linea SPAZIO SYSTEM fanno parte non solo PADELLE, ma anche BISTECCHIERE, CASSERUOLE e PADELLE FONDE!
GINELLA: Ma questa MANICA c’ha le PILE o si CARICA e va a MOLLETTONE?
PAOLA: Il manico SPAZIO SYSTEM non ha meccanismi!
E adesso osservi questa padella: è in alluminio rivestito di TEFLON sia all’interno che all’esterno per una facile pulizia e una cucina senza grassi. Il fondo è adatto a qualsiasi fonte di calore… ed è garantito dal marchio BIALETTI inciso a laser!
GINELLA: Mi ha convinto: mi dia una padella che faccio un OCCHIO DI BUE a Pasquale!!!! (Afferra la padella e insegue Pasquale)
PAOLA: A domani, con SPAZIO SYSTEM BIALETTI! Donna Ginella…


Concludiamo questa carrellata con i formaggi Mauri, sempre per FORUM. Accanto alla Perego un finto gastronomo francese, Hubert de la Gorgonzolle.


TELEPROMOZIONE MAURI

PAOLA: E’ il momento di parlare di cucina, o meglio, di ALTA CUCINA con il grande gastronomo HUBERT DE LA GORGONZOLLE. Maestro, ho saputo che è stato assunto da AKIHITO, Imperatore del Giappone.
HUBERT (piangendo): Non plus: l’imperateur m’ha licenzié proprio ier! Akihito m’ha incariché de preparé il banchett pour la cerimonia della sua incoronazion. J’ai pensé: siccom siamo in Giappon, l’imperateur gradirà molt la cucin tradizional giappones; così J’ai preparé le CHIEN STUFE’ AVEC LE POMMES DE TERRE (stufato di cane con patate). Pour l’occasion J’ai maté un barboncin che ho trova dans la cucin. Quand J’ai presenté il piatt, Akihito ha gridé: “Ma questo essele BOBITO, CANE PLEFELITO DI AKIHITO! Io dale te mia spada: tu fale HALAKILI!” Che gaffe, madame: m’ero dimenticat che sono i cines che mangiano le CAN: le giaponnes mang le PESCECAN! Se l’imperator me trov, con sua spada fa AFFETTATO DE CHEF!
PAOLA: E’ tutta colpa sua, Hubert: se avesse portato in tavola UVA E BONTA’ ZOLA, a quest’ora sarebbe ancora a Tokyo.
HUBERT: Le giappones aman le GORGONZOLLE?
PAOLA: Tutti amano il gorgonzola, se è genuino e gustoso come il BONTAZOLA prodotto da MAURI. Il gusto inconfondibile di BONTAZOLA viene valorizzato dalla dolcezza degli acini d’uva: quello che le ho proposto è un piatto degno della tavola di un imperatore.
HUBERT: L’avessi saputo prima… insomma, madame, lei mi dice che UVA e BONTAZOLA si sposano…
PAOLA: Esattamente: BONTAZOLA e gli altri prodotti della MAURI “vanno a nozze” con ingredienti semplici e genuini, permettendo di risolvere elegantemente il problema di una visita inaspettata, di una cena da improvvisare…
HUBERT: Io sono particolarmente interessato al gorgonzola, che mi par di capire è un formaggio nobile e aristocratico…
PAOLA: E’ vero: il gorgonzola è nobile e aristocratico ma anche semplice e adatto alla tavola di tutti i giorni. Naturalmente, perché abbia tutte queste qualità, dev’essere BONTAZOLA…

Hubert, si deve mettere in testa che BONTAZOLA è il GORGONZOLA per eccellenza: è cremoso, dolce e digeribile come deve essere il vero gorgonzola. E’ un formaggio genuino, prodotto dalla MAURI con latte di qualità e senza l’aggiunta di conservanti. Ed è disponibile in due diverse versioni, quella morbida e cremosa e quella fortemente aromatica, da intenditori.
HUBERT: Mi dica: chi c’è dietro la bontà di questo fromage?
Un grand-gourmet mio concorrent, francese comme moi?
PAOLA: No, Hubert: dietro la squisitezza e la genuinità di BONTAZOLA c’è una grande azienda italiana, la MAURI, nata nel 1920 nella Valsàssina, nelle Prealpi lombarde. Oggi i formaggi della MAURI vengono prodotti nel modernissimo stabilimento di Treviglio con latte altamente selezionato e controllato.
HUBERT: Sono entusiast: vogl tutti i fromages della MAURI… ma… quanti ce ne son?
PAOLA: C’è il BONTALEGGIO, il tipico formaggio da tavola lombardo… il DUETTO – dolce e fresco mascarpone con il corposo e aromatico BONTAZOLA… poi c’è CAPRI’, CAPRI’ LEGGERO e CAPRINI DI CAPRA… e poi c’è BONQUARTI’ – il tipico quartirolo lombardo.
HUBERT: Li voglio tutti! D’or en avant, je cucineré solamente fromages MAURI!
PAOLA: Bravo, Hubert: se servirà ai suoi blasonati datori di lavoro i formaggi MAURI, conserverà il posto e diventerà sempre più famoso e apprezzato. A domani con Hubert e soprattutto con MAURI, CON TUTTO, CON GUSTO!


In questi anni gli addetti ai lavori dibattono spesso domandandosi quale sia la telepromozione più efficace. C’è chi ritiene esemplari quelle di Aldo, Giovanni e Giacomo per “Mai dire goal”. Ma c’è anche chi ritiene che l’uso eccessivo della comicità metta in ombra il ridotto. In pratica, si ricordano le gag dei tre comici e non si presta attenzione al prodotto. Questa è una vera e propria scuola di pensiero: da molti anni KELEMATA, produttrice di VENUS, rifiuta l’inserimento dell’intrattenimento puro nei propri spazi privilegiando le informazioni sui prodotti. Come sempre “in medio stat virtus”: un equilibrato mix fra intrattenimento e comunicazione istituzionale è la formula migliore. Soprattutto, è quella che meglio soddisfa le esigenze di un autore televisivo. Per altri tipi di comunicazione, infatti, ci sono le agenzie pubblicitarie e i loro copy-writer.

C’è da registrare un altro mutamento avvenuto nel panorama della pubblicità non tabulare (cioè quella diversa dagli spot): le televendite, per anni regno di venditori di pentole, vibromassaggiatori e cyclette, orologi, gioielli, quadri e materassi e diffuse soprattutto nelle emittenti regionali, entrano prepotentemente nella Tv generalista nazionale. Gli strateghi di PUBLITALIA se ne accorgono e cominciano dedicarsi a un nuovo tipo di clientela.
Io penso a un programma di intrattenimento da prima serata fatto esclusivamente di televendite. Si intitola TELEVENDO IO. Quindici anni dopo, su CANALE 5, andrà in onda CASA MEDIASHOPPING, una sitcom in cui la finzione è utilizzata per presentare i prodotti. Nel 1994, quando lo presento, PUBLITALIA lo sposa e lo propone all’allora responsabile dell’intrattenimento della FININVEST, Leonardo Pasquinelli, che mi convoca a Milano. Tutto fa pensare che il programma parta… ma accade un fatto imprevisto: poco tempo prima Fatma Ruffini aveva prodotto un programma mattutino fatto di televendite pure. Non aveva niente a che fare con TELEVENDO IO: l’elemento entertainment non c’era: si trattava di un programma di pure televendite, riservato ai telespettatori interessati non allo spettacolo, ma all’acquisto delle merci proposte. Ma questo tipo di pubblico, che negli Stati Uniti è numeroso attivo, in Italia non c’era. O almeno, non era quello delle emittenti nazionali. Perciò il programma non decolla e viene soppresso. Probabilmente l’insuccesso di questo tentativo induce la FINIVEST a non rischiare con un altro esperimento. E così TELEVENDO IO non parte. Peccato. Perché è un prodotto che potrebbe funzionare. Chissà?

" TELEVENDO ... IO ! "

ipotesi di programma televisivo sulle televendite

PREMESSA
La recente polemica con il Garante e con gli editori di giornali
a proposito della legittimità delle sponsorizzazioni prima e delle telepromozioni poi , da cui sono nate le attuali televendite , hanno creato un ' insanabile frattura nel mondo della
televisione , con ripercussioni sull ' intera società ( televisiva o teledipendente ) italiana .
I professionisti , i sostenitori e i telespettatori delle emittenti commerciali ritengono legittima e affatto
" subliminale " quella particolare forma di promozione di prodotti che si inserisce armonicamente nella forma e nei contenuti dei programmi televisivi .
I sostenitori dell ' illiceità di questo tipo di promozione hanno trovato un interprete sintetico e un po ' snob nel critico televisivo Aldo Grasso , attualmente riformatore della Radio RAI .
Nel suo best - seller IL PAESE DEI BERLUSCONI , Grasso scrive :
" I commissari della CEE, così desiderosi di mettere un po '
d ' ordine nel terreno selvaggio della telepromozione ( che non viene conteggiata nel computo globale della pubblicità ) , dovrebbero assumere come consulenti i due grandi imbonitori
( Wanna Marchi e Guido Angeli ) .
Wanna e Guido spiegherebbero loro che ... un programma che fa telepromozioni non può mai essere di grande livello , altrimenti striderebbe in maniera irreparabilmente goffa con il siparietto dell ' imbonimento ...
Conteggiare la telepromozione nel computo globale della pubblicità non è un attentato alla libertà d ' impresa ma una difesa della buona televisione ; se venti o trenta conduttori guadagneranno qualche miliardo in meno , pazienza . Come diceva Guido Angeli ,
provare per credere . "

Nell ' equazione telepromozione = brutta trasmissione c ' è una evidente forzatura , che potrebbe essere smentita da un più attento esame di tante telepromozioni ( passate ) e televendite
( presenti ) . Non è l ' inserimento di uno spazio commerciale a influire sulla qualità di un programma , prova ne è la bassa qualità dei contenuti e dei messaggi di tante trasmissioni della RAI prive di sponsor . Chi potrebbe sostenere l ' alta
qualità di tanta " TV del dolore " ? Chi potrebbe sostenere che il cinico utilizzo delle tragedie altrui , date in pasto al voyeurismo più bieco in nome dell ' Auditel , sia più onesto di un esplicito ma qualitativamente valido momento di promozione spettacolare ?
Il dogmatico ragionamento di Aldo Grasso ha un altro punto
debole : è vero che l ' offerta diretta di prodotti commerciali in televisione ha precedenti nelle televendite su emittenti locali
delle alghe di Wanna Marchi , dei mobili Aiazzone di Guido
Angeli e degli orologi di Roberto da Crema ; ma è altrettanto vero che , a parità di scopi ( la promozione di una vendita diretta tramite prenotazione telefonica ) non c ' è corrispondenza di linguaggio e di stile .
La televendita FININVEST non si qualifica come diretta filiazione degli strilli di Wanna Marchi o del " Provare per credere ! "
di Guido Angeli , ma come un momento commerciale " alto " , in cui la sensibilità e la creatività di conduttori , autori ,
registi , scenografi e altri operatori del settore è stimolata a inventare una forma qualitativamente ineccepibile e un linguaggio originale e spettacolare .
Una buona televendita , degna di essere inserita in un programma nazionale , non trasforma chi la conduce in un volgare
imbonitore , ma lo costringe a nobilitare la materia che tratta con la qualità del linguaggio televisivo ; se è facile trattare una materia " nobile " , come il dolore o la cultura , in un modo inadeguato e volgare , è invece difficile ( ma non impossibile ) trattare una materia assolutamente commerciale in un modo raffinato e nello stesso tempo diretto .
Patrizia Rossetti , oggetto degli avvelenati strali di Grasso ,
ha spesso ottenuto più ascolto e gradimento con le sue spettacolari telepromozioni , condite con scenette e giochi degni di un varietà , che con gli annunci e delle segnalazioni contenuti nel suo programma quotidiano , BUON POMERIGGIO di RETEQUATTRO .
L ' abbandono delle telepromozioni , che permettevano di trattare una materia prettamente commerciale con gli strumenti del varietà
e del telequiz , a favore di un messaggio privo di
" deviazioni " spettacolari quali giochi e gag non incentrati sulle qualità del prodotto , ha indubbiamente ristretto le possibilità di intervento artistico .
Occorre pertanto un grosso lavoro sulla comunicazione per rendere le televendite della FININVEST nello stesso tempo coerenti con la legislazione vigente e con la necessità di fare uno spettacolo di qualità .
Questo lavoro è già iniziato : le televendite di SCHERZI A PARTE ,
NON E ' LA RAI , FORUM e SARA ' VERO sono un esempio di un modo divertente e spettacolare di svolgere una televendita .
Un altro problema da affrontare è la PROMOZIONE dell ' immagine della televendita : il metodo migliore per offrire ai telespettatori un ' avvincente e divertente motivo di riflessione su questa nuova forma di offerta commerciale è un programma brillante interamente dedicato alle televendite .
In TELEVENDO IO la televendita cessa di essere interruzione e diventa spettacolo autonomo ; inoltre , attraverso un inedito torneo fra televenditori , il programma è anche un gioco avvincente .

IL PROGETTO

" TELEVENDO IO " si presenta come un varietà a basso costo la cui novità consiste nell ' utilizzo spettacolare di un particolare
" fil rouge " : la televendita .
La struttura portante del programma è un " torneo di televendite "
che vede sfidarsi cinque famiglie di consumatori per ogni
puntata ; a ogni famiglia corrisponderà una vera televendita .

IL TORNEO

" TELEVENDO IO " non è diretto a un particolare tipo di responsabile d ' acquisto , ma a tutte le tipologie di
consumatori ; per ogni puntata verranno quindi selezionati nuclei familiari eterogenei ( come quelli dell ' AUDITEL ) , adatti alle cinque diverse aziende presenti nel programma con le loro
offerte .
Supponiamo che le aziende siano le seguenti :
BILBA DI CADEY ( consumatrici tradizionali alla Rossetti ) , CASIO ( pubblico giovanile che segue Ambra ) , FANNY DESIGN o MONDIAL CASA ( pubblico familiare medio - basso ) , DEL MONTE ( pubblico familiare medio - alto ) , RIO CASAMIA ( casalinghe ) .

A ogni nucleo familiare verrà affidata una televendita :
i componenti ne cureranno l ' ideazione e la " regia " e sceglieranno al loro interno il " televenditore " più adatto .
Le prove si svolgeranno così :
FAMIGLIA A : la madre , 40 anni , condurrà la televendita BILBA DI CADEY in coppia con la figlia di 18 anni ;
FAMIGLIA B : il figlio quindicenne condurrà la televendita CASIO - MY MAGIC DIARY con la sorellina di 12 anni ;
FAMIGLIA C : la nonna , 60 anni , condurrà la televendita FANNY o MONDIAL CASA in coppia con il nipote ventenne ( che per
l ' occasione interpreterà una gag vestito da cameriera ) ;
FAMIGLIA D : il padre quarantenne condurrà con la moglie una raffinata televendita sui prodotti DEL MONTE ;
FAMIGLIA E : la madre e la figlia ( 30 e 10 anni ) condurranno la televendita RIO CASAMIA coadiuvate dallo zio in funzione di
" maggiordomo " .

Al termine di ogni puntata una giuria di consumatori darà i punteggi e proclamerà i vincitori , che supereranno il turno .
Il momento conclusivo del torneo sarà costituito dalla finalissima ( ultima puntata ) nel corso della quale verranno proclamati i campioni , cioè i TELEVENDITORI - CONSUMATORI migliori
d ' Italia .

Il torneo di televendite costituirà nello stesso tempo il nucleo centrale del programma e il momento di vera televendita ; legare
l ' offerta commerciale a un torneo anziché affidarla a un
testimonial , invoglierà il pubblico televisivo a seguirla con la massima attenzione .



GLI ALTRI ELEMENTI
Le cinque prove - televendite saranno intervallate da altri elementi spettacolari , sempre strettamente connessi al " tema " del programma .
Questi elementi sono :

ALLA RICERCA DEL VENDITORE PERDUTO : contributi girati nei mercati e nelle piazze italiane , dove si trovano quegli straordinari venditori - imbonitori ( tipico il venditore di un
" sintonizzatore per televisori " )

TELEVENDITORI ALLA RIBALTA : i televenditori storici , come Wanna Marchi , Roberto Da Crema , Guido Angeli e altri partecipano al programma nelle singolari e inedite vesti di ... attori di telenovela o soap - opera . Nel programma si potrebbe inserire un brevissimo sceneggiato comico ( 3 ' - 5 ' a puntata ) sulla romantica e dolorosa vicenda di un ... televenditore
disoccupato ) . I " divi delle televendite " potrebbero anche esibirsi come cantanti .

TELE - GUEST STAR - VENDITORE : in ogni puntata un personaggio famoso , lontano dal mondo delle offerte commerciali , conduce una televendita falsa , proponendo cioè un prodotto inesistente .
In tal modo il divo o l ' intellettuale di turno darà una lezione di ... stile di televendita .
Per individuare le tipologie dei personaggi basta pensare a :
Giorgio Albertazzi , Vittorio Sgarbi , Dino Baggio , Arrigo
Sacchi , Aldo Busi , Nilla Pizzi , Federico Zeri , Sandro Paternostro e mille altri , tra cui intellettuali , politici , artisti vari ...

CONSIGLI PER GLI ACQUISTI : spot pubblicitari amatoriali realizzati da dilettanti in VHS o VIDEO 8 e spediti alla redazione del programma

TELE - BLOB - VENDITE ( oppure MAI DIRE TELEVENDITA ) :
rassegna - campionario delle peggiori televendite trasmesse dalle emittenti locali o da quelle straniere

IL MERCATINO DELLE TELEVENDITE : il programma ospita anche un singolare " spazio aperto " riservato alle videocassette in cui i telespettatori " televendono " qualcosa di personale ( magari anche ... loro stessi se sono in cerca di un lavoro o di
un ' anima gemella ) . Le cassette più originali verranno trasmesse .

IL TELEVENDITORE VIRTUALE : in ogni puntata è previsto un angolo riservato al TELEVENDITORE VIRTUALE , un personaggio tridimensionale animato e parlante in grado tra l ' altro di prendere le sembianze delle varie confezioni di prodotti .
Questo personaggio si propone come il miglior televenditore del mondo e dichiara di aver venduto frigoriferi negli igloo e stufe nel deserto . Questo spazio ha lo scopo di presentarlo rendendolo familiare al pubblico : a lui potrebbero essere affidate in futuro alcune televendite .


VI
Il primo format non si scorda mai

Dove l’autore scrive un nuovo programma che – incredibile a dirsi! – si fa!

Dei format si parla spesso a sproposito. Dopo che la televisione italiana nella sua globalità è stata colonizzata dalla ENDEMOL e da alcune altre società specializzate nell’ideazione e/o nella commercializzazione di programmi televisivi, il format appare da un lato come una miniera d’oro e dall’altro come una chimera. Miniera d’oro, perché ogni anno migliaia e migliaia di ore di programmazione vengono affidate interamente a queste società, che vigilano attente affinché programmi ideati da autori olandesi, americani, australiani o francesi (l’importante è che non siamo italiani) vengano realizzati in tutto il mondo nello stesso modo. Cosa vuol dire “nello stesso modo”? Può un programma essere uguale negli Stati Uniti, in Spagna, in Argentina, in Congo, in Svezia e in Romania?
Certo che può: basta che siano gli stessi, senza che vengano introdotte modifiche importanti, lo schema generale, la scaletta, la scenografia, il software se si tratta di un game – show, la grafica, i jingle, la colonna sonora e i sottofondi, la sigla… insomma, tutto ciò che è visibile e riconoscibile. Possono invece essere modificati (e qui interviene il lavoro degli autori) lo spirito generale del paese in cui viene trasmesso: nel caso del “Grande fratello”, ci sono paesi in cui il programma spinge l’acceleratore sulla promiscuità e su situazioni sessualmente esplicite, altri in cui la morale cattolica dominante lo impedisce. Ma per il resto, il programma è uguale.
Lo stesso vale per i game show e i quiz tv (generalmente assimilati ma strutturalmente diversi): cambiano ma solo in parte le domande, per lo meno quelle maggiormente legate alla storia e alla realtà del paese in cui viene realizzato il programma, mentre l’impianto generale resta immutato. La fiction non si sottrae a questa regola: uno dei migliori prodotti italiani degli ultimi tempi, RACCONTAMI, una serie intrisa di memorie tipicamente italiane legate agli anni ’60 e alla nascita della televisione, in realtà è la trasposizione della serie spagnola CUENTAME. Lo stesso vale per I CESARONI, serie girata a Roma e intrisa di romanità: è la versione italiana dei SERRANOS… e chi sono i Serranos se non il corrispondente spagnolo dei Cesaroni? Nemmeno UN MEDICO IN FAMIGLIA si sottrae a questa regola: nonno Libero legge L’UNITA’ solo da noi. Ci resta almeno IL MARESCIALLO ROCCA, che grazie a Dio non è un ufficiale della Guardia Civil di Madrid riciclato, ma un italiano vero.
Tutto questo ha una spiegazione ? Diciamo che di spiegazioni ce n’è più d’una. Quella ufficiale, ripetuta stancamente come una filastrocca intonata dalla nonna dai dirigenti delle emittenti nazionali e dai ricchi produttori indipendenti italiani, è che i format stranieri, essendo andati in onda nei paesi di origine, sono già stati testati. Perciò, acquistare i diritti del GRANDE FRATELLO o dei SERRANOS è molto più conveniente e sicuro che produrre un programma italiano nuovo, mai testato, che potrebbe anche andare male. Inutile dire che anche molti format stranieri a volte in Italia non funzionano. Inutile soprattutto fare la prima domanda che verrebbe in mente anche a un bambino: “Scusate, ma gli spagnoli, gli olandesi e tutti gli altri, come hanno fatto? Ci sarà un paese in cui un format viene realizzato per la prima volta!”.
Certo che c’è: l’Olanda, la Spagna, gli Stati Uniti, l’Inghilterra e tanti altri paesi creano format e li mettono sul mercato. Noi no. Quando ci proviamo – molto, molto di rado – può capitare che vada bene. In questo caso si parla dell’eccezione che conferma la regola. Un’eccezione è sicuramente rappresentata da due sitcom, INTERVALLO (Disney Channel) e BUTTAFUORI (RAI TRE) che sono state vendute all’estero. E allora?
E allora c’è qualcosa che non va. Me ne sono accorto quando ho lavorato al tentativo di adattare un format ispirato alla serie americana “Il fuggitivo” (dalla quale è stato tratto l’omonimo remake cinematografico con Harrison Ford)… ma a questa storia, fondamentale sotto il profilo della formazione, è dedicato un intero capitolo.
Nel frattempo parliamo del primo programma originale (si fa per dire) da me ideato e realizzato. Siamo sempre nell’era del mito, cioè nei primi anni ’90, quando ancora la FININVEST si chiama FININVEST e al suo interno si respira un’aria pionieristica.
Pochi anni dopo anche la principale TV privata italiana si trasformerà in un ministero.
Ma nel 1992 ancora tutti vivono per lavorare: non si dorme mai e in ogni istante del giorno e della notte si attende la chiamata del capo. Che non è Silvio Berlusconi, che in sordina prepara il suo ingresso in politica e quindi non ha più tempo per scegliere la giacca dei conduttori, ma il direttore di rete. Nel mio caso, quello di RETEQUATTRO, Michele Franceschelli. Con le telenovelas e le soap e con l’inossidabile Patrizia Rossetti, Franceschelli ha conquistato la fascia pomeridiana, sbaragliando la concorrenza di RAI DUE, che ha osato opporgli una trasmissione simile a BUON POMERIGGIO condotta dalla bella e simpatica Marina Viro (le faccio questi complimenti sperando che qualcuno glieli riferisca e lei senta il bisogno di correre a comprare il libro. Lascio il seguito alla fantasia dei lettori). Franceschelli, onusto di gloria, decide di conquistare il mondo, cioè l’intera giornata. Perciò decide di “invadere” la mattina, dominio incontrastato di Michele Guardì, sovrano del programma “I fatti vostri”. Il mio destino è quello di combattere silenziosamente Guardì: da allora sono passati quattordici anni e ancora lavoro in un programma che va in onda alla stessa ora del suo, che ora si chiama PIAZZA GRANDE ma è uguale a I FATTI VOSTRI.
Franceschelli incarica me e la regista di BUON POMERIGGIO, che è anche il suo braccio destro (e sinistro), la sua voce e il suo occhio e l’esecutrice delle condanne a morte da lui inflitte: Tiziana Martinengo, che poi diventerà autrice nonché capo-progetto de L’ISOLA DEI FAMOSI.
La richiesta è semplice: COMBATTETE GUARDI’ CON LE SUE STESSE ARMI. Tradotto dal “franceschellese” significa: “Create un programma che sia simile ma non identico a I FATTI VOSTRI!”.
C’è una postilla all’ordine di servizio: inserite un gioco telefonico intitolato “Lo fa o non lo fa?” che utilizzi il ricco archivio della FININVEST. Io e la Martinengo ci mettiamo all’opera… ed ecco il risultato.


A CASA NOSTRA
progetto

IL PROGRAMMA

A CASA NOSTRA sarà condotto da Patrizia Rossetti e si rivolgerà a due tipi di pubblico: quello tradizionale di BUON POMERIGGIO,costituito essenzialmente da casalinghe appassionate di telenovelas e soap-opera e un pubblico costituito da famiglie,che durante l'ora di pranzo guardano la televisione e partecipano ai giochi telefonici.
Questa particolare composizione del target impone la necessità di privilegiare gli elementi NON TIPICI di BUON POMERIGGIO, che sono tradizionalmente le telenovelas e le soap, NON TRASCURANDO del tutto queste ultime, al fine di non scontentare il vecchio pubblico, veicolando quello nuovo verso BUON POMERIGGIO e i programmi in esso contenuti.
Elementi fondamentali di A CASA NOSTRA sono:
1) LA SCENOGRAFIA
2) IL GIOCO
3) AMICI,PERSONALE DOMESTICO,VICINI DI CASA CHE ANIMANO LA TRASMISSIONE
4) IL VIDEOCITOFONO
5) L'ANGOLO DELLA SPERANZA (UN GRAVE CASO UMANO DA RISOLVERE CON
L'AIUTO DEI TELESPETTATORI)
6) IL MERCATINO DEL CUORE (UN CASO MENO DRAMMATICO CHE OGNI GIORNO VIENE SOTTOPOSTO ALL'ATTENZIONE DEI TELESPETTATORI)
7) IL MOMENTO MUSICALE
8) I MOMENTI DEI DUE SPONSOR

1-LA SCENOGRAFIA

La scenografia di A CASA NOSTRA riproduce una CASA,inserita in un bel condominio dotato di portineria.
Gli ambienti sono: un salone con grandi vetrate e vista sulla città,una cucina, uno studio, una camera da letto con un ampio guardaroba.
Le stanze sono una vicino all'altra, esattamente come il set di una telenovela; questo agevola il passaggio da un ambiente all'altro.

2-IL GIOCO

Prendendo spunto dal FORMAT olandese di grande successo "LO FA NON LO FA" abbiamo ideato un gioco telefonico basato sulla scommessa: tre concorrenti alla volta giocheranno l'uno contro l'altro telefonando dalle proprie abitazioni. A ciascun concorrente viene assegnato un monte premi iniziale di un milione di lire. Ogni giocatore può utilizzare questa somma per SCOMMETTERE con A CASA NOSTRA. Se accetta di giocare con Patrizia può scommettere tutta la somma o solo una parte; se risponde esattamente raddoppia il suo monte premi. Se sbaglia la somma che ha perduto va ad accrescere il monte-premi degli altri concorrenti.
Ai concorrenti che hanno deciso di puntare viene mostrato un CONTRIBUTO con una scena tratta da uno dei programmi televisivi della FININVEST (la scelta spazierà dal varietà,al telefilm,al film,alla telenovela,alla soap-opera,al programma di Giuliano Ferrara con lite,all'intervento di Sgarbi,al "Maurizio Costanzo Show"...)
Il contributo verrà interrotto prima dell'epilogo (D'Agostino che schiaffeggia Sgarbi,Lorella Cuccarini che facendo la parodia di "Nove settimane e mezzo" si toglie la scarpa e colpisce Columbro sulla testa,Jorge Martinez che in "La donna del mistero" sfonda la porta della nave che brucia...).
I tre concorrenti dovranno rispondere alla domanda "Lo fa o non lo fa?"
Chi indovina l'azione conclusiva del contributo RADDOPPIA quanto ha scommesso (se il concorrente A ha scommesso L. 500.000 e ha risposto esattamente,gli restano L. 1.000.000 + L. 500.000 che non ha scommesso)
Chi sbaglia,perde tutto ed esce dal gioco.
Vince e resta in carica chi ha scommesso di più e quindi ha un monte premi maggiore.
In caso di PARITA' nelle prime due manche i concorrenti restano in gara.In caso di parità nella terza manche è previsto uno spareggio con DOMANDE SULLA TELEVISIONE.
Il vincitore resta in carica e SFIDA,nel corso della puntata,altri due concorrenti.


3 - AMICI,VICINI...

Nell'appartamento,oltre a Patrizia Rossetti,compaiono alcuni personaggi fissi (la cameriera,i giovani vicini di casa) e altri "amici di passaggio".
Questi personaggi intervengono nel corso della trasmissione dando ritmo e spunti al suo svolgimento:la cameriera porrà a Patrizia problemi di vestiario o di cucina con brevi ed efficaci GAG,mentre gli AMICI le saranno vicini e parteciperanno a tutti i momenti della trasmissione.
I ragazzi,tutti di età tra i venti e i trent'anni,indosseranno ABITI "CASUAL",semplici e non sofisticati.

4 - IL VIDEOCITOF0NO

Nel corso del programma ci saranno alcuni intermezzi di carattere comico-brillante.
Un portiere (Maurizio Gianotti) di tanto in tanto suona il campanello del portone d'ingresso per parlare con Patrizia. Il portinaio appare al videocitofono (che lo rende irriconoscibile) e improvvisa dei duetti comici con Patrizia.
Al portiere è affidato anche il compito di NOTAIO:
quando nel corso del gioco c'è un dubbio o un errore,il campanello squilla e il portiere dice:"Signora Rossetti,stavo seguendo la puntata alla televisione!Lei ha sbagliato:ha ragione il concorrente..."

5 - SORELLA SPERANZA

Ogni settimana A CASA NOSTRA si occupa di un caso umano molto grave,che viene presentato TUTTI I GIORNI con un contributo
DIVERSO.
Esempi:una bambina povera che ha bisogno di un trapianto di fegato ed Š costretta a recarsi all'estero;un uomo per vivere deve sottoporsi alla dialisi e non ha più un lavoro;un'intera famiglia è rimasta senza casa e dorme in auto ecc.
I telespettatori sono invitati a inviare un contributo.
Ogni giorno,per una settimana,va in onda un diverso contributo realizzato precedentemente:intervista alla persona bisognosa,ai suoi familiari,al medico curante,al primario dell'ospedale,all'esperto ecc.
Man mano che i contributi arrivano alla redazione di A CASA NOSTRA e il caso trova una sua soluzione,viene effettuato un aggiornamento,che va in onda anche nelle settimane successive,fino alla auspicabile soluzione del caso.
L'assegno con il contributo raccolto verrà consegnato in diretta agli interessati.

6-IL MERCATINO DEL CUORE

Ogni giorno un ospite viene nel salotto di A CASA NOSTRA a presentare il proprio caso;si tratta di un problema molto meno drammatico di quelli di cui si parla in SORELLA SPERANZA.
Si parlerà di una vecchietta che non riesce a ottenere la pensione,di un'altra donna anziana che ha molti gatti e non può più tenerli per motivi di salute,di un uomo che è rimasto senza lavoro.
I telespettatori di A CASA NOSTRA saranno invitati a contribuire:ci sarà chi offre un lavoro,chi dà un consiglio,chi prende uno dei gatti "sfrattati".Quando è necessario verrà sentito il parere di un esperto:per esempio quando si rende necessario un consiglio legale.

7-IL MOMENTO MUSICALE

Il momento musicale (stacchi e canzoni) è affidato a un pianista con supporto di tastiere elettroniche.


ALTRI ELEMENTI

-GIOCO MUSICALE "CANTATE A CASA NOSTRA": due concorrenti si esibiscono cantando al telefono la strofa di una canzone accompagnati dal pianista

-BUON COMPLEANNO: in ogni puntata viene festeggiata una persona comune che compie gli anni

-FAMIGLIE: ogni settimana una famiglia viene in studio a raccontare la propria storia di ordinaria felicità:anziché drammi e violenze ai telespettatori verranno offerte storie di amore e comprensione.

Avrete notato il riferimento a situazioni di disagio e all’immancabile ricorso alla solidarietà. Ebbene, se state pensando che queste formule altro non siano che un riferimento alla cosiddetta TV DEL DOLORE… ebbene, avete centrato il bersaglio. Proprio così: negli anni ’90 i casi umani vanno di moda. Infatti non sono più casi umani, ma semplice carne da cannone, o meglio, da tubo catodico.
Sulle reti RAI come sulle reti FINIVEST, la sofferenza fa ascolto. Se ne accorge anche Giorgio Gori, allora direttore di CANALE 5, che commissiona a Gerry Scotti e ai suoi autori un programma analogo a I FATTI VOSTRI e quindi molto simile al nostro. Nasce così, nello stesso periodo, ORE 12.
Inutile dire che anche a Gori ed a Gerry Scotti la sofferenza piace da matti. Il problema è che i nostri studi sono uno accanto all’altro: ORE 12 è allo studio 5 di Cologno Monzese, A CASA NOSTRA allo studio 4. Il risultato a volte è imbarazzante: arriva un uomo su una sedia rotella e subito scatta la caccia. I redattori di ORE 12 lo afferrano e lo portano nello studio 5. Il poveretto, dopo essere stato intervistato e “briffato” (cioè preparato per rispondere alle domande di Scotti) rivela timidamente di essere un ospite di Patrizia Rossetti. Nel frattempo un altro portatore di handicap fisico è a colloquio con me. Ogni mattina nei corridoi di Cologno, tra le ballerine di Scotti e i ragazzini colorati di A CASA NOSTRA, transitano e stazionano non vedenti, suore, missionari comboniani, vittime di stupri e violenze, ergastolani in licenza.
Un giorno viene in studio un ragazzo in coma irreversibile. Davanti alle telecamere, in onda, le ragazze di A CASA NOSTRA, visibilmente commosse, cercano di svegliarlo. A un certo punto, verso la chiusura della trasmissione, una di loro si convincerà di avere avuto una risposta. Molti, in studio, grideranno al miracolo. Ovviamente si tratta di autosuggestione: il povero ragazzo non si risveglierà, né allora né mai. Noi passeremo ad altri casi: the show must go on.
La TV del dolore è ancora viva e vegeta. Credo che sia interessante a chi pensa di lavorare in televisione, mostrare un elenco di casi che la redazione di A CASA NOSTRA ha selezionato.

IL MERCATINO DEL CUORE (QUOTIDIANO)

L. M. HA 21 ANNI. DOPO 23 OPERAZIONI E' COSTRETTO SULLA SEDIA A ROTELLE.
HA BISOGNO DI INSTALLARE UN ASCENSORE A CASA SUA. HA UN BEL VISO,DIPINGE LE CERAMICHE.

C. A. DI VERONA FA PARTE DI UN GRUPPO CHE HA BISOGNO DI RACCOGLIERE MATERIALE VARIO PER UNA MISSIONE IN MADAGASCAR. I TELESPETTATORI SARANNO INVITATI A INVIARE VESTITI,OGGETTI,FILMINI DA PROIETTARE AI BAMBINI.

G. P.,80 ANNI,SCULTORE CHE VIVE IN GRAVI RISTRETTEZZE ECONOMICHE A CINISELLO.
HA BISOGNO DI UN AIUTO ECONOMICO PER VIVERE.

M. M.,ANZIANA EX-INSEGNANTE CHE SCRIVE POESIE E STORIE PER BAMBINI,CERCA UN EDITORE O QUALCUNO CHE L'AIUTI A RENDERE PROFESSIONALE QUESTA SUA ATTIVITA'.

A. B., INFERMIERA IN PENSIONE CHE VIVE IN UNA CANTINA. CERCA UNA CASA.

A.C.S.:E' UN ORGANISMO INTERNAZIONALE CON SEDE A MILANO CHE HA BISOGNO DI CONTRIBUTI VARI PER LA RUSSIA.

UN CASO CHE NON HA BISOGNO DI CONTRIBUTI MA E' ESEMPLIFICATIVO: A. N.,INFERMIERA DI ROMA, HA PRESO IN CASA UN MALATO TERMINALE DI CANCRO E TUTTA LA SUA FAMIGLIA. L'UOMO SI E' SPENTO SERENAMENTE E L'INFERMIERA HA CONSERVATO UN OTTIMO RAPPORTO CON LA FAMIGLIA.

A. P.: RAGAZZA DI 17 ANNI DI CINISELLO CHE HA BISOGNO DI UN MOTORINO PER RAGGIUNGERE IL POSTO DI LAVORO.

PETER, NIGERIANO,STUDENTE UNIVERSITARIO (ARCHITETTURA),VIVE NEL PENSIONATO UNIVERSITARIO DI MILANO,FA LAVORETTI PER VIVERE MA I SOLDI NON GLI BASTANO. LO AIUTA IL VOLONTARIATO VINCENZIANO.

E. G.,SEPARATA DAL MARITO CON DUE BAMBINI,TRASFERITA A VARAZZE PER CERCARE LAVORO,VORREBBE TORNARE A MILANO MA NON HA NE' CASA NE' LAVORO. SONO I DUE BAMBINI A PREMERE PER TORNARE A MILANO.

G. C. DI MILANO HA 12 FIGLI,A CASA NE HA ANCORA QUATRO,IL MARITO E' PENSIONATO,CERCA UN AIUTO.

G. D. HA UN BAMBINO CHE SOFFRE DI ASMA BRONCHIALE E CRISI DEPRESSIVE, CERCA QUALCUNO CHE LO PORTI IN VACANZA AL MARE.

DUE CONIUGI SFRATTATI VIVONO IN AUTO DA SEI MESI A VIDIGULFO (MI).

UNA COPPIA DI CURDI DA ANNI IN ITALIA NON RIESCE A SISTEMARSI.

CI SONO NUMEROSI CASI DI BAMBINI E RAGAZZI CHE CERCANO FAMIGLIE A CUI ESSERE AFFIDATI. L'OFFERTA VIENE DAGLI UFFICI ASSISTENZE SOCIALI DELLE USSL.

Insomma, niente di nuovo sotto il sole, perché la TV del dolore non è stata certo inventata da RETEQUATTRO. Ma c’è qualcosa di più sottile nelle indicazioni che ci sono state date dal direttore di rete. Franceschelli ha un sogno che insegue con tutte le proprie forze: vuole che la sua rete cresca in qualità e in audience a un punto tale da competere non solo con RAI DUE, ma anche con RAI UNO e CANALE 5. E A CASA NOSTRA non è un semplice programma di intrattenimento del mattino, ma qualcosa di più: con una notevole spregiudicatezza, che ha il pregio di essere dichiarata e non nascosta, Franceschelli mira a creare qualcosa che ricordi la madre (o il padre) di tutti i format: PORTOBELLO. Infatti A CASA NOSTRA è un contenitore che contiene tutto, dal gioco alla solidarietà alla musica al talk-show. E va oltre, perché questo PORTOBELLO degli anni ’90 ingloba anche storici programmi di RAI TRE. Come CHI L’HA VISTO? Guardate di quali casi andiamo ad occuparci, senza alcuna vergogna.

CHI L'HA VISTO (SETTIMANALE)

GENERALE G. T. DI 78 ANNI DI NAPOLI.L'ANNO SCORSO HA CONOSCIUTO AD ASSISI UN FRATE CHE GLI E' RIMASTO IMPRESSO PER LA SUA BONTA' E DELICATEZZA D'ANIMO.
NON SA PIU' DOVE TROVARLO E VORREBBE TANTO RIVEDERLO.

CI SONO MOLTI CASI DI VECCHI SOLDATI CHE CERCANO I LORO EX-COMMILITONI.


E dulcis in fundo… è proprio il caso di dirlo, dulcis in fundo arriva il lieto fine. Perché il pubblico di RETEQUATTRO, che vuole piangere, ma anche ridere, non si accontenta dei problemi: vuole le soluzioni. E noi gliele forniamo.


LIETO FINE (SETTIMANALE)

R. B.,CANTANTE,PORTATORE DI HANDICAP, DOPO VARIE ESPERIENZE NEGATIVE HA TROVATO LA FELICITA' E SI E' SPOSATO.

PROF.C.,HA OPERATO GRATUITAMENTE UN BAMBINO RUMENO NATO CON UNA GRAVE MALFORMAZIONE ALLE MANI E LO HA GUARITO. VERREBBE CON IL BAMBINO.

S. E' UN BAMBINO DOWN ACCETTATO CON GRANDE GIOIA DA TUTTI.
I SUOI FAMILIARI DICONO:"SE NON CI FOSSE BISOGNEREBBE INVENTARLO."

N. T. DI MILANO:UN EX-EROINOMANE TOTALMENTE GUARITO SENZA BISOGNO DI COMUNITA' O PARTICOLARI TERAPIE. SALVATO DALLA FORZA DI VOLONTA'.

MONSIGNOR HNILICA:CARDINALE CECOSLOVACCO CHE HA SUBITO PERSECUZIONI POLITICHE,E' STATO OSTEGGIATO ANCHE DALLA CHIESA CECA E ALLA FINE E' DIVENTATO CARDINALE.

UNA CAGNETTA HA SALVATO LA VITA A UN CERCATORE DI FUNGHI COLPITO DA ICTUS IN UN BOSCO. POTREBBERO VENIRE L'ANIMALE E LA PADRONA.

UNA POSTINA DI 46 ANNI IN UN PAESE DI MONTAGNA DEDICA IL SUO TEMPO AGLI ANZIANI CHE ABITANO NELLE FRAZIONI PIU' SPERDUTE.

A. B. DI BARI E' UN BAMBINO PRODIGIO: A SETTE ANNI GLI REGALANO UNA TASTIERA,A QUATTORDICI E' GIA' DIPLOMATO AL CONSERVATORIO.ORA E' UN VIRTUOSO.

UNA COPPIA CHE HA AVUTO UN GRAVE INCIDENTE VUOLE RINGRAZIARE LA CROCE AZZURRA CUI DEVE LA VITA.


E con questo abbiamo finito, verrebbe da dire… niente affatto! Perché il nostro contenitore universale si arricchisce delle tematiche di MI MANDA LUBRANO, che confluiranno poi nell’attuale MI MANDA RAI TRE. Noi questa rubrica la chiamiamo “Usi e soprusi”…

USI E SOPRUSI

CASO DI UNA VEDOVA IL CUI MARITO AVEVA PRESTATO 20 MILIONI A UN AMICO.DOPO LA MORTE DEL MARITO LA DONNA HA CERCATO DI RECUPERARE I 20 MILIONI.L'AMICO AVEVA FIRMATO UN ASSEGNO,MA SI E' RIFIUTATO E HA MINACCIATO.LA DONNA HA PRESENTATO DENUNCIA IN PROCURA 5 ANNI FA,MA NON E' SUCCESSO NULLA E NULLA RISULTA AGLI ATTI.

UN AVVOCATO MASCALZONE HA CAUSATO LO SFRATTO ESECUTIVO PER UN'ANZIANA COPPIA CHE VIVE IN UN ALLOGGIO DAL 1944.

BARISTA E SIGNORA MULTATI PER AVER REGALATO DUE PACCHETTI DI CARAMELLE A TRE BAMBINI,DUE DEI QUALI NIPOTINI,PERCHE' NON AVEVANO EMESSO SCONTRINO FISCALE.

A.S.,UN PENSIONATO DI SANT'ANTONIO ABATE,NAPOLI (400.000 LIRE AL MESE) NON SI POTEVA PIU' PERMETTERE DI VIAGGIARE SUL MOTOFURGONE.PER PROTESTA USA UN CALESSE TRAINATO DA UNA PECORA.

UN RAGAZZO E' TORNATO DAL SERVIZIO MILITARE SOTTO CHOCK (NON PARLA E NON RICORDA) - I COMMILITONI NON SI FANNO AVANTI PER SPIEGARE.LA MADRE VUOLE CONOSCERE LA VERITA'.

UN UOMO DIVORZIATO NEGLI USA A CAUSA DI UN ERRORE BUROCRATICO NON RIESCE A SPOSARSI IN ITALIA.

A CASA NOSTRA si rivolge allo stesso pubblico (ha lo stesso target, è espressione più corretta) di altre due reti, RAI DUE e CANALE 5. Oltretutto lo fa con le stesse armi. Per questo non riesce nell’intento. Come del resto non ci riesce Gerry Scotti con il suo ORE 12, che chiude senza drammi. Noi no. Per un insieme di circostanze e coincidenze, tutti noi viviamo il fare TV in modo viscerale e nevrotico. Ci comportiamo come se dovessimo salvare il mondo. Un errore di trasmissione di scaletta, un ordine del direttore disatteso provoca veri e propri processi. In una situazione come questa autori, registi, produttori, redattori, vallette e valletti possono trasformarsi in delatori e kapò. Accadono fatti incredibili che non avrebbero ragione di accadere. Sono fatti che gli aspiranti autori devono mettere in conto. Perché ci passeranno anche loro. Così come non potranno evitare che qualche conduttore o conduttrice li insulti o, in qualche caso, li colpisca con posacenere e altri corpi contundenti. Fa parte del “fare TV”. A causa degli ascolti che non raggiungono l’obiettivo, A CASA NOSTRA si trasforma in un inferno. Ci sono tutti gli elementi dei peggiori psicodrammi: mobbing, ricerca di capri espiatori, concorrenza sleale, diffamazione, delazione… e altre cose che preferisco tacere, anche se fanno parte anch’esse del “fare TV”.
Non solo: è noto che quando un programma non va bene, si adottano provvedimenti inutili, che servono soltanto a prolungare di poco l’agonia e a colpevolizzare qualcuno. Di solito, in caso di ascolti bassi, si cambia la scenografia e ovviamente il programma muore lo stesso.
Nel nostro caso parte della colpa viene data alla conduttrice, che viene giudicata troppo debole per quella fascia. E così le vengono affiancati non uno, ma tre co-conduttori: si tratta dei RICCHI E POVERI. E meno male che non c’è più Marina Occhiena, la bellissima bionda (sono rimasti la “brunetta”, Angela, e i due Angeli), altrimenti i co-conduttori sarebbero quattro. Ovviamente non cambia niente, perché il problema non è né la conduzione né la scenografia né tanto meno il lavoro degli autori. Il problema è di palinsesto e di strategia.
E così alla fine il programma, considerato troppo costoso per i risultati, diventa un settimanale, LA DOMENICA A CASA NOSTRA. All’interno si respira una tale atmosfera di odio, che qualcuno decide di raccontare il tutto a CUORE, il settimanale satirico, che pubblica lo sfogo di un infiltrato (si tratta probabilmente di un tecnico dello studio) e anche alcuni copioni. E’ così che, dieci anni prima di partecipare a un programma della Dandini, finisco involontariamente su una rivista “cult” dedicata alla satira. Quale onore, per uno che fa la TV commerciale e passa per una sorta di mago delle telepromozioni.
Alla fine, A CASA NOSTRA chiude definitivamente. Peccato, perché l’idea non era affatto stupida: Franceschelli aveva visto giusto, nell’adottare PORTOBELLO come modello della sua TV. Rivisto con il senno del poi, dimenticati disagi e rancori, resta la consapevolezza di avere realizzato un format fatto di pezzi di altri format e di elementi originali, in un mix di elementi kitsch e trash che, rivisti oggi, dopo anni di reality show e di cattiva televisione, sembrano molto meno kitsch e trash. L’appartamento in cui vivono la conduttrice e dodici ragazzi e ragazze che cantano e ballano, i loro numeri musicali, spesso tratti dalle commedie musicali di Garinei e Giovannini, i giochi, le rubriche, le telepromozioni sempre più godibili perché simili ai caroselli, la contaminazione dei generi… e pure la presenza critica del portinaio (il sottoscritto, promosso a presenza in video) che fa capolino dal videocitofono attraverso il quale vede ciò che accade nella casa… insomma, il tutto ha e conserva un suo senso, un suo perché.
E poi, come è giusto, quest’esperienza per me pionieristica e avventurosa viene archiviata e passo ad altro. La vicenda di A CASA NOSTRA segna la fine di un’epoca e provoca la fine del mio rapporto con Michele Franceschelli. Io e Marilena Moretti veniamo invitati a trovare una nuova collocazione. A dire il vero a comunicarci dal decisione del direttore di rete non è il direttore stesso, che non riesce a rinunciare alla tentazione di fare una bella sorpresa (gli aspiranti autori devono aspettarsi in ogni momento la sparizione della scrivania: essere avvisati per tempo, in modo tale da avere la possibilità di trovare una sistemazione, non è considerato un diritto, in TV, ma una possibilità).
Inizia così una nuova avventura, che ha un sapore biblico: l’esodo. La coppia di autori, arrivata a Milano carica di speranze, torna a casa con alcune ferite. Marilena torna a Torino e si prende un anno sabbatico. Io invece cerco subito un altro lavoro. E vengo accontentato.
Gli amici all’interno della FININVEST si mobilitano: da un lato PUBLITALIA, dall’altro l’uomo che ritengo a ragione una sorta di padre non spirituale ma televisivo, Vittorio Giovanelli, che ha un rapporto particolare con il direttore del centro di produzione di Roma, Paolo Vasile (ora amministratore delegato di TELECINCO in Spagna). Tutto concorre nel crearmi l’opportunità che mi sarà fatale, nel bene e nel male: andare a lavorare a Roma, dove ho casa (quindi non ho costi di trasferta). Vasile mi convoca al Centro Palatino, dove attualmente si realizza il TG5, ma in quel 1992 si fanno anche i principali programmi di intrattenimento, da FORUM a NON E’ LA RAI. Mi fanno entrare in una sala riunioni. In attesa, con me, c’è Gianni Boncompagni. Ci salutiamo e restiamo in attesa pere pochi minuti, durante i quali mi domando se si tratta di una coincidenza oppure no. Arriva Vasile e fa le presentazioni. Non è un caso: la riunione alla quale devo partecipare io è la stessa di Boncompagni. Inizia per me un’altra avventura: NON E’ LA RAI.

VII
“Non è la RAI” o della profanazione dell’harem

Dove l’autore, reduce dalle sanguinose battaglie milanesi, si ritrova improvvisamente alla corte di un re.

Dal 2 giugno 1946 viviamo in un paese repubblicano. Ebbene, ci sono alcuni settori della società italiana in cui c’è ancora la monarchia. No, i Savoia non c’entrano: la monarchia di cui parlo è quella della TV. Solo in televisione, infatti, esistono ancora persone dotate di potere assoluto. Il potere di vita e di morte su tutti coloro che partecipano alle loro trasmissioni.
Nel 1993 il Re è Gianni Boncompagni. Come sia riuscito ripristinare la monarchia in Italia non lo so. Quel che è certo è che lo ha fato. Quando entra al Centro Palatino di Roma, dove oggi si fa il TG5 ma negli anni ’90 vanno in onda le principali trasmissioni della FININVEST, con la sua tuta rossa, il tempo sembra fermarsi: la folla si apre come l’acqua del Mar Rosso davanti al passaggio di Mosè.
Boncompagni è considerato, almeno all’interno del centro, il genio assoluto della televisione italiana. Paolo Vasile lo definisce “il più grande autore televisivo italiano”.
Boncompagni sorride sornione, ma non prende troppo sul serio queste dichiarazioni. O meglio, le accetta, a condizione che si condivida la sua idea: chi lavora in TV non fa nulla di importante o vitale (si riferisce essenzialmente all’intrattenimento). Chi pensa il contrario, appartiene alla categoria dei “credenti”: così lui chiama coloro che si occupano di varietà, talk-show, giochi e giochini con tutta l’anima, come se stessero risolvendo problemi quali la fame nel mondo e come se stessero lavorando alla scoperta di un nuovo vaccino. Inutile dire che lui disprezza i credenti. Intendiamoci: i suoi collaboratori devono lavorare fino allo stremo delle forze, ma non perché quello che fanno sia importante: semplicemente, perché va fatto. E va fatto bene perché si tratta di un programma suo. E un suo programma deve essere innanzitutto CURATO in tutto e per tutto. Boncompagni detesta l’approssimazione. O meglio, quella può esserci, ma solo nei contenuti. Mi correggo: i contenuti non possono essere approssimativi: possono non esserci proprio. Per quel che mi riguarda, riconosco che una persona che afferma con orgoglio che la sua è la “televisione del nulla” e per questo nulla riesce a farsi ricoprire d’oro non è un cialtrone ma un genio.
“C… ce ne frega a noi? Siamo miliardari!”, è la sua battuta preferita, almeno all’epoca.
Il bello è che lo dice soprattutto quando si trova in mezzo a persone normali, che faticano a sbarcare il lunario. E’ una provocazione fatta senza cattiveria. Perché essere cattivo richiederebbe un impegno un coinvolgimento che Boncompagni non ritiene di dedicare agli altri esseri umani. O meglio, a quelli normali, quelli che non lo incuriosiscono in modo particolare.
In quel 1993 Boncompagni ha appena concluso la seconda edizione di un programma di culto: NON E’ LA RAI. Di cosa si tratta? Di un format, si direbbe oggi. Un format tutto suo. Un format nato come format prima ancora che venisse in mente di farne un programma televisivo. Un format che non ha alcun bisogno di concept. Per raccontare NON E’ LA RAI, infatti, non c’è bisogno di parole: basta l’immagine. Quella stessa immagine che Boncompagni si porta dietro fin da DOMENICA IN. Un’immagine che, raccontata, può sembrare banale e stucchevole, ma una volta tradotta in materia televisiva, si trasforma in format non replicabile.
Perché coincide con la fantasia e il mondo interiore di Boncompagni e per questo non è replicabile. Imitare NON E’ LA RAI è impossibile: non si può replicare un sogno.
Questi sono gli elementi del format: un folto gruppo di adolescenti poco truccate in minigonna; sullo sfondo, un limbo; musica e ballo. Questo è NON E’ LA RAI. O meglio, questa la sua essenza. In più, come semplici optional, ci possono essere dei conduttori, dei giochi, delle chiacchierate. Ma sono elementi in più.
Vediamo di ricostruire, con l’aiuto del sito www.nonèlarai.it, la storia del programma.

“E' il 9 settembre 1991 quando al grido di "Ma come è bello qui, ma come è grande qui...", in diretta dallo Studio 1 del Centro Palatino in Roma, va in onda su Canale 5, la prima puntata di "Non è la Rai", programma firmato da Gianni Boncompagni (reduce dal successo di quattro edizioni di "Domenica in" su Rai uno), coadiuvato da Irene Ghergo e dal maestro Paolo Ormi
per la parte musicale.Lo Show rappresenta una tappa importante per le reti Fininvest: dopo vari esperimenti infatti, "Non è la Rai" è il primo programma che va in diretta quotidianamente, diretta ottenuta in quell'anno dalle reti private. La conduzione è affidata ad Enrica Bonaccorti contornata da un'ottantina di ragazze, molte delle quali provenienti proprio dalle file delle "ragazze pon pon" di "Domenica in".
Altre arrivano dalla trasmissione di Canale 5 "Cos'è Cos'é", in particolare la pepata Antonella
Elia (già spalla di Corrado ne "La corrida"), che, con la mora Yvonne Sciò (giovane attrice, nota per il famoso tormentone "Mi ami? E quanto mi ami?" di uno spot Sip), aiutano la Bonaccorti nella conduzione dei giochi telefonici… La scenografia dello studio è basata sulle quattro stagioni dell'anno, al centro una grande pedana e nell'angolo dedicato alla stagione estiva la mitica piscina. La pedana successivamente verrà ingrandita, per poi essere eliminata. La formula del programma è molto semplice, basata su giochini telefonici tra i quali quello riservato ai bambini, che Yvonne Sciò è solita condurre con un fiore tra i capelli, e il mitico cruciverbone, ereditato da "Domenica in", davanti al quale le ragazze più in vista si contendono i favori del pubblico. Inizialmente tale ruolo spetta ad Antonella Elia che verrà
poi affiancata da Miriana Trevisan per poi essere entrambe sostituite da Laura Freddi. Già dalla prima settimana della messa in onda, gli ascolti sono ottimi pur essendo trasmesso in una fascia oraria critica ovvero quella tra le 12 e le 14.30. Gli autori capiscono che, anche se indirizzato prevalentemente ad un pubblico di casalinghe, il target individuato dalla rete è tutt'altro ed un chiaro segno di ciò era il sempre crescente numero di ragazzini, che iniziavano ad assediare i cancelli del Centro Palatino… Nel mese di aprile si conclude il restyling dell'intero programma: delle stagioni che compongono la scenografia rimane solo quella estiva con al centro la piscina, intorno alla quale le ragazze cantano e ballano in modo spensierato. Proprio le ragazze che a inizio stagione erano relegate al ruolo di scenografia assumono un ruolo più centrale, vengono rinvigorite da un'iniezione di trenta volti nuovi, anche in sostituzione di alcune che nel corso dell'anno avevano abbandonato il programma, arrivando a circa 100. Si fa in modo che il telespettatore da casa individui nel gruppo la propria preferita, anche attraverso i giochi, come accade in quello del "Sette e mezzo" condotto da Antonella Elia e la piccola Martina, dove quaranta ragazze con altrettante carte condizionano chi chiama da casa, la scelta delle proprie carte in base alla propria beniamina, che quasi sempre risponde al nome di Ilaria Galassi, Samantha Dell'Acqua, Roberta Carrano, Cristina Quaranta, Gaia Camossi, Eleonora Cecere, Angela Di Cosimo, Francesca Pettinelli, Pamela Petrarolo. Tra un cambiamento e l'altro, diviene sempre maggiore il numero delle esibizioni: oltre alla gara "Bionde contro more", le ragazze hanno la possibilità di cantare, chi con la proprio voce come Valentina Ducros, Elena Moretti, Sabrina Marinangeli e Claudia Gerini, chi con voce prestata: sarà questo un fenomeno abbastanza frequente anche nelle successive edizioni; in sostanza le ragazze fingono di cantare canzoni che in realtà vengono incise da bravissime cantanti professioniste. Iniziano ad uscire i primi articoli di giornale che le riguardano, compaiono le prime scritte sui muri e le lettere a loro indirizzate aumentano di giorno in giorno, tutto in un ritmo sempre crescente fino al 27 giugno, giorno in cui il sipario cala sulla prima edizione.

Nella prima edizione, dunque, c’è una conduttrice, Enrica Bonaccorti. Questo elemento fa sì che il programma tardi a rivelare il proprio potenziale rivoluzionario. Perché non è ancora chiaro che sono le ragazze, con la loro semplice presenza, l’essenza stessa del programma.
Giochi, giochini, telefonate, cruciverba: tutto già visto. Ma il cambiamento è in agguato. Ne farà le spese il povero Paolo Bonolis.
Spero che la pioggia di milioni (di euro) che si è abbattuta in tempi recenti sul conduttore e sul suo manager Lucio Presta, gli abbia fatto dimenticare l’infelicità di quel tragico 1993.
Forse un po’ incautamente Boncompagni aveva accettato di inserire una presenza maschile all’interno del tempio che lui aveva dedicato alla propria personalissima idea della femminilità. La donna per Boncompagni deve essere giovane, anzi, giovanissima. E non volgare. Niente a che fare con le ragazze “cincin” di “Colpo grosso”. E’ una figura ideale, che vive nel regno dell’immaginario. Mi riferisco alla vita televisiva. Quella reale è un’altra cosa e non interessa l’autore e i lettori di questo volume. “Non è la RAI” è un fenomeno virtuale che anticipa, secondo me, SECOND LIFE: un mondo immaginario, fatto di Ambra e Miriana e Alessia e del sogno che rappresentano per migliaia di ragazzini. E’ questo mondo immaginario che va tutelato. E’ per questo che la inflessibile Irene Ghergo, la coautrice di Boncompagni addetta soprattutto alla tutela dell’immagine di questo mondo immaginario e alla sua promozione attraverso i rapporti con la stampa, da lei mirabilmente curati, controlla ogni mattina il trucco per evitare che il programma possa essere profanato da qualche elemento di volgarità. Per la stessa ragione la ragazza che incautamente cede alle lusinghe di qualche fotografo, accettando di posare nuda o quasi, viene immediatamente espulsa da questo paradiso dove regna un’apparente castità.
Il povero Bonolis viene percepito subito come un elemento estraneo, come una sorta di infiltrato. Conoscendo Boncompagni, credo che il suo rifiuto del conduttore non sia stato cosciente, ma sia nato da un insopportabile sensazione di estraneità. Probabilmente vedere Bonolis in mezzo alle sue ragazze, scelte con tanta attenzione e con altrettanta inquadrate dalle sue telecamere, ha provocato in Boncompagni un fastidio fisico. E così il ruolo del conduttore viene gradualmente (ma neanche poi tanto) ridotto, sempre di più. Finché a Bonolis non rimangono che le telepromozioni, che lui aspetta in paziente silenzio, in un angolo dello studio.
Il ruolo delle “fanciulle in fiore”, intanto, cresce sempre di più. Uno dei momenti centrali del programma è quello di Ambra Angiolini, che conduce, seduta su una poltrona Frau bianca, il gioco dello zainetto. Poi c’è Mary Patti, che invita i telespettatori a indovinare il nome di sua nonna (impresa quasi impossibile: la nonna… si chiama Moskow). All’orecchio di Ambra appare il famoso (o famigerato) auricolare, che l’anno successivo salirà all’onore delle cronache, diventando argomento di dibattito nazionale. Ritengo che questo (e non il programma) rappresenti uno dei momenti più bassi della storia del giornalismo italiano: critici e opinionisti cadono nella trappola di Boncompagni (o forse dovrei dire della Ghergo: è lei che tesse nell’ombra le trame medianiche) e l’autonomia di Ambra e la schiavitù dell’auricolare diventano un argomento di dibattito non meno delle elezioni politiche. Strano paese, il nostro.
In questo contesto io faccio la mia apparizione. Già. Che c’entro io con questo tempio dell’adolescenza? Quale contributo posso portare a un meccanismo dove ogni dettaglio viene deciso da un monarca assoluto?
A determinare la scelta di coinvolgere un autore esterno è, come spesso accade, l’Auditel.
E’ vero: “Non è la RAI” è un programma “cult”. I giornali ne parlano. I fans club dedicati alle ragazze si diffondono a macchia d’olio. I fans che stazionano lungo la salita che porta al Centro Palatino sono sempre più numerosi. Ma share e audience non sono soddisfacenti. Succede: un programma può fare parlare tanto di sé ma non conquistare le masse. In questo caso, un programma si definisce “di nicchia”. Che non è una definizione negativa. A meno che, come in questo caso, non ci siano grossi investimenti pubblicitari. In sostanza, gli sponsor e gli inserzionisti non sono soddisfatti. Non della qualità del programma o del suo target, ma del mancato raggiungimento degli obiettivi. Neanche dopo il trasferimento da CANALE 5, rete ammiraglia più adatta a programmi per famiglie, a ITALIA UNO, “riserva di caccia” per il pubblico più giovane, le cose migliorano: “Non è la RAI” è uno di quei programmi che hanno fatto la storia della televisione. Non è da tutti: quanti tra i programmi che hanno avuto un maggiore successo sotto il profilo numerico sono stati dimenticati?
La FININVEST, però, non la pensa così. Non può accettare il calo del pubblico: il dovere degli uomini dell’azienda è di aumentare l’audience. Come? A un certo punto qualcuno parla di giochi. Ma non telefonici: giochi in studio, come quelli di GIOCHI SENZA FRONTIERE. I concorrenti saranno ragazzi delle scuole medie superiori, quindi coetanei delle giovanissime dive. D’altra parte, lo studio si presta: c’è un grande palco, una piscina olimpionica… cosa si può desiderare di più? E così parto per la grande avventura, ignorando di essere destinato a una missione suicida. La verità è che in azienda chi decide sa che ho passato due anni al fronte, in prima linea: così viene considerata RETEQUATTRO all’epoca della direzione di Michele Franceschelli. Un autore che è riuscito a sopravvivere a ritmi di lavoro incredibili (in diretta sette giorni su sette domenica compresa dalle nove del mattino alle 18) in situazioni estreme sarà ben capace di sopravvivere a una missione nel regno di Gianni Boncompagni! Naturalmente nessuno mi rende partecipe di queste considerazioni. Così come nessuno, tra i collaboratori di Boncompagni, mi dice la verità: cioè, che la mia è una missione suicida. O meglio, ci sarà uno scenografo abbastanza sincero da dirmi quello che tutti sanno: e cioè, che i giochi dureranno l’espace d’un matin. Veniamo alla mia investitura. Boncompagni, eliminato Bonolis, che ovviamente non ripeterà l’esperienza, ha finalmente deciso di coronare il suo sogno: eliminare la figura del conduttore sostituendolo con… le ragazze stesse. Questa è la missione che mi viene affidata, una missione che migliaia di uomini sognerebbero di svolgere: devo fare: una volta ideati i giochi, farne delle simulazioni affidando nella conduzione alle ragazze. Quali ragazze? Rispondere a questa domanda fa parte dei miei compiti: devo fare condurre questi giochi a tutte le ragazze, una per volta, cercando di individuare quelle adatte, scartando le altre.
La prima parte del mio lavoro consiste nell’ideazione dei giochi. Ripensandoci con il senno di poi, è veramente una missione suicida: nel suo mondo incantato, Boncompagni non sopporta neanche la presenza del solo Bonolis. Figuriamoci cosa potrà accadere quando lo studio verrà invaso da una miriade di ragazzotti, tutti con la tipologia dei fans. Vediamo che cosa riesce a partorire la mia mente malata, mentre a “Non è la RAI” si respira un ‘insolita quiete. La quiete che precede la tempesta. In questa quiete del tutto innaturale io, ignaro di tutto, mi dedico all’ideazione dei giochi. Un’impresa titanica, soprattutto se si pensa all’uso che ne verrà fatto.
Prima di trasformare un segmento di “Non è la RAI”, bisogna fare alcune riflessioni: i giochi (ma soprattutto i concorrenti) non devono essere un elemento troppo invadenti per non urtare la suscettibilità di Boncompagni. Nello stesso tempo, si devono svolgere in un'atmosfera scanzonata , scherzosa e " laica ": né le conduttrici né tanto meno gli autori attribuiscono loro funzioni didattiche e culturali o pensano che gli eventuali test abbiano una reale funzione di valutazione di attitudini o qualità dei concorrenti. Questa precisazione è necessaria, data l’antipatia dimostrata da Boncompagni verso i cosiddetti “credenti”. Insomma, non ci crede nessuno, tanto meno noi.
C’è poi un altro aspetto, che definirei basilare: alle cento ragazze di “Non è la RAI” viene affidata la prima conduzione collettiva di massa della televisione italiana. In pratica, il povero Paolo Bonolis viene sostituito da ben cento conduttrici. O almeno, da quelle di loro che dimostreranno di possedere le qualità delle conduttrici. La soluzione ottimale è quella di individuare un gruppo ristretto di ragazze, diverse per caratteristiche fisiche e soprattutto espressive, cui affidare i giochi. Giovane età e inesperienza dovrebbero escludere quelle impostazioni tradizionali che richiamano alla mente i vecchi " presentatori " o le tradizionali vallette.
Un altro elemento originale di questa edizione è l'utilizzo delle ragazze come ELEMENTO E MATERIA DEI GIOCHI.
Alcuni giochi sono quiz o test sulle caratteristiche fisiche, psicologiche o biografiche di alcune ragazze. "Scopri l'assassina" è un mini - giallo in cui alcune ragazze interpretano dei ruoli.
Non tutti i giochi si concludono con la netta vittoria di un concorrente; alcuni richiedono il giudizio di una giuria, composta da chi? Ma dalle ragazze, naturalmente.
Sono previsti numerosi giochi d'azione e abilità, alcuni dei quali si svolgeranno nella piscina; alcuni di essi richiedono la partecipazione di più giocatori. Poiché nel corso del programma dovrebbe svolgersi una sfida tra due concorrenti, per realizzare questi giochi si possono formare due squadre di ragazze, ognuna delle quali lotterà per il proprio concorrente.
Questo permetterà di organizzare giochi divertenti e movimentati.
Per quel che riguarda i concorrenti, la scaletta di NON E' LA RAI permette lo svolgimento di quattro o cinque giochi al giorno ; per dare un senso e una funzione ai giochi, è previsto che i concorrenti debbano essere due (più uno di riserva pronto a sostituire chi si dovesse trovare nella necessità di ritirarsi).
Alcuni giochi saranno prove individuali da svolgersi in due manche, altri vere e proprie sfide singolari o a squadre ( con le ragazze ) .
Il vincitore della puntata non riceverà premi in denaro( al massimo avrà un gadget simbolico ) ma si accontenterà della scanzonata gloria di essere campione per un giorno ; il vero premio consisterà nella possibilità di ritornare il giorno dopo.
Parliamo di premi. I giochi di NON E' LA RAI non offrono la gratificazione di un ricco premio o di un vero titolo di campione : i vincitori non avranno nulla in comune con i grandi campioni di LASCIA O RADDOPPIA o del RISCHIATUTTO . In compenso offriranno spettacolari , divertenti e bonariamente umilianti PENITENZE.
I giochi avranno un'appendice spettacolare e grottesca in cui ogni perdente sarà sottoposto ad angherie di ogni tipo . Le penitenze saranno ispirate alla " Madre di tutte le penitenze " , il classico
" Dire , fare , baciare , lettera , testamento " e al ricco repertorio dei giochi di società .
Il motto dei giochi di NON E' LA RAI è " Non ci crediamo neanche noi , figuriamoci se ci dovete credere voi...". In sostanza , chi partecipa ai giochi, chi li conduce , chi li scrive e chi li guarda sa di assistere a un momento di spettacolo privo di contenuti particolarmente profondi e di agonismo esasperato. Pertanto è lecito IMBROGLIARE ( ma palesemente , alla luce del sole ) , senza però truccare realmente i giochi o dare risultati sbagliati : il pubblico , pur godendo della smitizzazione dei vecchi giochi , deve avere alcuni punti di riferimento ( le regole del gioco ) . Il nostro modo di prendere le distanze può passare attraverso una sorta di RUOTA DELLA FORTUNA , un NOTAIO INATTENDIBILE e un JOLLY PUNITIVO .

Tutto gira intorno alle ragazze, dunque. Ed è naturale. Perché, tolto il “limbo” azzurro che sta sullo sfondo, segno di essenzialità, l’intero programma si regge sulla loro presenza. Che da sole riempiono lo schermo e ne costituiscono il centro. I telespettatori che rispondono positivamente al processo di fidelizzazione, aspettano con ansia il momento in cui potranno concentrarsi sulle bellezze acerbe di Ambra, Miriana e C. Bisogna anche intendersi sul concetto di “bellezza acerba”: acerba è l’immagine, che, come abbiamo visto, deve uniformarsi a un criterio di generalizzata castità. Non importa quanto questa sia vera o apparente: all’interno di “Non è la RAI” quello che conta ovviamente non è l’essere, ma l’apparire. Le ragazze rappresentano un sogno, un ideale provo di contenuti e di storia. Rappresentano ciò che è visibile. Sono una pagina bianca, o meglio, colorata, sulla quale ciascuno scrive ciò che la propria immaginazione gli detta. Ne sono testimonianza le infinite scritte che le sempre più vaste masse di fans lasciano sulle antiche mura di via Clivo di Scauro, dove sorge il centro Palatino.
Poiché le ragazze sono il centro del mondo (almeno a “Non è la RAI”) e con l’inserimento dei giochi si avvicina il momento della temuta invasione dell’harem (nel significato letterale del termine, che è “ambiente riservato alle donne negli edifici musulmani e, per estensione, l'insieme delle donne che vi alloggiano”) da parte di una massa di sgradevoli intrusi, i concorrenti, è giusto che siano anche il centro dei giochi. Giochi che diventano la parodia di quelli veri, quelli che si vedono nei game-show. Tutto deve essere leggero e casuale, a partire dalla scelta stessa dei giochi. Che avviene attraverso una ruota…
Occorre una RUOTA (sul genere della RUOTA DELLA FORTUNA) che riporti i nomi di tutti i giochi; l'alternanza delle prove verrà indicata dalla ruota che però dovrà risultare palesemente truccata (per esempio, con un calamita ). E’ il trionfo della finta casualità, del “random” taroccato .
E poiché deve essere evidente che dietro la causalità c’è invece una precisa volontà che manovra i destini di tutti coloro che vanno in onda,
Chi meglio di un notaio confuso e inattendibile può contribuire alla smitizzazione del gioco televisivo? Occorre che il notaio ( una figura dall'aspetto "dottorale" ma con i crismi della comicità) non sia ignorante (non dovrà assegnare la vittoria a chi ha detto che la capitale del Portogallo è Marrakesh, insomma ) ma dovrà essere semplicemente confuso. Nei casi in cui occorre una valutazione soggettiva ( il concorrente ha risposto alle domande di un test in un modo credibile ? Il suo comportamento è stato corretto o scorretto?) il notaio deve mostrare tutta la sua filosofica insicurezza : " Certo, il concorrente A , rispondendo così, ha dimostrato... però se avesse risposto in quest’altro modo avrebbe mostrato che ... quindi ha vinto il concorrente A ma il concorrente B non ha perso, in quanto ... "
I confusionari interventi del notaio , vero elemento di destabilizzazione, potrebbero concludersi con un momento di catarsi: penso a un " gavettone " o a un tuffo in piscina . Il sacrificio del notaio potrebbe essere uno dei tormentoni del programma , e insieme un momento liberatorio collettivo.
Ma anche i concorrenti devono stare sempre sul " Chi va là " : la malefica ruota di NON E' LA RAI può in qualsiasi momento offrire loro un jolly . Diversamente da tutti
gli altri giochi televisivi, NON E' LA RAI offre un jolly al contrario: quando sulla RUOTA esce ( a comando ) il jolly , il concorrente subisce un'immediata (e immeritata ) punizione , voluta dal destino da noi ampiamente aiutato. Quando esce il jolly il concorrente precipita in acqua o subisce ogni sorta di maltrattamento a sorpresa .
C’è un altro stratagemma narrativo al quale è affidata l’opera di straniamelo dei giochi: il giudizio NON E' LA RAI. Nel caso si renda necessario uno spareggio , i due concorrenti vengono sottoposti a quello che anticamente veniva definito " Ordalia " o " Giudizio di Dio " . I due dovranno affrontare prove pericolose e difficili. Come queste:
LA CORDA
Una fune sospesa in aria attraversa la piscina per la sua intera lunghezza ; i due concorrenti , partendo dai capi opposti , attraversano la vasca aggrappandosi con le mani alla fune .
Vince chi arriva prima al centro della corda ; il perdente viene sottoposto a penitenza .
E' probabile che uno dei due cada in acqua : in questo caso la penitenza si esaurisce nel tuffo .

MUZIO SCEVOLA -
I concorrenti si avvicinano a due bracieri ardenti ( naturalmente la brace Š finta e il fumo un effetto speciale ) e infilano la mano destra sotto la brace .
In uno dei due bracieri però è stato nascosto un oggetto che produce calore , oppure dà una leggera scossa elettrica : chi ha la sfortuna di toccarlo non potrà evitare di lanciare un grido .
Il malcapitato sarà sottoposto a penitenza .

VELENO -
Ai due concorrenti viene portato un vassoio con due bicchieri di una bibita dissetante ; in uno dei due è stata versata una sostanza innocua ma dal sapore disgustoso . Il concorrente che ha scelto il bicchiere sbagliato non potrà evitare le smorfie di disgusto : a lui toccherà immancabilmente la penitenza .

NON APRITE QUELLA PORTA !
Davanti ai concorrenti ci sono alcune porte ; i due ne scelgono una a testa , quindi ognuno dei due entra nella propria , richiudendola dietro le spalle .
L'apertura di ogni porta produce un rumore ( ruggito di belve , musica celestiale , gridolini di ragazze , urlo del gorilla infuriato , gli " olè " della folla della Plaza de Toros etc .)
Un concorrente fortunato troverà idealmente dietro la sua porta una folla di ragazze innamorate , oppure verrà accolto in Paradiso , mentre quello sfortunato verrà sbranato dai leoni , fatto a pezzi dal gorilla oppure incornato da un toro. Il concorrente che avrà incontrato dietro la porta il destino più orribile verrà sottoposto a ulteriore penitenza .

Ma la demolizione dei tradizionali programmi di giochi non finisce qui: Boncompagni mi chiede di inserire il concetto del futuro. Furto di idee, naturalmente. Perché le idee – che, come dice il titolo di questo libro, sono nell’aria – possono essere rubate. I ladri di idee (e di programmi) di solito sono abili e usano qualche accorgimento. Noi, invece, vogliamo fare la parodia di questi ladri, percorrendo coscientemente e ufficialmente la via dl furto. Nasce così la sezione “Telerapine”. E’ un’idea che va nella direzione del nichilismo televisivo: noi replichiamo i programmi altrui perché non siamo in grado di inventarne di nuovi. Naturalmente per finta. E’ un artificio retorico: affermare scherzosamente la propria mancanza di idee intendendo comunicare invece che le idee ci siano, eccome… ma che non siano poi così importanti. Ecco le “telerapine”, cioè i plagi che mettiamo in cantiere.
“ LASCIA O RADDOPPIA “
" IL RISCHIATUTTO "
" IL GAMBERO "
" IL PRANZO E' SERVITO "
" LA RUOTA DELLA FORTUNA "
" TELEMIKE "
" M'AMA NON M'AMA " ( UTILIZZANDO CONCORRENTI E RAGAZZE )
" TRA MOGLIE E MARITO " ( CON COPPIE ASSORTITE DI CONCORRENTI E RAGAZZE )

" SCOMMETTIAMO CHE ... " ( I CONCORRENTI , CHE DOVRANNO ESSERE SELEZIONATI IN MODO PARTICOLARE , DOVRANNO ESIBIRSI NELLE LORO SPECIALITA' NEI TEMPI PATTUITI ; LE PROVE DOVRANNO ESSERE DIVERTENTI E SEMPLICI , NON DA GUINNES DEI PRIMATI .
VANNO BENE PROVE DI MEMORIA , MA ANCHE PROVE DI GOLOSITA' COME MANGIARE UN CERTO NUMERO DI FETTE D'ANGURIA IN UN CERTO TEMPO...)

" GIOCHI SENZA FRONTIERE " ( I CONCORRENTI SI SFIDERANNO IN PROVE PRATICHE DI TIPO DOMESTICO O TECNICO , DALLO SBUCCIARE LE PATATE E TAGLIARE LE CIPOLLE A PIANTAR CHIODI ECC. )

" OK IL PREZZO E' GIUSTO " (MECCANISMO UGUALE A QUELLO ORIGINALE , MA CON UNA CONDIZIONE NUOVA : I PRODOTTI ESAMINATI DOVRANNO ESSERE OGGETTI ASSOLUTAMENTE INUTILI , FUORI TARGET PER I CONCORRENTI E GROTTESCHI ; DAI PARRUCCHINI AGLI ELETTRODOMESTICI INUTILI ALLE LOZIONI CONTRO LA CALVIZIE...)

" IL CRUCIVERBINO " ( MINI-CRUCIVERBA SEMPLIFICATO )

" LA CORRIDA " : i due concorrenti si esibiscono in una specialità che non è la loro ( cantare , ballare o suonare ) e vengono giudicati dalle ragazze .

Lo spirito iconoclasta che anima lo staff di “Non è la RAI” non risparmia neanche le televendite. Eccone una parodia, TELETRUFFA.


" TELETRUFFA "
La Teletruffa è una parodia delle temibili televendite in voga soprattutto sulle emittenti locali.
Una ragazza , con la collaborazione delle sue aiutanti , conduce una demenziale e parodistica televendita di prodotti fittizi .
I prodotti presentati sono :
DEPILATORI
CREME DI BELLEZZA
PRODIGIOSI PRODOTTI DIMAGRANTI
ATTREZZI DA GINNASTICA ( CON DIMOSTRAZIONE )
TAPPETI
PENTOLE
MATERASSI ORTOPEDICI
SOSTANZE AFRODISIACHE
DIPLOMA O LAUREA PER CORRISPONDENZA
MANUALI PER DIVENTARE RICCHI , CONQUISTARE E CONSERVARE L'AMORE , ESSERE FELICI, FARE TERNO AL LOTTO , VINCERE AL TOTOCALCIO
A queste televendite si possono aggiungere le parodie delle varie maghe , cartomanti e occultiste .

MECCANISMO DEL GIOCO : nel demenziale monologo , che durerà… 1 - 2 minuti , sono nascoste e sparpagliate le parole che compongono il titolo di un famoso proverbio ( tra tante menzogne , c'è almeno un elemento di verità…...) .
I concorrenti devono riconoscerlo e scriverlo su un foglietto . In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

Casualità e “understatement” sono le caratteristiche di questi segmenti di trasmissione. Vediamo ora nel dettaglio i giochi proposti,a cominciare da quelli che hanno come oggetto le ragazze stesse.

GIOCHI CON E SULLE RAGAZZE

“PSICANALIZZA LA RAGAZZA"
Il concorrente si trova di fronte tre ragazze ; la conduttrice legge il PROFILO PSICOLOGICO ( vero ) corrispondente ad una di esse . Es.: "Timida,riservata,pudica,detesta la volgarità . Le avances la mettono a disagio, i complimenti la fanno arrossire . CHI E' ? "
Il concorrente esamina le tre ragazze per individuare quella timida ; l'indizio può essere un oggetto ( in questo caso un fiore: una ha una rosa rossa,una un garofano,un'altra una mammola. La mammola , che indica timidezza e facilità di arrossire , è l'indizio che rivela l'identità della ragazza ) .
Un altro metodo per scoprire la ragazza può essere quello di affidare al concorrente l'indagine : conoscendo la timidezza e il disagio di fronte ai complimenti , si profonderà in avances e corteggiamenti fino a provocare la reazione rivelatoria . Se il concorrente avrà indicato la ragazza sbagliata dovrà sottoporsi a penitenza .


"DI CHI E' LA VITA?"
La conduttrice legge il breve profilo biografico, brillante e divertente,di una ragazza . Il concorrente si trova di fronte a tre ragazze , diverse nell'aspetto e nell'atteggiamento ; osservandole attentamente dovrà individuare,attraverso un gesto,un atteggiamento o anche un oggetto,di quale delle tre si è parlato .

" LA VERITA' TI FA MALE , LO SO "
Partecipano al gioco dieci ragazze . In ogni manche un giocatore si allontana mentre le ragazze si consultano . Il giocatore rientra e pone tutte le domande che vuole ( meglio se si tratta di argomenti personali , legati alla vita e alle abitudini delle interrogate : " Sei fidanzata ? " , " Di chi sei innamorata ? ", " Cosa faresti se il tuo ragazzo ti chiedesse di fuggire con lui ? " ) ; le risposte potranno essere vere o false , e dovranno fornire al concorrente la " chiave " del gioco. Le ragazze , infatti , avranno precedentemente che chi risponde accavallando le gambe dice la verità , chi sta seduto mente .
Oppure : si risponde il vero alle domande che finiscono con la A o la E e il falso a quelle che finiscono per I , O e U . Ogni concorrente ha 4 ' per individuare il criterio che stabilisce il vero e il falso ; a questo punto si potrà ironizzare sulle ragazze , ricordando le loro risposte . Il concorrente che indovina nel minor tempo possibile vince , l'altro fa la penitenza . In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

Ci sono giochi che utilizzano le ragazze come “domande viventi”, in una pantomima o in gioco di ruolo.

“SCOPRI L’ASSASSINA”
La conduttrice legge un brevissimo " giallo " ( sul tipo di quelli del signor Brando della SETTIMANA ENIGMISTICA , ma molto più breve ) . Non occorrono scenografie ricche né costumi particolarmente realistici : saranno le ragazze , con l'ausilio di un'ambientazione fatta di rumori ( spari , cigolii ecc. ) , musica " sinistra " e qualche semplice elemento di trovarobato , a mimare l'azione . Naturalmente la fase del delitto non si vedrà e l'assassina resterà senza volto . Il concorrente dovrà esaminare alcune ragazze " sospette " e individuare la colpevole .
Es . : sul luogo del delitto - racconta la conduttrice - sono state trovate delle orme strane : erano a gruppi di tre , due grandi e una piccola . Il concorrente osserva tre ragazze : una ha un cagnolino al guinzaglio , un'altra è una giocatrice di basket , la terza è su una sedia e non si alza mai.
La colpevole è la terza : sicuramente le tre orme sono state lasciate da due scarpe da donna e da un bastone : l'unica ragazza che può zoppicare è quella seduta . La ragazza a questo punto ammetterà di camminare solo col bastone in quanto sofferente dei postumi di una frattura . Il cagnolino è un elemento che potrebbe trarre in inganno il concorrente.

“VIVI L'AVVENTURA”
E' ispirato ai "giochi di ruolo o di simulazione" ; non richiede né effetti speciali né scenografie . Basta scegliere un'avventura semplice e divertente , prendere un concorrente e assegnargli un ruolo semplice e poche " mosse " .
Es . : il concorrente A è un esploratore , impegnato in una battaglia con un capo tribù africano . L'avventura è semplice : A scopre una miniera di diamanti nel cuore dell'Africa ; il territorio appartiene al capo B . A deve convincere B a cedergli la miniera , superando la sua diffidenza ; B vuole leggere nel cuore di A , sottoponendolo a difficili prove .
Alternative per la prima mossa di A :
offrire perline e specchietti a B
chiedergli di accettarlo come membro della tribù
usare la propria conoscenza della medicina per convincerlo di essere uno stregone potentissimo
Se A sceglie la prima soluzione ( le perline ) sbaglia e perde : il capo B si offende e lo fa bollire . A questo punto A viene sottoposto a penitenza .
Se invece sceglie la terza soluzione la conduttrice legge la " conseguenza " :
" L'esploratore dice di essere uno stregone ; il capo gli chiede di guarire con la sua magia suo figlio , molto malato . A scopre che il figlio soffre di asma provocata da una specie di " febbre da fieno " ; fortunatamente A ha lo stesso problema ; dà al giovane le sue medicine e lo guarisce . Diventa così "sciamano"
e ottiene in dono la miniera .
Altre semplici avventure :
A è un gladiatore ; per salvarsi la vita può affrontare nell'arena un invincibile gladiatore nubiano , oppure può tentare di sedurre la moglie dell'imperatore Nerone , o tentare la fuga o ancora scatenare la rivolta degli schiavi .
A è uno sceriffo , impegnato nella caccia a Jesse James .
A ( in questo caso una donna ) è Mata Hari , la bellissima spia .

“GIOCO DEI FILM”
Gioco in due manches , una per concorrente . Le ragazze mimano senza parlare le parole che compongono il titolo di un film ("Un tram che si chiama Desiderio"). Con le dita possono indicare il numero di lettere che compongono ogni parola. Il concorrente deve indovinare il titolo del film , parola per parola ; le ragazze infatti non mimano la trama , ma le singole parole , quindi " tram " e " desiderio".


“DISEGNA L'IDEA”
Una ragazza deve disegnare su un maxi-foglio un concetto (GELOSIA,SAGGEZZA,FURORE...) ; il concorrente deve individuarlo. Il concetto appare in sovrimpressione sul teleschermo.

“TRAMAQUIZ”
La conduttrice invita due ragazze a leggere una storia : ciascuna di loro leggerà la breve trama di una parabola ( oppure : favola,leggenda,mito,romanzo,film) . Una delle trame è falsa , l'altra è vera . Il concorrente deve individuare quella vera.
ESEMPIO:
RAGAZZA A: " Un giovane irrequieto e ribelle abbandona la casa paterna per darsi al vizio ; in famiglia resta il fratello , ragazzo regolare e di sani principi , la cui presenza non riesce ad alleviare il dolore del padre . Dopo qualche tempo il figlio vagabondo , pentito , torna a casa suscitando la gioia del padre che ha finalmente ritrovato la pecorella smarrita..."
RAGAZZA B : " Una pecora irrequieta sfugge alla sorveglianza del suo pastore e intraprende un avventuroso viaggio attraverso il bosco . Dopo giorni e giorni di cammino vede un gregge di pecore sorvegliato da un pastore ; stanca e affamata si avvicina all'uomo e , piangendo , lo prega di accoglierla nel gregge . Il pastore la rimprovera : " Non ti sei accorta - le dice - di avere camminato in tondo e di essere tornata al punto di partenza ? Questo Š il tuo gregge e io sono il tuo pastore ! "
RISPOSTA ESATTA : la trama n. 1 è autentica ; si tratta infatti della parabola del figliuol prodigo .
La seconda è stata inventata di sana pianta .

“GIOCO DELLE POESIE SCOLASTICHE”
MISCHIARE I VERSI DI DUE POESIE FAMOSE . LEGGONO I VERSI LE RAGAZZE VESTITE DA SCOLARETTE . I CONCORRENTI DEVONO RICONOSCERE LE DUE DIVERSE POESIE.

“IL VIDEO MUTO”Va in onda un contributo senza audio in cui un cantante interpreta una canzone famosa;il concorrente deve indovinare,aiutandosi col labiale,di che canzone si tratta.

“GIOCO DEL TESTO RECITATO”
Una ragazza legge alcuni versi tratti dal testo di una canzone;il concorrente deve indovinare il titolo.

“GIOCO DEL TRUCCATORE e GIOCO DELLO STILISTA”
Il concorrente deve vestire o truccare una ragazza . Votazione della giuria delle ragazze .

“GIOCO DEI TITOLI”
Le ragazze devono disegnare gli elementi di un titolo di film,romanzo,commedia ecc. Il concorrente indovinarlo.

Altri giochi si rifanno alla tradizione, familiare o infantile: sono giochi che tutti conoscono e che nella vita hanno provato almeno una volta. Sono i classici giochi di società, dove le ragazze fungono da giurate.

“VOCABOLARIO”
Occorrono almeno tre concorrenti e una "giuria" composta dalle ragazze . La conduttrice prende un vocabolario e sceglie una parola poco comune ( per esempio MOTRIGLIA ) . Ogni concorrente deve scrivere su un foglietto un significato possibile , espresso in un linguaggio da vocabolario , al fine di convincere la giuria a votarlo.
Il concorrente A scrive : " MOTRIGLIA : MACCHINA AGRICOLA PER DISSODARE IL TERRENO "
Il concorrente B scrive : " MOTRIGLIA : ANTENATO DELLA MOTOCICLETTA "
La conduttrice scrive il vero significato : " MOTRIGLIA : FANGO DISGUSTOSAMENTE DIFFUSO E ATTACCATICCIO "
Le ragazze votano le due definizioni : vince il concorrente che ha ottenuto più voti . Se per caso le definizioni dei concorrenti sono così poco credibili da far affluire tutti i voti alla definizione vera , tutti e due si sottopongono a penitenza .


"E' ARRIVATO UN BASTIMENTO CARICO DI..."
Anche qui occorrono più concorrenti; la conduttrice , aiutata dalle ragazze dice " E' arrivato un bastimento carico di...A !"
Uno dopo l'altro,senza sosta,i concorrenti devono dire parole che inizino per A. Vince chi per primo dice ARANCE . Se nessuno di loro indovina , ambedue fanno la penitenza .

“ GIOCO DEI TITOLI "
Ogni concorrente forma una squadra ognuna delle quali è composta da cinque ragazze . Le aiutanti si posizionano davanti a due maxi - fogli . Ogni concorrente riceve dalla conduttrice un biglietto con il titolo di un film famoso ( che appare contemporaneamente in sovrimpressione sul video ) e cerca di farlo capire alla sua squadra , attraverso un disegno , nel tempo massimo di quattro minuti . Naturalmente nel disegno non possono apparire nomi o parole , ma solo segni grafici . Le ragazze devono indovinare il titolo .
Vince il concorrente il cui disegno ha suggerito la risposta esatta nel minor tempo possibile .

" ...ENTE " oppure " SCOPRI L ' AVVERBIO "
In ogni manche dieci ragazze scelgono un avverbio ( " lentamente ", " allegramente " , " tristemente " , " prepotentemente " etc . ). Il concorrente pone una domanda a ogni ragazza ( possibilmente di carattere personale , sulla sua vita e le sue abitudini ) ; la ragazza risponde a tono ma badando bene a tener presente l ' avverbio : risponderà quindi lentamente , velocemente , tristemente , allegramente , prepotentemente etc . Il concorrente deve individuare l ' avverbio . Chi perde fa la penitenza ; in caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

" LA COSA "
In ogni manche dieci ragazze scelgono un verbo e un concorrente le interroga al fine di individuarlo . In ogni domanda dovrà sostituire al verbo sconosciuto la parola " cosare " . Esempio ( il verbo è " ballare " ) : " Tu sai cosare ? " ( risposta : " Sì " ), " Un gatto può cosare ? " ( risposta: " No " ) , " Eros Ramazzotti cosa ? "( risposta : " A volte sì , ma non è la sua occupazione principale " ) , " Madonna sa cosare ? " ( risposta : " Sì , e bene " ) Chi perde fa la penitenza ; in caso di parità ci si affida all' ORDALIA.

" METTI ALLA PROVA I TUOI RIFLESSI "
A ogni manche partecipano dieci ragazze , ognuna delle quali ha un bigliettino con una domanda di carattere personale da porre al concorrente ( " Chi di noi ti piace di più ? " , " Ti ritieni affascinante ? " , " Come conquisti le ragazze?"). Dopo il segnale di partenza una ragazza pone al concorrente la prima domanda ; l'interrogato non può rispondere subito , ma deve aspettare che venga formulata la seconda . In pratica la difficoltà del gioco consiste nel rispondere sempre alla domanda precedente senza dimenticarla e senza confondersi. In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

" LA SVEGLIA AL COLLO "
Una grossa sveglia e rumorosa viene sistemata in un punto dello studio ; i due concorrenti , bendati , devono cercarla lasciandosi guidare dal suo ticchettio ( che dovrà… essere amplificato , date le dimensioni dello studio . Chi fa cadere la sveglia perde .
In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .
Di questo gioco c ' è una versione più emozionante...

" BOMBA AD OROLOGERIA "; questa versione si può utilizzare solo se cessa l'emergenza attentati e stragi (allora si parlava delle bombe della mafia. Oggi, come è noto, l’emergenza non è cessata ma si è aggravata a livelli all’epoca impensabili, NdA).
Il gioco è lo stesso , ma al posto della sveglia c ' Š una bomba ad orologeria . I concorrenti hanno 4 ' per trovarla , sbendarsi e " disinnescarla " ; scaduto il tempo , la bomba scoppia ( effetto audio + eventuale magnesio ) .
Se un concorrente la urta , la bomba esplode .
In caso di parità… ci si affida all ' ORDALIA .

“ MOSCA CIECA "
Per realizzare questo gioco occorrono le ragazze pi— note e riconoscibili . In ogni manche un concorrente , bendato , viene fatto girare su se stesso per fargli perdere l ' orientamento , poi viene lasciato libero . Le ragazze lo circondano e lo provocano senza mai toccarlo ; il concorrente deve riuscire a toccarle , afferrarle e riconoscerle col solo ausilio del tatto .
Ogni manche dura dai 3 ai 4 minuti ; vince chi ha riconosciuto il maggior numero di ragazze . In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

" LO STRIP "
I concorrenti formano due squadre ciascuna delle quali Š composta da cinque ragazze ( che per l'occasione indossano alcuni capi di vestiario in pi— ) . Al via ogni ragazza consegna il capo in eccesso al suo concorrente ( un boa , una sciarpa , un maglioncino , un giubbotto ) ; i concorrenti legano gli indumenti l'uno all'altro formando una catena , quindi si spogliano il più possibile e aggiungono i propri abiti ( naturalmente sotto avranno bermuda o costumi da bagno castigati ) . Vince chi ha formato la catena più lunga . In caso di parità… ci si affida all ' ORDALIA .

“ PANNA MONTATA "
Ogni concorrente sceglie tra le ragazze un ' aiutante , quindi si siede accanto a lei . La ragazza , bendata , deve imboccare il suo partner con un cucchiaino facendogli mangiare un ' intera tazza di panna montata . In concorrente non può muoversi , ma solo aprire la bocca . Vince chi vuota prima la tazza o chi , scaduto il tempo , ne ha comunque mangiata di più. In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

" STRINGITI NEL FOGLIO "
I concorrenti stendono a terra due fogli di giornale ; al via devono metterci sopra il maggior numero possibile di ragazze , in qualsiasi posizione , purché non cadano e resistano nella posizione fino allo scadere del tempo .
In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

" IL CIOCCOGIOCO " oppure " LA GIOCOLATA "
Ogni concorrente , con le mani legate dietro la schiena , si inginocchia davanti a una sedia sulla quale c'Š un piatto pieno di cioccolata fluida e tiepida ; nel tempo massimo di due minuti gli sfidanti dovranno mangiare tutta la cioccolata e ripulire i piatti . Vince chi finisce prima .Chi perde fa la penitenza . In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

" IL RATTO DELLE SABINE "
Nello studio si tracciano due percorsi uguali lunghi circa 10 metri e disseminati di ostacoli ( sedie , fiaschi , mucchi di bottiglie , libri etc .) . I concorrenti devono " rapire " una ragazza per volta , mettersela in spalla e trasportarla da un lato all'altro del sentiero , superando e spostando gli ostacoli . Vince chi , nel tempo massimo di 4 ' , ha trasportato più ragazze . In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

" IL TEMPO DELLE MELE "
Sul pavimento vengono tracciate col gesso due linee , ognuna delle quali indica un percorso di uguale lunghezza . Ogni concorrente sceglie tra le ragazze un'aiutante , con la quale dovrà… raggiungere il traguardo tenendo una mela tra la sua fronte e quella della ragazza . Vince chi arriva prima al traguardo . In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .
Oppure:
Due mele , fissate a degli spaghi , pendono dal soffitto all'altezza delle teste dei due concorrenti . A e B , con le mani dietro la schiena , devono addentare i frutti e mangiarne il più possibile in un tempo prestabilito ( 3' ) .
In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

" A LUME DI CANDELA "
Ai concorrenti viene legato in vita uno spago piuttosto corto , il quale è legato un cucchiaio ; con questo i due dovranno spegnere il maggior numero possibile di candele .
In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

" ASINO CHI...GIOCA "
Ad una parete sono stati fissate due figure d'asino cui Š stata staccata la coda. I due concorrenti , con gli occhi bendati , devono mettere la coda al posto giusto fissandola con una puntina da disegno . le ragazze li possono incitare e guidare con qualche suggerimento.
In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

" FATTO CON LE SCARPE "
I due concorrenti , seduti su due seggiole molto scomode e traballanti , cercano di slacciarsi vicendevolmente le scarpe .
In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

" FUORI MISURA " oppure " SOVRAPPESO "
I concorrenti formano due squadre di cinque ragazze l'una , e si affrontano in una gara di corsa su un lungo percorso. La complicazione è data dall'abbigliamento : le prime due ragazze indossano scarpe , pantaloni , giacca e capello di taglia 54 o 56. Arrivate ad una prima boa si spogliano e passano gli abiti ad altre due ragazze, che li passano ad altre due e così via . Gli ultimi a ricevere gli abiti e a correre saranno i due concorrenti , cui sarà riservata la volata finale . Chi perde fa la penitenza .

" FIGARO QUA , FIGARO LA' "
Due enormi palloncini vengono ricoperti di schiuma da barba ; i concorrenti devono raderli nel minor tempo possibile senza farli scoppiare .

" TUKA TUKA "
I concorrenti tengono le mani dietro la schiena e le ragazze passano loro numerosi oggetti , dopo averli mostrati ai telespettatori . Finita la processione di oggetti , i concorrenti corrono a due maxi - notes dove scrivono tutti gli oggetti che ritengono di avere identificati . Vince chi ne ha individuati di più. In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

" TESTE A SPILLO "
I due concorrenti , ciascuno dei quali ha sulla testa , a mò di cappello , un imbuto che termina con un ago da lana , scelgono due " ragazze - radar " . Le due coppie così formate si affrontano nel tentativo di far scoppiare il maggior numero possibile di palloncini sospesi : i concorrenti hanno gli occhi bendati e saltando ,cercando di centrare con l'ago i palloncini . Per riuscire nell'impresa seguono le indicazioni delle loro aiutanti . Uno dei palloncini è però pieno di un liquido colorato: rompendosi sporca il malcapitato e lo fa perdere . In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

" UFFICIO DI COLLOCAMENTO "
In ogni manche le ragazze si consultano e scelgono la professione o il mestiere da offrire al concorrente . Per capire di quale mestiere si tratta il concorrente , quindi lo mimano . Il concorrente pone delle domande cui le ragazze possono rispondere dicendo solo " Sì " , " No " , " Qualche volta " . In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

“ VIVO O MORTO "
In ogni manche le ragazze scelgono un personaggio famoso , vivente o d'altri tempi . Il concorrente , immedesimandosi nel personaggio , pone delle domande cui le ragazze rispondono solo in modo molto schematico ( sì , no , non so ) . Una delle domande da porre è " Sono vivo o morto ? " . In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

" DOPPIO SENSO "
Le ragazze scelgono un nome comune di cosa , possibilmente con un doppio significato ( lira , fagotto , calzone , piano , cavallo , passato ) . Il concorrente le interroga ponendo solo queste tre domande :
Dove ti piace ?
Come ti piace ?
Quando ti piace ?
In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

" OCCHIO DI LINCE "
I concorrenti osservano attentamente le dieci ragazze più note , quindi vengono fatti sedere con la faccia rivolta verso il muro . A turno la conduttrice li interroga sull'abbigliamento e l'aspetto delle ragazze : " Ambra ha gli occhi chiari o scuri ? " , " Luisa ha il rossetto ? " , " Anna ha gli occhiali ? " , " Vanessa ha molti anelli ? "
Vince chi ha commesso meno errori . In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA.

Nello studio di “Non è la RAI” c’è una bellissima piscina. Ovviamente la sua presenza fornisce lo spunto per altri giochi…

“FINCHE' LA BARCA VA”
I concorrenti salgono su due canotti e attraversano la piscina con l'aiuto di una pagaia ; una delle due imbarcazioni però è bucata e imbarca acqua . Il malcapitato cola a picco e si bagna : a questo punto la penitenza è già fatta .

“CUSCINO MORTALE”
Un ' asse attraversa la piscina nel senso della larghezza ; i due concorrenti si incontrano al centro della vasca e lottano , armati di cuscini . Vince chi riesce a far cadere in acqua l'avversario , prendendolo a cuscinate .

“BANDIERA”
I concorrenti esaminano dieci ragazze in costume da bagno e formano due squadre; a ogni " capitano " e alle sue cinque aiutanti vengono applicati dei numeri .
Le due squadre entrano in acqua e si dispongono ai due bordi della piscina , mentre una ragazza - giudice , che regge una bandiera di "NON E' LA RAI" , sta in piedi nel mezzo della vasca ; dopo il fischio di partenza la ragazza - giudice chiama un numero alla volta . Il concorrente o la sua aiutante che ha quel numero si deve tuffare , prendere la bandiera e portarla sulla propria sponda senza essere toccato dagli avversari . Chi viene toccato fa assegnare un punto alla squadra avversaria . I concorrenti e le loro aiutanti devono indossare pinna e ciambelle .

“NON E' LA ... PESCA”
I due concorrenti , in acqua , indossano pinne maschera da sub ; le loro aiutanti stanno ai bordi della piscina e reggono due canne da pesca . Al via la conduttrice getta in acqua delle chiavi ; i concorrenti devono immergersi e recuperarle una per volta . Ogni chiave verrà infilata nell'amo della canna da pesca della propria squadra ; le aiutanti la sistemeranno in un secchio .
Dopo quattro minuti i secchi verranno svuotati e le chiavi contate : vince chi ne ha recuperate di più . Il perdente fa la penitenza .

" LA PALLA AL BALZO " oppure " SECCHIELLO E PALETTA "
Nella prima manche il concorrente A si mette ad un lato della piscina e le sue aiutanti al lato opposto . A , immerso nell'acqua , regge una borsa con trenta palline galleggianti e una grossa paletta ; al via A getta alle sue aiutanti una pallina per volta usando la paletta come una racchetta da tennis . Le ragazze cercano di prendere al volo le palline con dei secchielli . L'operazione è ostacolata dal concorrente B e dalle sue aiutanti , che con pistole e fucili ad acqua a forte getto colpiscono gli avversari . Finita la prima manche le parti si invertono : B e la sua squadra diventano i concorrenti e A e le sue aiutanti si muniscono di pistole e fucili . Ogni manche dura 3 ' circa . Al termine il concorrente la cui squadra ha recuperato meno palline viene sottoposto a penitenza .

" SPARA AL SECCHIELLO " oppure " DUELLO ALL'ULTIMA GOCCIA "
Ogni concorrente esamina le solite dieci ragazze in costume da bagno e sceglie un ' aiutante . Le due squadre si posizionano ai due lati della piscina : ogni concorrente , munito di una pistola a forte getto d'acqua ,si tuffa nella vasca posizionandosi al centro , in prossimità di una ragazza - giudice . Le due aiutanti stanno sul bordo , reggendo un secchiello ciascuna . Al via i due concorrenti , nella loro postazione centrale , riempiono d'acqua le loro pistole e nuotano velocemente fino alle loro compagne : qui spruzzano l'acqua contenuta nelle pistole dentro i secchielli delle ragazze . Vince chi ha più acqua nel secchiello .

" NON E' LA ... RETE "
Questa prova viene giocata parzialmente " per procura " : i concorrenti , quando arriva il loro turno , fanno parte della "rete" e cercano di catturare i pesci , ma non " fanno i pesci " , limitandosi in questa fase a incitare le ragazze a sfuggire alla cattura. Ogni concorrente sceglie , tra le ragazze in costume , cinque " aiutanti " . Nella prima manche il concorrente A e le sue cinque ragazze entrano in acqua tenendosi per mano , in modo da formare una simbolica rete . Le cinque aiutanti del concorrente B invece si dispongono al lato opposto e hanno il ruolo dei " pesci " . Al via le due squadre avanzano uno verso l'altro ; la squadra di A cerca di catturare il maggior numero di " pesci " , che sfuggono alla cattura immergendosi in acqua e passando tra le gambe degli avversari . Chi viene catturato va a far parte della rete ed Š costretto ad aiutare gli avversari . Una volta raggiunta la sponda opposta le due squadre si girano e attraversano nuovamente la piscina , ripetendo l'operazione fino allo scadere del tempo ( 3 ' circa ) . A questo punto i ruoli si invertono : il concorrente B forma la rete mentre le ragazze del concorrente A , incitate e guidate dal loro capo , fanno i " pesci " . Vince la squadra che ha catturato più pesci ; il concorrente della squadra sconfitta fa la penitenza .

" COLPI DI...GONG " oppure " PENTOLE E...COPERCHI "
La piscina è attraversata da una corda al centro della quale viene posto un grande coperchio . In ogni manche un concorrente bendato deve tuffarsi in acqua e nuotare cercando di colpire il coperchio con un grosso mestolo . Vince il concorrente che riesce a fare " GONG " nel minor tempo .

" IL SALVALINGUA " oppure " LO SCIOGLIGENTE "
Nel mezzo della piscina ci sono diverse ciambelle legate tra loro; i concorrenti dovranno tuffarsi in acqua , immergersi , uscire dalla testa dal primo salvagente e dire velocemente uno scioglilingua , immergersi nuovamente , emergere dal secondo salvagente e ripetere lo scioglilingua .
Vince chi , nel tempo prestabilito , attraversa senza sbagliare il maggior numero di ciambelle . Quando un concorrente si impappina è costretto a tornare al salvagente precedente . Prima della prova i concorrenti " pescano " in un cesto il proprio scioglilingua .

" NON E' ... L'HAREM "
Ogni concorrente forma una squadra composta da cinque ragazze e si dispone sul bordo della piscina , mentre le sue aiutanti stanno sul lato opposto . Accanto a ogni concorrente ci sono cinque grossi pacchi - regalo . Al via ogni concorrente si tuffa , imitato dalla prima ragazza ; giunti al centro della piscina il concorrente e la prima ragazza si scambiano un bacio . A questo punto il concorrente torna indietro e va a prendere il pacco regalo , quindi si tuffa in acqua e raggiunge la sua " fidanzata " che , ricevuto il regalo , lo porta velocemente sull'altra sponda . Il concorrente torna alla sua postazione e si tuffa , imitato dalla seconda ragazza , con la quale ripete l'operazione .
Il gioco dura dai 3 ai 4 minuti ; vince il concorrente che è riuscito a consegnare il maggior numero possibile di pacchi alle sue " fidanzate " .
N.B. : l'impresa non è così facile : due delle dieci ragazze sono state precedentemente " programmate " dagli autori a rispondere al bacio con uno schiaffo . In questo caso il concorrente non potrà consegnare il regalo . Poiché al momento della formazione delle squadre questo input è ignoto , uno sfortunato concorrente potrà ritrovarsi in squadra due ragazze che rifiuteranno la sua corte .

“ NON E' LA...CIAMBELLA " oppure " IL SALVATUFFO "
In piscina viene sistemato un ciambellone gonfiabile . In ogni manche un concorrente avrà due minuti a disposizione per tuffarsi cercando di centrare il salvagente . Vince chi riesce a effettuare il maggior numero di tuffi facendo centro nel tempo prestabilito .

" MATRIOSKA "
Nella piscina vengono buttate alcune matrioske ; in ogni manche un concorrente deve tuffarsi , recuperarle una ad una e passarle ad una ragazza - aiutante , la quale provvederà a metterle una dentro l'altra . Vince la coppia che nel tempo prestabilito ( circa 3') ha infilato il maggior numero di matrioske . In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA (cioè al “giudizio di Dio”).

" PESCA LA RAGAZZA "
Dieci ragazze , sulla cui schiena sono stati applicati dei grossi ganci , nuotano in piscina . Sui bordi i due concorrenti , muniti di canne la cui lenza termina con un cerchietto di ferro , tentano di pescarle . La ragazza " presa all'amo " esce dall'acqua e si posiziona accanto al concorrente . Vince chi ha pescato più ragazze . In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

" I PESCATORI DI PERLE "
Sul fondo della piscina sono stati sistemati dei gusci d'ostrica ; in ogni manche il concorrente deve tuffarsi , prendere una conchiglia e consegnarla alla sua aiutante . Se la ragazza trova una perla , il concorrente ottiene un punto e va a prendere un'altra ostrica ; se invece trova un biglietto con l'indicazione di un'azione ( es . : " Fai vedere come si balla il twist " ) deve compierla, facendo perdere al concorrente del tempo prezioso. Vince il concorrente che ha ammucchiato più perle . In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

" SEDIE SUBACQUEE
"I due concorrenti devono attraversare la piscina camminando su due sedie , che faranno scorrere una dopo l'altra . Le sedie devono essere fragili e malandate al punto da potersi rompere nel corso dell'impresa . Vince chi arriva prima senza che la sedia si sia rotta . In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA. Occorrono due concorrenti e dieci ragazze .

" UN BAGNO NELLA ... CULTURA " oppure " PIRATI
"In ogni manche un concorrente , vestito di tutto punto e bendato , viene fatto salire su una tavola sistemata ai bordi della piscina; le ragazze , che in questo gioco interpretano la parte dei pirati,lo minacciano con delle sciabole.La conduttrice pone al concorrente alcune domande di cultura generale ( storia , geografia , letteratura , spettacolo ) , alcune delle quali dovranno essere difficili o formulate in modo da trarre in inganno il concorrente . Inoltre dovranno essere domande che coinvolgano il pubblico a casa . Ogni volta che il concorrente sbaglia , i " pirati " lo spingono con la sciabola facendolo avanzare di un passo verso l'acqua . Al terzo errore il malcapitato precipita in acqua . Se nessuno dei due concorrenti cade, quello che ha fornito meno risposte esatte viene buttato in acqua ( questa è la penitenza); se il gioco si conclude in parità , si effettua uno spareggio con le domande di riserva . Chi perde viene costretto a risalire sulla tavola e viene spinto in acqua .

Non mancano i giochi musicali…

SEZIONE " GIOCANZONI ":
" CANZONI SENZA MUSICA
"Una ragazza legge alcuni versi tratti dal testo di una canzone , degli ultimi anni , possibilmente demenziale o sciocca ;
il concorrente deve indovinare il titolo.
Se entrambi hanno risposto esattamente ( o hanno sbagliato ) si effettua lo spareggio attraverso l ' ORDALIA .

" IL DISCONTRARIO "
Il tema di una canzone viene trasmesso ALL'INCONTRARIO: il concorrente deve riconoscere la canzone.
Se entrambi hanno risposto esattamente ( o hanno sbagliato ) si effettua lo spareggio attraverso l ' ORDALIA .


" CANTA IL FRAMMENTO "
Viene trasmesso un frammento di canzone, della durata di circa cinque secondi;i concorrenti devono riconoscere il brano.
Se entrambi hanno risposto esattamente ( o hanno sbagliato ) si effettua lo spareggio attraverso l ' ORDALIA .

" IL CACCIACORO "
Un oggetto di piccole dimensioni ( potrebbe essere un piccolo carillon con il tema di NON E' LA RAI ) viene nascosto in un punto dello studio . Il concorrente deve trovarlo basandosi su un surrogato musicale del famoso " Acqua , fuoco , fuochino " : le ragazze formano un coro e cantano una canzone ; dirette dalla conduttrice o da un membro della giuria , canteranno pi— forte quanto pi— il concorrente si avvicina all ' oggetto e abbasseranno il volume quanto più si allontanerà . In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

" IL BALLO IN MASCHERA " oppure " DANZA CIECA " oppure " APPUNTAMENTO AL BUIO "
I due concorrenti vengono prima bendati , quindi accompagnati al centro di una pista da ballo ; parte la musica ( un " lento " cantato da una delle ragazze ) . A e B ballano con le ragazze , cambiando spesso dama . Ad un cenno della conduttrice o di un membro della giuria la musica viene bruscamente interrotta e il ballo interrotto . I due concorrenti devono dire subito il nome delle loro dame . Poiché le ragazze non possono parlare o aiutarli e i due non sanno quando si interromper… la musica , dovranno cercare di riconoscere ogni " dama " con cui balleranno per essere sempre pronti a fornire la risposta . Utili all'identificazione saranno il profumo , oppure certi capi di vestiario che i concorrenti noteranno nel corso del ballo .
In caso di parità… ci si affida all ' ORDALIA .

" AL LADRO ! " oppure " FURTO SU COMMISSIONE "
La conduttrice commissiona ai due concorrenti un furto , leggendo un elenco di oggetti a ciascuno dei quali viene dato un valore in punti ( accendino 1 punto , occhiali 2 punti ,reggiseno 10 , giacca 6 , pantaloni 8 ) .
Una ragazza interpreta una canzone , nel corso della quale i concorrenti vanno in mezzo al pubblico e tentano di farsi consegnare il maggior numero di oggetti.
In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

IL BALLO DELLA MELA " oppure " SIAMO ALLA FRUTTA "
Una ragazza canta una canzone allegra ; ogni concorrente balla con una ragazza molto più bassa o più alta di lui .
Ogni coppia deve sostenere una mela con la fronte .
Vince chi ha fatto cadere meno volte la mela .
In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .


C’è anche un gioco che utilizza i suoni… tutti i suoni possibili e immaginabili…


" LA BANCA DEL SUONO "
In ogni manche un concorrente si trova di fronte ad una " banca dei suoni " , composta da cento cassette di sicurezza .
Ne sceglie una e la apre : dalla cassetta esce un brevissimo suono ( ruggito di leone , motore d'auto , tromba ecc. ) .
Il concorrente ha due minuti e tre tentativi a disposizione per identificare il suono ; se indovina prima dello scadere del tempo,può aprire un'altra cassetta .
Vince chi riconosce più suoni , oppure chi impiega meno tentativi o meno tempo per individuarne uno .
In caso di parità ci si affida all ' ORDALIA .

Ma i giochi che preferisco – e che mi sembrano particolarmente stimolanti – appartengono alla cosiddetta “sezione del tubo”. Si basano su un nuovo strumento, il “tubolario”. Di cosa si tratta? Del meccanismo della combinazione delle casseforti, non dissimile da quello delle slot-machine, applicato alla composizione dei testi. Il “tubolario” è un tubo snodabile in varie sezioni. Ogni volta che si gira un segmento del tubo, appaiono più scritte, che vanno scelte e accoppiate. Abbinandole, si possono ottenere frasi di significato diverso. Nelle mie intenzioni, il “tubolario” dovrebbe essere utilizzato per comporre dichiarazioni d’amore, poesie, canzoni. Naturalmente non esiste un criterio oggettivo per valutare le composizioni dei concorrenti: perciò, a giudicarle assegnando loro un punteggio, è una giuria composta, come sempre, dalle ragazze.
E con il tubolario, si chiude questo non breve excursus nel mondo dei giochi. Prima di inserirlo nel libro, mi sono domandato se potesse avere una effettiva utilità. Ebbene, ho risposto affermativamente: in questo progetto ci sono elementi sufficienti per fare più di un programma di giochi. Inoltre, l’idea che sta alla base del progetto è estremamente interessante e, per il periodo storico in cui è nata, anche innovativa (non dimentichiamo che siamo all’inizio degli anni ’90).
La novità nasce dalla smitizzazione del concetto stesso di gioco: nulla viene preso sul serio, né l’agonismo, né l’abilità necessaria per rispondere ai quiz né l’impegno dei concorrenti né tanto meno le loro motivazioni. Che si riducono a una sola: provare l’incredibile emozione di entrare nel tempio dove vivono i loro idoli, potersi avvicinare alle ragazze dei loro sogni, magari anche toccarle (castamente).. insomma, compiere il rito della profanazione suprema. Inutile scomodare archetipi narrativi o precedenti storici o mitologici, come la violazione delle vestali: gli aspiranti concorrenti non capirebbero. E soprattutto, Boncompagni si irriterebbe.
Bene. Messi sulla carta tutti questi giochi, qual è il passo successivo? Provarli, verificando quali funzionano e quali no e soprattutto individuare quali sono le ragazze in grado di fare le conduttrici. Non dimentichiamo che la conduzione deve rigorosamente essere collettiva, quindi vanno selezionate le ragazze in grado di condurre. E così mi metto pazientemente all’opera. Essendo assolutamente evidente che sono una persona innocua e priva di malizia, mi vengono idealmente date le chiavi dello studio di “Non è la RAI” e mi vengono affidate tutte e cento le ragazze affinché faccia le dovute simulazioni. E così, per un mese e mezzo, provo giochi e conduttrici. Davanti a me sfilano le beniamine degli adolescenti dell’epoca: Ambra, Miriana Trevisan, Mary Patti, Alessia Merz, Cristina Quaranta, Alessia Barela, Lucia Ocone, Antonella Mosetti e tante altre.
E’ un massacro: le ragazze cadono, insieme ai giochi. Ma mentre nel caso dei giochi si tratta di una moria prevista, perché quel che si vuole è sceglierne un certo numero che sicuramente funzioni, la strage delle ragazze assume proporzioni degne di un “pogrom”. Molte di loro suscitano l’irritazione del demiurgo, che le elimina senza pietà. Intendiamoci: il medico pietoso fa la piaga cancrenosa, dice il proverbio. E Boncompagni, essendo un chirurgo che pratica con una certa disinvoltura le amputazioni, fa benissimo a selezionare eliminando. Perché, diciamolo sinceramente, sulla carta l’idea delle conduzione collettiva può sembrare molto stimolante, ma nella realtà lo è molto di meno. Le ragazze – almeno, la maggior parte di loro - non sono professioniste preparate: si limitano a ballare con una certa grazia. Tra l’altro, anche se il programma è una successione quasi infinita di numeri musicali, poche di loro sanno cantare (è noto che molte di loro sono “doppiate” da eccellenti coriste). Insomma, come conduttrici non sono un granché; infatti le loro teste cadono, una dopo l’altra.
Nel frattempo, insieme a una redattrice venuta appositamente da Milano (si tratta di Chiara Salvo, che anni dopo diventerà autrice di programmi per La 7 e altre reti) mi dedico alla selezione dei concorrenti. “Proviniamo” centinaia di ragazzi provenienti da tutta Italia, cercando di evitare quelli troppo astuti e maliziosi, quelli cioè che sperano veramente di “profanare” tempio e soprattutto vestali. Alla fine del casting, abbiamo alcune decine di ragazzi pronti a scendere nell’arena.
Nel frattempo, le ragazze continuano a cadere. Una su tutte brilla di una luce particolare: si tratta della quindicenne Ambra Angiolini, già nota al pubblico per il mitico “gioco dello zainetto”.
Tra le sopravvissute ci sono Miriana e Marzia, una ragazzina dal fisico asciutto e un po’ mascolino (allora: adesso sarà probabilmente diventata una bellissima donna), che piace a Boncompagni perché sa “fare le smorfie”. Perché, di gioco in gioco, di caduta in caduta, di eliminazione in eliminazione, alla fine l’unico gioco che il demiurgo accetta è proprio quello delle smorfia: il concorrente deve indovinare che cosa rappresentano le “facce” di Marzia.
Il periodo dei giochi vive la vicenda di tutte le innovazioni di “Non è la RAI”: chi conosce Boncompagni sa che è tipico del suo carattere accettare, magari con un certo entusiasmo (mai eccessivo) alcune innovazioni, per poi provare verso di loro un crescente fastidio, che presto sfocia in odio feroce. Questo accade anche alle persone (le ragazze emarginate e messe in un angolo dopo un fugace momento di gloria ne sanno qualcosa). E così accade ai poveri concorrenti, presenze dapprima subite con curiosità, poi tollerate e poi fonte di odio sordo e mortale. Non c’è niente da fare: l’unico essere umano di sesso maschile che Boncompagni tollera si accosti alle ragazze è il povero Bob, un culturista che nello studio ha più che altro la funzione di elemento ornamentale.
E poi… e poi accade la tragedia. E’ una tragedia biblica, in cui la furia degli elementi si scatena. Contro chi? Beh, contro di me in quanto responsabile dei giochi sicuramente. L’insofferenza del demiurgo verso i concorrenti è già alle stelle e tutti ci aspettiamo da un momento all’altro una nuova “strage degli innocenti” (si tratta di ragazzi molto giovani). Ebbene, quel giorno maledetto manda un minuto alla diretta. Dietro il palco, consegnato alle mani dell’assistente di studio c’è un ragazzino di circa quattordici anni. Un ragazzo timido e riservato, che nel momento stesso in cui parte la sigla pronuncia le fatidiche parole: “Devo fare la pipì!”. Momento di sgomento sugli astanti: non può andare la bagno proprio adesso! Tra meno di due minuti le telecamere lo inquadreranno. Inutile dire che non viene mandato al bagno. Un brivido corre lungo la mia schiena: una premonizione mi avverte che sta per accadere qualcosa di orribile. Scaccio il pensiero e vado al mio posto, dietro la telecamera numero 1. I riflettori illuminano il ragazzino, che viene presentato (non ricordo più se da Ambra o da Marzia). Lui risponde con aria smarrita… ed ecco che un mormorio si diffonde tra le file delle ragazze che, sedute sulle loro sedie, guardano ciò che avviene sul palco. Quello che vedo mi gela il sangue nelle vene: una chiazzolina bagnata compare sui pantaloni del concorrente e si allunga lentamente. A poco a poco, un rivolo scende verso il basso.
E’ accaduto ciò che non può e non deve accadere mai. Altro che profanazione delle vestali, altro che cadute dei tabù: il ragazzo si sta facendo la pipì addosso, davanti a cento ragazze e a non moltissime centinaia di migliaia di telespettatori.
La scena è talmente raccapricciante (per la sofferenza del povero ragazzo) che nessuno ride. Un silenzio di gelo cala su “Non è la RAI”. Il poveretto partecipa a un gioco (non ricordo più quale) e appena è possibile si va a nero. Nella pausa una mano pietosa trova dei pantaloni di ricambio, se non sbaglio fuori misura, e glieli fa indossare. Al rientro dal nero il ragazzo, il cui viso (terreo) non tradisce emozioni particolari, finisce il gioco e se ne va. In questi anni mi è capitato di pensare a lui: la disgraziata esperienza di “Non è la RAI”, l’orrido (per lui) incidente di percorso, provocato dalla debolezza della sua vescica e dall’emozione, hanno lasciato tracce sulla sua psiche? E’ rimasto sconvolto? E’ andato in analisi? Ha iniziato a odiare il gentil sesso? E’ diventato un serial killer? O ha superato indenne questa parentesi? Non lo saprò mai.
Una cosa invece la so di sicuro: alla fine della puntata Boncompagni avrà trovato la scusa per cancellare giochi e concorrenti dal suo programma. Così infatti avviene all’istante, come tutti coloro che collaborano con lui da anni avevano previsto fin dall’inizio.
Ed è così che, dopo un breve periodo di lutto (quel rivolo di pipì ha portato via con sé mesi e mesi di lavoro) mi rimetto al lavoro: i giochi non ci sono più, ma in compenso c’è da pensare alle televendite (è sempre l’epoca della guerra santa contro le telepromozioni, che si inquadra nell’eterno tentativo di indurre Berlusconi a ridurre le dimensioni della sua azienda. E’ proprio questa guerra che indurrà il presidente, ormai ex-presidente della FININVEST, a fondare un partito, con le conseguenze che tutti conosciamo). Io mi limito a ideare giochi per gli sponsor. A condurli, ormai, è solo Ambra. Ironia della sorte, l’edizione che doveva segnare la nascita della prima “conduzione di massa” della televisione italiana, segna invece la nascita di una stella. Ambra, conduttrice unica di “Non è la RAI”. Ambra, teleguidata attraverso l’ormai leggendario auricolare. Ambra, che ride senza ragione apparente perché il demiurgo le dice battute che solo lei sente.
Scrivo “Il diario di Ambra”: un diario realizzato dagli ottimi grafici della “Frame by Frame”, la società che si occupa di grafica e animazione elettronica, sul quale compare una penna che scrive gli appuntamenti della giornata; ho l’occasione di dare vita al mio “tubolario”, che non è più un tubo ma un meccanismo virtuale realizzato in grafica. Invento e realizzo giochi che hanno sempre come protagoniste e come “materie” le ragazze… ma stavolta non ci sono fastidiosi maschi in studio: i giochi diventano telefonici.
Cosa accade di interessante nei mesi che seguono la morte dei giochi? Dal mio osservatorio privilegiato (durante i momenti di gioco sto in regia) assisto alla nascita del famoso “diavoletto”, sul quale decine di giornalisti compiacenti e privi di vergogna verseranno fiumi di inchiostro, rispondendo solerti al richiamo di Irene Ghergo, straordinaria p.r. in grado di mobilitare la stampa sul nulla.
In uno dei tanti momenti di stasi, quando la puntata, ormai trasformata in una ininterrotta sequenza di canzoni e balletti, procede con il pilota automatico (veramente non è proprio automatico: si tratta dell’assistente alla regia, Giuliana Baroncelli, poi regista di numerosi programmi di intrattenimento), Boncompagni detta ad Ambra, improvvisando, ciò che gli passa per la testa in quel momento. “Stanotte ho sognato un diavoletto…” dice il demiurgo e Ambra ripete, “… con la maglia del Milan…”. Non è un monologo memorabile. Almeno, non lo è ancora. Ma subito dopo Boncompagni chiede a Riccardo Grandi, uno dei fondatori della “Frame by frame”, di creare un’animazione bidimensionale del personaggio. Il giorno dopo riprende il racconto del sogno del diavoletto. Solo che questa volta il diavoletto appare accanto ad Ambra. E’ un disegno semplice, bidimensionale, la cui animazione consiste semplicemente nel fare “sì” o “no” scuotendo la testa.
Il dialogo tra Ambra e il diavoletto, rigorosamente improvvisato (da Boncompagni, non da Ambra, costretta a “parlare sotto dettatura”), cambia improvvisamente quando Riccardo Grandi aggiunge altri due gesti all’animazione: la sua creatura punta un dito verso l’alto o versoi il basso. E così a Boncompagni non pare vero poter inserire nei suoi soliloqui velati riferimenti all’altissimo (Dio? Il Papa? Berlusconi?) e all’infinitamente basso (Satana e gli inferi: è più facile). E così si scatena un incredibile gioco di complicità: giornalisti e intellettuali fingono di prendere sul serio i racconto delle conversazioni tra Ambra e il diavoletto. L’idea che non lo facciano per una misteriosa e incomprensibile piaggeria verso Boncompagni e la Ghergo o forse verso la FININVEST, ma che ci siano cascati mi riempie di orrore. E così, nasce un fenomeno mediatico destinato a durare mesi e a lasciare una traccia nella storia della televisione generalista.
Mentre il diavoletto svetta verso il mondo della Cultura, un nascente fenomeno mediatico, in sordina, tramonta prima di poter sbocciare. Si tratta della povera Sabrina Impacciatore, che per sua fortuna (e merito) oggi è un’attrice affermata e lavora con i registi di culto, oltre a essere una straordinaria comica (come ha dimostrato nei programmi della Gialappa). Brava, Sabrina.
Ebbene, a Sabrina è affidato l’unico momento del programma in cui esiste una comunicazione, uno scambio verbale: il talk-show. Lo schema è semplice: in ogni puntata Sabrina si pone al centro di un cerchio formato da alcune decine di ragazze e lancia un tema. Ovviamente, non si tratta di temi particolarmente originali: la scuola, la famiglia, l’amore, la gelosia… le stesse cose che vengono utilizzate da sempre nei talk-show. Ma qui, a parlarne, non sono sociologi, transessuali, preti, scrittori e comici in cerca di lancio, ma un gruppo di “fanciulle in fiore”. A quanto pare, almeno secondo l’Auditel, i fans di “Non è la RAI” si interessano molto di tutto quello che riguarda i loro idoli. E così, ogni giorno, la curva generalmente quasi piatta degli ascolti si impegna proprio al momento del talk di Sabrina. Ebbene, questo non viene affatto apprezzato da Boncompagni, che diventa ogni giorno più critico verso la rubrica. Secondo il demiurgo, dalle bocche delle ragazze (Sabrina esclusa, ovviamente) escono delle terribili banalità. Sentendo questi discorsi mi rendo conto che il ruolo delle ragazze è e deve essere quello di “belle statuine” che, muovendosi a suon di musica, esercitano un effetto quasi ipnotico sul pubblico. Pubblico che però non si lascia ipnotizzare: “Non è la RAI” è diventato ormai un fenomeno di costume, anche grazie all’aiuto di un esercito di giornalisti sparsi per tutti i principali quotidiani italiani, compresi quelli “che non diresti mai”… ma tant’è: in quegli anni va di moda presso gli intellettuali apprezzare il “trash”. Qualche anno dopo toccherà al “Grande fratello” e poi all’ “Isola dei famosi” costringere le migliori teste pensanti della sinistra (che accada a quelle della destra appare tutto sommato più normale… e poi detto molto francamente, non sono molte!) a riunirsi davanti al televisore per provare il trasgressivo brivido del “trash”. Chi lavora a “Non è la RAI” giura che Enrico Ghezzi è uno dei più grandi estimatori di Boncompagni. In quanto a Marco Giusti, proprio in quel periodo sta scrivendo un saggio sul programma. E poco tempo dopo sceglierà Ambra per condurre il suo deludente (come ascolti e critica) programma dedicato a “Carosello”.
Insomma, quel “picco” di ascolto proprio durante il talk – show di Sabrina, picco che non è casuale ma si verifica puntualmente in ogni puntata, proprio non va giù. E così, a causa del basso livello dialettico delle ragazze e della mancanza di originalità delle loro argomentazioni, il talk-show viene chiuso. Proprio come è accaduto ai giochi poco tempo prima. E “Non è la RAI” torna a essere il regno delle canzoni in playback. E naturalmente del diavoletto. Il seguito della lotta sotterranea tra l’azienda che tenta, con grande discrezione, di convincere il demiurgo a inserire il “logos” all’interno del suo algido universo adolescenziale e lui, che insiste a proporre solo canzoni e diavoletti, vede dei momenti topici. Un giorno, stanco delle richieste di inserire il “parlato”, Boncompagni trasforma il programma in un talk-show telefonico. Per due o tre puntate canzoni e balletti vengono ridotti al minimo sindacale. In compenso Ambra parla con volontari, insegnanti, medici, casi umani. Ovviamente gli ascolti crollano. L’azienda sospende le ostilità. Ma non si arrende e dopo un po’, le richieste di inserire momenti di dialogo in trasmissione riprendono.
Ed ecco allora affacciarsi alla ribalta una nuova rubrica, una sorta di costanziano “uno contro tutti”. A “Non è la RAI” entrano gli sopiti. In ogni puntata un big della cultura o dello spettacolo rispondono al tiro incrociato di domande delle ineffabili ragazze. Si sottopongono all’audace prova il giornalista Paolo Guzzanti, in piena crisi di rivalità con i figli, non ancora approdato ai (ne)fasti della presidenza della Commissione Mitrokyn, Pippo Baudo, Bruno Vespa, Giuliano Ferrara, Giampiero Mughini… e Maurizio Costanzo.
Ma gli ascolti non premiano il tentativo: evidentemente non è quello il “parlato” che l’azienda vorrebbe. La storia continua ancora un anno. Ma io non ci sono più: la stagione dei giochi è finita. Al mio posto c’è un altro autore. Che alla fine della quarta edizione oserà l’inosabile, portando via Ambra al suo creatore. La porterà a Milano, dove condurrà programmi non memorabili. Ma smetterà di essere telecomandata e col passare del tempo dimostrerà di essere una giovane donna intelligente. E una brava attrice, come può confermare chi ha visto il film “Saturno contro” di Ozpetek.

VIII
“Complotto di famiglia” o del candore perduto
Dove l'autore, che malgrado le frequentazioni è rimasto un'anima candida, si dedica alla costruzione di maliziose candid-camera.

Di tanto in tanto, mentre ripercorriamo le tappe di questo viaggio nel mondo dei generi televisivi, conviene ricordare che in questo preciso istante in tutto il mondo si celebrano le esequie della televisione. Secondo studiosi e operatori della comunicazione, presto i contenuti saranno prodotti direttamente dagli utenti, che li distribuiranno attraverso canali come YOU TUBE. Il web e la telefonia mobile faranno il resto. Io penso che prima che gli autori, tutti gli autori di contenuti, vengano sostituiti da interi eserciti di utenti (il sostantivo "telespettatore" non si può più usare, perché i certi contesti equivale a una bestemmia) dovrà passare qualche tempo.
Che la TV generalista non se la passi troppo bene, invece, è un dato certo: segmenti di pubblico la abbandonano per le reti satellitari, che permettono agli utenti di creare un proprio palinsesto, sottraendosi alla dittatura di colossi come RAI e MEDIASET che pretendono di decidere non solo che cosa dobbiamo guardare, ma anche in che giorno e a che ora. Ebbene, questa TV generalista non è morta, probabilmente non ha ancora le ore contate, ma il suo declino è iniziato da tempo.
La TV, dunque, non è morta ma stIa invecchiando. Le sue rughe, le sue zampe di gallina sono rappresentati da programmi e generi obsoleti. Un esempio? Il Festival di Sanremo, rito vecchio come il mondo (il mondo televisivo) che si perpetua e cerca di sopravvivere a se stesso con iniezioni di gioventù (nell'edizione del 2007, i vari Cristicchi).
Il festival ha le labbra turgide e la pelle liscia e tirata di quelle dame che hanno superato i sessant'anni e, a furia di tirare la pelle e iniettare il silicone, sono ridotte a grottesche maschere.
Naturalmente quello del festival è solo un esempio: a invecchiare sono i programmi (e, naturalmente, conduttori e conduttrici). Il fatto è reso ancora più evidente dalla crisi del reality: pochi anni fa l'apparizione del GRANDE FRATELLO ha sconvolto le platee di tutto il mondo mandando in visibilio eserciti di massmediologi che hanno trovato nuovi argomenti per libri, saggi, convegni, ricerche e naturalmente apparizioni nei talk-show. Ebbene, oggi lo stesso programma soffre di un fisiologico calo di ascolto mentre si susseguono i flop dei nuovi reality. Non c'è niente da fare: questi sono i segni del tempo,. O meglio, dell'età: anche i reality sono invecchiati. Figuriamoci allora i generi più antichi, come la CANDID-CAMERA, che ha la bellezza di sessant'anni. Abbastanza per una signora. Decisamente tanti per un genere televisivo.
La candid - camera discende in linea retta dal CANDID MICROPHONE, un programma radiofonico molto in voga negli anni '40 e '50, in cui a persone che non sapevano di essere registrate venivano rivolte domande assurde e provocatorie. Nel 1960 un programma simile, chiamato CANDID CAMERA, viene portato in TV da Allen Funt. Dopo un po', la candid invade i palinsesti di tutto il mondo. In Italia la porta Nanni Loy, con l'immortale SPECCHIO SEGRETO, datato 1965. Seguono tanti programmi, tra cui SCHERZI A PARTE (nato nel 1992) , che ancora oggi va in onda su CANALE 5, anche se con ascolti in calo.
Nel 1994, al Centro Palatino, dove io sto vivendo la tragica epopea dei giochi di "Non è la RAI", ci sono due lussuose e sportive Mercedes ultimo modello, entrambe grigie e quindi identiche: una (5000 di cilindrata) appartiene a Boncompagni. L'altra (solo 2500) ad Alberto Castagna. Il giornalista, trasformato in conduttore da alcuni anni, è una persona che è riuscita a mantenere la propria umanità pur diventando un divo. Certo, anche lui ha i suoi tic, le sue particolarità, le sue "licenze" (nessun conduttore televisivo si comporta da persona normale: lo stress da video evidentemente è troppo forte), ma è e rimane un uomo profondamente buono e sensibile. Credo sia evidente che conservo di lui un bellissimo ricordo. Quando ho saputo della sua scomparsa, ho provato un dolore sincero e profondo.
Castagna lascia la RAI per la FININVEST nel 1994, forte del successo ottenuto conducendo "I fatti vostri" su RAI DUE. L'incarico di confezionargli un programma quotidiano che sia concorrenziale nella guerra degli ascolti viene affidato a Paolo Taggi. Nasce così "Sarà vero", che si rivela un insuccesso. L'anno successivo, il 1995, è quello del riscatto di Castagna: al conduttore viene affidato STRANAMORE, un programma di prima serata che sbanca l'AUDITEL. Castagna, già popolare di suo, diventa un divo. Nello stesso anno riprende l'avventura del programma quotidiano: dalle ceneri di SARA' VERO nasce COMPLOTTO DI FAMIGLIA, un programma di candid camera di cui Paolo Taggi, che oltre a essere un autore è anche massmediologo e docente universitario, ha dedicato ampio spazio nei suoi libri.
Nel saggio “Un programma di – scrivere per la televisione” Taggi definisce “Complotto” “… un programma che si è presentato senza moralismi, ma fondato sui valori. I valori come prisma che scompone i rapporti familiari, ne smaschera ipocrisie e convenzioni. I valori come geografia delle storie, come aree di indagine, spunti per argomenti da testare. Quali valori?
… Affetto, Altruismo, Amicizia, Amore, Ambizione, Avarizia, Compassione, Coraggio,Dignità, Desiderio, Dubbio, Diffidenza, Egoismo, Fedeltà,Fiducia, Filantropia, Gelosia, Generosità, Giustizia, Gratitudine, Invidia, Indifferenza, Ira, Modestia, Noia, Onestà, Orgoglio, Odio, Ottimismo, Paura, Pessimismo, Pietà, Pudore, Simpatia, Sospetto, Vanità, Vendetta, Verità/Sincerità, Costanza, Entusiasmo, Superstizione, Pazienza… Energia, Ambizione, Autorevolezza, Eleganza, Comunicativa, Diplomazia, Fascino,Fantasia, Idealismo, Tolleranza…
Come tradurli in altrettante sceneggiature? Come costruire le provocazioni? Siamo partiti dal programma, ridisegnandolo e ne abbiamo fatto un “game senza game”, privilegiando il talk. Sono rimaste le due famiglie, così come l’idea di interrompere le candid in più momenti: il commento ha sostituito la previsione. Le interruzioni sono diventate l’elemento cardine delle sceneggiature. Una volta girati, i filmati vengono premontati dai registi. Sono veri e propri minifilm, dotati di una loro autonomia espressiva. Ma occorre “smontarli” in corrispondenza dei momenti di tensione per ritornare in Studio, prevedere la continuazione e poi vedere la risposta filmata.
Per la prima volta la candid camera si prolunga nel tempo (le riprese durano anche due, tre ore) e nello spazio (non più i consueti set esterni, ma soprattutto le case e l’ambiente di lavoro). I redattori, che sono a stretto contatto con i parenti delle vittime, studiano le loro vite, si insinuano tra le pieghe dei rapporti di una famiglia, raccolgono ed archiviano dati, date, notizie, sensazioni, particolari, memorizzano oggetti e frasi. Abitudini e spazi. Informazioni che ritornano agli sceneggiatori e danno vita al copione definitivo, confezionato su misura per la vittima designata”.
Le candid camera di COMPLOTTO DI FAMIGLIA sono affidate a un gruppo di sceneggiatori e di registi (uno di questi è un giovanissimo Gabriele Cuccino, un altro è Tonino Zangardi). Uno degli sceneggiatori sono io. L'incarico mi arriva dallo stesso Castagna. Dopo l'avventura di "Non è la RAI", mi sono state affidate le televendite (siamo sempre nell'era della guerra alle telepromozioni) dei programmi quotidiani di Alberto. I miei sketch piacciono al conduttore, che mi propone di scrivere anche per il programma.
Dunque, “Complotto di famiglia” nasce come game (il format, acquistato dall’estero e successivamente modificato) all’inizio prevede la presenza di alcuni concorrenti che devono indovinare come la vittima reagirà alle provocazioni. Ma durante la realizzazione delle candid, appare evidente che il meccanismo del game è molto debole, mentre la forza del programma è proprio nei sentimenti violati e messi alla prova. Questo almeno nelle intenzioni di Taggi e dei suoi collaboratori (Pasquale Romano, che ora è il principale autore di AFFARI TUOI, Elisabetta Girolami, che si è trasformata in una ristoratrice di successo, Raffaele Lo Bue, anni dopo con me a FORUM). Per raggiungere lo scopo, Taggi chiede agli sceneggiatori di applicare alle candid le tecniche narrative basilari della sceneggiatura per il cinema e per la fiction: le stesse tecniche che si trovano nei libri di Syd Field (“La sceneggiatura”) e Linda Seger (“Come scrivere una grande sceneggiatura”). Essenzialmente, la struttura tripartita con i colpi di scena, il climax e la “risoluzione”. Probabilmente è un’idea un po’ ambiziosa, ma ha un suo senso: la vittima deve essere attirata nella dimensione rassicurante (sotto il profilo della logica e della verosimiglianza) di un plot, cioè di una trama. E le trame che funzionano sono verosimili più che vere. C’è anche da dire che la trama prevede la SOSPENSIONE DELL’INCREDULITA’ da parte dello spettatore, cioè la volontà, da parte del lettore o dello spettatore, di sospendere le proprie facoltà critiche allo scopo di ignorare le inconsistenze secondarie e godere di un'opera di fantasia (questa espressione è stata coniata da Samuel Taylor Coleridge nel 1817). Ora, la difficoltà di applicare questi concetti a una candid – camera nasce dal fatto che alla vittima, in quanto vittima e non spettatore volontario, non viene richiesto esplicitamente di accettare un codice narrativo. Lo spettatore che guarda un horror è disposto ad accettare il fatto che l’immagine del vampiro non venga riflessa da uno specchio. Ora, se ci pensate, questo è un elemento privo di ogni logica. Non solo: sovverte le leggi dell’ottica e della fisica. Eppure, siccome questo elemento è presente nel capovaloro di Bram Stoker (“Dracula il vampiro”) nessuno si stupisce. Chi ama il cinema di Aki Kaurismaki non trova niente di sorprendente nelle sue trame melodrammatica, né nell’evidente in naturalezza dell’immobilità dei protagonisti, né tanto meno nel tono che sembra denotare un’assoluta mancanza di emozioni anche in situazioni estreme. Perché tra lo spettatore e l’autore è stato stipulato un implicito patto di accettazione del codice.
In una candid – camera, invece, il discorso è diverso: la vittima è un attore inconsapevole. In quanto tale, non può accettare una logica diversa dalla propria. Perciò, occorre che il codice che governa la candid non urti troppo con la sua logica. Le nostre vittime sono come il protagonista di THE TRUMAN SHOW, il film di Peter Weir interpretato da Jim Carrey. Ma con una differenza: Truman era nato nel mondo fittizio, perciò non conosceva la differenza. La sua no era “sospensione dell’incredulità”, ma mancanza totale di incredulità. Riportare le vittime all’innocenza infantile impossibile. Perciò l’unico modo di farle cadere nella trappola è rendere la situazione il più possibile aderente alla realtà. Alla realtà nella quale la vittima vive. Per questo è fondamentale parlare a lungo con i complici.
Ma tutto questo è molto teorico. Partecipare, soprattutto se involontariamente, a programma televisivo non è come fare un ciclo di sedute di psicoterapia. In TV è l’attimo che conta. Perché una trasmissione televisiva dura un attimo. E anche le due-tre ore di registrazione di una candid in fondo sono un attimo. Perciò, alla fine, quel che conta è la verosimiglianza. E se questa non basta, non resta che “pettinare” la realtà. Infatti, quando le vittime aderiscono in pieno alle aspettative degli autori, c'è quanto meno il sospetto che siano "pettinate" se non "taroccate" (nel gergo dei professionisti della TV, questi termini indicano il superamento del labile confine tra realtà e finzione). "Pettinare" una candid non significa necessariamente sceneggiarla anche nelle parti riservate alla vittima o concordare con lei lo svolgimento. Sono le vittime che, attraverso un meccanismo psicologico che troverà il suo pieno sviluppo nell'era dei reality, capiscono perfettamente quello che si desidera da loro e si comportano di conseguenza. Del resto, quanti VIP, trovandosi improvvisamente catapultati in una situazione estrema e surreale, invece di gridare allo scandalo si abbandonano all'onda degli eventi perché hanno capito benissimo (e forse sperano) di trovarsi su SCHERZI A PARTE?
Faccio queste precisazioni perché in COMPLOTTO DI FAMIGLIA ci sono stati sicuramente momenti di pathos determinati dalla autentica, spontanea reazione di una vittima. Si narra di un uomo che avrebbe addirittura imbracciato un fucile contro autori e membri della produzione.
A me capiterà di vedere la straziante espressione di delusione di una vittima che pensava di essere sul punto di vivere un’esaltante esperienza erotica. Confesso di avere pensato: non sarà che hanno mentito anche con me?
Quel che è certo è che alcune candid sono talmente lontane dalia realtà e talmente poco verosimili che nessuno avrebbe mai potuto cascarci. Ma si sa, non tutte le ciambelle riescono con il buco.
Per esempio, mi capiterà di dover scrivere "su commissione" (mi viene fornito uno spunto dalla produzione) una candid assolutamente incredibile, peraltro simile a una già apparsa su SCHERZI A PARTE: protagonista, una vittima cui viene regalato un piccolo robot giocattolo non solo parlante, ma dotato di raziocinio e personalità. Escludo nella maniera più assoluta che qualcuno possa esserci cascato veramente: i robot, per fortuna, non sono ancora in grado di sostenere brillanti conversazioni e questo è noto a tutti.
Quella che propongo e viene accettata, invece, è una candid camera piuttosto audace, almeno per l'epoca, e nel contempo assolutamente credibile: una moglie mette alla prova il marito cercando di coinvolgerlo in uno… scambio di coppia con due amici attraenti e disinibiti. La candid viene girata con più coppie, ma la migliore risulta quella ai danni di un maturo sottufficiale dell’aeronautica che oltre a cadere nella trappola, accetta anche di firmare la liberatoria autorizzandoci a mandare in onda quella che normalmente sarebbe una figuraccia. Ma fortunatamente la voglia di apparire è più forte del pudore!
Il copione, che ovviamente serve da traccia e fornisce spunti all’improvvisamente di attori e complici, è studiato in modo da coinvolgere la vittima in un crescendo di desiderio e di trasgressione, sperando che la voglia di novità (e la libidine) siano più forti non solo del pudore ma anche della gelosia.
Nelle mie previsioni, la moglie dovrebbe già qualche giorno prima delle riprese introdurre il tema, mostrando segni di curiosità e di inquietudine, parlando amici che hanno superato una crisi di coppia tradendosi vicendevolmente ed evitando così la fine del loro matrimonio.
Poi, la moglie invita una coppia di amici. Non sono amici veri: abbiamo trovato molto più facile scritturare due attori che coinvolgere una vera coppia di amici. Anche perché, se già scoprire che un marito sarebbe disposto ad accettare che la propria moglie faccia l’amore con un altro pur di fare lo stesso con una sconosciuta, scoprire che il coniuge desidera sessualmente un’amica intima potrebbe costare caro (quanto meno, la fine dell’amicizia).
E così la moglie annuncia al marito l’intenzione invitare a cena un’amica (che naturalmente lui non conosce) insieme con il compagno. A questo punto, la trappola è tesa e tutto sta nell’abilità degli attori (e della moglie) ma soprattutto nell’ingenuità e nella disponibilità del marito. Inutile dire che nel corso della cena le battute a doppio senso e gli aneddoti a sfondo sessuale si sprecano, che il marito viene lasciato da solo con la bela ed giovane amica che, ovviamente, si mostra disponibile e disinibita. In più, la vittima deve effettivamente trovarsi (anche per l’età) in un momento particolare. Capita, agli uomini maturi, di accorgersi di nutrire dei desideri e delle curiosità. Non è un caso se tanti cinquantenni arrivano a lasciare la moglie per rifarsi una vita con una donna più giovane, rischiando poi, dopo qualche tempo, di pentirsi amaramente della scelta.
Insomma, il nostro sottufficiale è la vittima ideale. Infatti, quando arriva la fatidica proposta (“Facciamo uno scambio?”) la giovane e brava attrice ha annullato ogni possibilità di resistenza e la risposta non può essere che una: “Si!”. Tutto ha un prezzo, anche la virtù della propria moglie: probabilmente, se la donna avesse subito delle pesanti avance per strada, il sottufficiale avrebbe affrontato e punito il “pappagallo”. Ma di fronte alla prospettiva di una stimolante avventura, oltre tutto senza bisogno di menzogne e di segreti e senza complicazioni, la gelosia scompare e l’uomo cede la propria metà al compagno dell’altra. E quando finalmente sta per godersi l’agognato rapporto, ecco la crudele rivelazione: “Questo è un COMPLOTTO DI FAMIGLIA!”. La vittima rifiuta l’idea, e anche avendo la prova di essere ripreso dalle telecamere, si ostina a reclamare lo scambio. Sarà vero? Ci sarà caduto veramente, accecato dal desiderio di novità? Oppure la moglie ci ha traditi, rivelandogli il segreto e pregandolo, in nome dell’esibizionismo televisivo, di immedesimarsi? Tutto è possibile. Diciamo che le probabilità che l’uomo abbia veramente creduto di vivere un’audace esperienza erotica sono numerose; che redattori e attori giurano ancor oggi che era tutto vero. Io, che sono particolarmente cinico e poco credulone, continuerò a nutrire qualche dubbio. Anche perché registi e redattori, una volta arrivato il fatidico momento delle riprese, hanno fatto a gara per “spettacolarizzare” la candid. Così, invece di accontentarsi di spingere il sottufficiale verso la resa, lo hanno costretto (dando indicazioni attraverso un auricolare all’attrice) a compiere gesti improbabili: per cominciare, costringendo tutti chissà perché a mangiare inginocchiati, come in un ristorante giapponese, una cena assolutamente occidentale; e poi addirittura a fingere di essere un cane, scodinzolando, abbaiando e alzando la gamba per fingere di fare la pipì.
Chi continua a nutrire l’insana passione per la professione dell’autore, tenga sempre a mente questo monito: scrivete quel che volte, ma sappiate che ci sarà sempre chi farà “ciccia di porco” del vostro lavoro. Soggetti, trattamenti, sceneggiature, copioni di talk-show e di varietà, tutto verrà rimaneggiato e a volte distrutto. A meno che non diventiate così importanti da rendere il vostro lavoro importante almeno come le sacre scritture.
E’ quello che mi dicono accada ai copioni di Pierfrancesco Pingitore. Mi rendo conto che la cosa può apparire bizzarra, ma non lo è. C’è il titolo di una commedia di William Congreve che si adatta magnificamente a questa e a tante altre bizzarrie della vita: “Così va il mondo”. Purtroppo.

IX
“FORUM” o della realtà parallela
Dove l'autore entra in un loop dal quale non riesce a uscire e costringe alcune migliaia di persone a litigare furiosamente.

Mentre ancora scrivo candid camera per “COMPLOTTO DI FAMIGLIA”, Paolo Vasile e Vittorio Giovanelli mi offrono di diventare uno degli autori di FORUM. Ovviamente accetto, anche se ancora sogno la fiction e il programma mi appare poco adatto a uno di quegli autori che, come me, ancora si ostinano a scrivere. Il fatto è fino al 1994 non ho mai prestato attenzione a quella trasmissione in cui due persone urlano e si insultano davanti a un distinto e simpatico giudice. Non mi sono mai neanche domandato se si tratti di una trasmissione di servizio, come CHI L’HA VISTO? o se invece sia l’ennesimo caso di finzione travestita da realtà. Quel che è certo è che ogni giorno, mentre mi aggiro per il Centro Palatino, sento provenire da una stanza chiusa delle grida belluine e la cosa non mi stupisce neanche un po’. D’altra parte, essendo un autore televisivo, non mi stupirei neanche se vedessi passare un elefante parlante.
Vediamo come nasce FORUM. Nei primi anni ’80 un autore, Sandro Leoni e un produttore proveniente dalla RAI, Italo Felici, scoprono l’esistenza di un programma americano intitolato THE PEOPLE’S COURT. Si tratta del primo “american judge show”, cioè della prima trasmissione televisiva nella quale vengono discusse delle cause alla presenza di un giudice. Si tratta essenzialmente di casi che coinvolgono i rapporti tra vicini o familiari; “liti da cortile”, si potrebbero definire. Il programma va in onda dal 1981 al 1993 per 2484 puntate, poi viene interrotto e ripreso più volte. Attualmente va ancora in onda, con il giudice Marilyn Milian.
Leoni e Felici, vedendo il programma americano, pensano che un analogo meccanismo potrebbe funzionare anche in Italia. Con le debite differenze procedurali. Trattandosi di Giustizia e di Legge, non si può scherzare e tutto deve avvenire con regolarità. Perciò occorre che alla lite (cioè al dibattimento) segua una sentenza che abbia valore legale. Ora, in Italia c’è un procedimento che sembra fatto apposta per risolvere il problema: il LODO ARBITRALE. Di cosa si tratta? Secondo la corretta definizione legale, della decisione con cui “… gli arbitri, esaminati gli elementi rilevanti della controversia emersi dagli atti e dai documenti prodotti nel corso del procedimento arbitrale, accolgono o respingono le richieste formulate dalle parti in base a motivazioni di diritto oppure di equità… Le parti sono tenute ad osservare le determinazioni assunte dagli arbitri nel lodo, che, a partire dall'ultima sottoscrizione, è immediatamente vincolante… In mancanza di spontaneo adempimento, la parte interessata può richiedere al giudice statale che il lodo, tramite una procedura assai semplice e rapida, venga dichiarato esecutivo. Il lodo acquisisce così la stessa forza di una sentenza pronunciata dal Giudice.”
Insomma, Tizio litiga con Caio per un confine contestato tra due terreni, oppure per i rumori molesti prodotti dal vicino. Se fa causa a Caio, deve pagare un avvocato ma soprattutto, con la lentezza del sistema giudiziario italiano, deve aspettare anni e anni prima di avere una risposta. Se invece, d’accordo con Caio, nomina un arbitro, in quattro e quattr’otto il problema viene risolto, perché la decisione (quella che in un tribunale sarebbe la sentenza) ha valore immediato e non può essere contestata.
Su quest’idea si basa la formula originale di FORUM. Che non è THE PEOPLE’S COURT, ma un programma molto simile, dotato di caratteristiche autonome sufficienti a farne un format originale. E infatti questo format viene acquistato dalla FININVEST, che decide di inserirlo come rubrica all’interno di BUONA DOMENICA, il cui conduttore all’epoca è Maurizio Costanzo.
Per dare al programma una maggiore ufficialità, ci vuole un giudice, anche se non è necessario essere magistrati per fare gli arbitri. Bisogna trovare un vero giudice, che però sia in pensione (se fosse ancora in attività, non potrebbe fare parte di un tribunale televisivo). Il noto scenografo Giovanni Licheri convince il proprio padre, un magistrato in pensione da poco, a sottoporsi a un provino. Il giudice, che vive a Genova, viene a Roma controvoglia (è una persona molto seria e schiva, poco amante dei riflettori). Maurizio Costanzo lo vede ed esclama: “E’ lui!”. Nasce così il giudice per antonomasia, il magistrato più amato d’Italia (per mettere in discussione il suo primato ci vorrà Di Dietro all’epoca di Mani Pulite).
Nel tribunale televisivo entrano anche un’attrice elegante e pacata, Catherine Spaak, che condurrà il programma per tre edizioni, e una guardia giurata dall’aria decisa e virile, Pasquale Africano, per anni privo del diritto di parola e solo negli ultimi anni liberato e trasformato in personaggio.
E così il 22 settembre 1985, all’interno di BUONA DOMENICA va in onda la prima puntata del programma. Questa è la causa, il cui titolo è TORNA A CASA, DRACULA.
Il racconto è tratto dal libro LE SENTENZE DEL GIUDICE DI FORUM, che ho scritto nel 2000 con il giudice Licheri ed è stato pubblicato da PIEMME.

Dopo sei anni di convivenza, le incomprensioni, la noia e la stanchezza portano Aldo e Orietta alla decisione di lasciarsi prima ancora che arrivi la fatidica “crisi del settimo anno”. I due si separano civilmente, raggiungendo un accordo su tutto… o quasi. La coppia non ha figli; in compenso ha un cane, un collie di sei anni battezzato Dracula per l’anomala lunghezza dei canini. Il problema è che entrambi ne rivendicano l’affidamento: Aldo, perché Dracula è stato regalato a lui; Orietta, perché gli ha dedicato molto più tempo del suo compagno. Chi, per sei anni, ha nutrito Dracula, lo ha portato fuori la mattina e la sera, lo ha curato, accompagnato dal veterinario, coccolato? Orietta. E soprattutto, chi ha più bisogno della compagnia del collie? Sempre lei, perché non ha altre storie e vive sola, mentre Aldo ha da poco iniziato una nuova convivenza in un appartamento in città. Orietta, tra l’altro, vivendo in una villetta con giardino, offrirebbe al cane un maggiore benessere. Nel frattempo il povero collie si trova a essere sballottato da una casa all’altra: Aldo e Orietta lo ospitano a turno… ma questa è una soluzione che Dracula non sembra gradire: ogni volta che dalla casa di uno dei suoi padroni si trasferisce in quella dell’altro, perde l’appetito e mostra segni di depressione e di disorientamento. Aldo e Orietta chiedono al giudice Licheri di trovare una soluzione.

DECISIONE
In virtù dei poteri conferitimi dalle parti che, con la sottoscrizione del compromesso in arbitrato libero, hanno affidato espressamente alla mia persona la decisione della controversia, da adottarsi secondo equità;
avuto riguardo ai fatti accertati con la compiuta istruttoria;
tenuto conto in particolare del fatto che l’oggetto della causa consiste nello scioglimento della comunione su un cane che deve ritenersi di proprietà comune, per effetto del comune possesso durato sei anni;
ritenuto che il caso deve essere risolto tenendo presenti i reciproci interessi delle parti, che peraltro hanno trovato un elemento comune, consistente nel desiderio che sia tutelata anche la cosa, oggetto della contesa;
avuto riguardo al fatto che la palese parità di situazione delle parti conferisce particolare rilievo, oltre che al diverso interesse al possesso del cane, soprattutto al comune interesse che sia tutelato il bene del cane medesimo;
P.Q.M. (per questi motivi)
stabilisco che il cane di cui si tratta sia assegnato alla signora Orietta, che appare averne maggior bisogno e dispone di ambiente - casa isolata con giardino – più idoneo alle esigenze del cane medesimo. Peraltro, riconosco al signor Aldo il diritto di visitare il cane presso la sua assegnataria. Non determino alcun indennizzo a favore del signor Aldo per la perdita del possesso e della proprietà pro – quota del cane.
Così è deciso in Roma oggi, 22 settembre 1985.



Perché mi propongono di entrare a FORUM? Il programma, che è nato nel 1985, quindi è giunto alla nona edizione, è da poco diventato quotidiano. In più, la conduttrice, Rita Dalla Chiesa, che circa cinque anni prima ha preso il posto della Spaak, è stanca di presentare e commentare le liti altrui e desidera un programma giornalistico. Paolo Vasile la accontenta e decide di sperimentare l’introduzione di un talk-show. Così ogni giorno a FORUM ci sono due cause e uno o più ospiti. Gli autori, che sono due, da soli non ce la fanno. E così da un giorno all’altro mi metto al lavoro. La mattina si va in onda in diretta; il pomeriggio, si “preparano” i contendenti che la mattina successiva dovranno affrontarsi davanti al giudice. La notte (da quando ho deciso di fare l’autore televisivo ho perso l’abitudine di dormire) preparo il talk-show: leggo i libri degli ospiti (se sono scrittori) o il materiale biografico sulle loro attività (se sono medici, scienziati o “casi umani”) e preparo schede e domande per la conduttrice. E’ il mese di aprile del 1994. Finirò quest’edizione, che vincerà il telegatto. Ne farò un’altra, che vincerà un altro telegatto. Ne farò una terza (senza telegatto: negli anni a seguire il felino dorato non ci verrà mai più dato).
Poi verrà stabilito che FORUM è un programma vecchio e va chiuso. Rita Dalla Chiesa finalmente potrà avere un programma tutto per sé, senza cause e senza giudici, in un’altra fascia oraria. Al posto di FORUM andrà una trasmissione destinata (nelle intenzioni degli strateghi di CANALE 5) a fare il pieno di ascolti (si prevede 30 % di share): la striscia quotidiana di Mara Venier, che abbandona la RAI per mietere successi a MEDIASET.
Mentre questo accade e io mi preparo a cambiare trasmissione, ecco da Milano una notizia inaspettata: Vittorio Giovanelli, che nel frattempo è diventato direttore di RETEQUATTRO, ha deciso di spostare sulla sua rete quei programmi che appaiono ormai troppo vecchi per CANALE 5. E’ già successo a O.K. IL PREZZO E’ GIUSTO. Ora accade a FORUM.
E così accade una cosa incredibile: nella stagione 96-’97, FORUM va in onda su RETEQUATTRO contro la corazzata della Venier, che si intitola (ironia della sorte!) CIAO MARA. La nuova conduttrice è Paola Perego. A fare il programma, due autori: il sottoscritto e, spedita all’istante da Torino dove era tornata dopo l’era della Rossetti, la mia coautrice dei tempi d’oro Marilena Moretti.
Accade un miracolo: la corazzata della Venier cola a picco. Perché FORUM, ora privo di ospiti e di elementi estranei alle tematiche legali, ottiene ascolti sempre più alti (un sabato arriva al 28,8% di share). La Venier invece tocca quota 7% su CANALE 5.
Non credo che questo successo ci procuri simpatie: i rapporti di forza vengono totalmente stravolti. Non si è mai visto che la rete ammiraglia, che vende gli spazi pubblicitari a un prezzo proporzionale agli obiettivi di ascolto, possa perdere in modo così clamoroso contro una rete che deve fare l’8% (l’8, non il 18 né tanto meno il 28).
E così il programma della Venier viene chiuso. La stessa sorte toccherà ad Antonella Clerici e Maria Teresa Ruta, malgrado al suo si unisca Gianfranco Funari e addirittura alla regina degli ascolti, Maria De Filippi.
Finché accade l’impossibile! A contrastare FORUM viene messa… la sua storica conduttrice: proprio Rita Dalla Chiesa, il cui programma, SIGNORE MIE (un talk show voluto dal direttore di CANALE 5, che in quel momento è Maurizio Costanzo). Ma anche SIGNORE MIE soccombe alla forza della semplicità della formula di FORUM: i due contendenti che litigano non per fare spettacolo con grida e insulti, ma per arrivare alla sentenza di un autentico giudice. L’avventura di FORUM continua. Paola Perego conduce il programma per sette anni, fino al 2003, anno in cui ritorna Rita Dalla Chiesa. E il ciclo si chiude.

Ma cos’è FORUM, al di là del fatto che è la versione “italianizzata” di THE PEOPLE’S COURT? Teoricamente, dovrebbe trattarsi di un classico caso di TV UTILE o di programma di servizio, esattamente come CHI L’HA VISTO? e MI MANDA RAI TRE.
Di fatto, invece, è un PEOPLE SHOW, cioè di uno di quei programmi in cui a fare spettacolo sono le persone comuni. La “gente”, o meglio, la “gggente” con tre “g”, come si dice a Roma. Ma in quali programmi è la gente comune a fare spettacolo? Sicuramente LA CORRIDA è uno di questi: persone prese dalla strada si lasciano mettere alla gogna cantando e ballando senza avere alcun talento né tecnica. Se è così, allora anche la copia carbone de LA CORRIDA, cioè I RACCOMANDATI, è un people show.
E cosa dire di CARRAMBA CHE SORPRESA, STRANAMORE, PER TUTTA LA VITA, FESTA DI CLASSE, CHI HA INCASTRATO PETER PAN? Per me sono tutti people show. Per Fabrizio Battocchio, responsabile nuovi format di MEDIASET, sono “reality show”. Per Battocchio sono reality anche CHI L’HA VISTO? e MI MANDA RAI TRE.
Classificare i programmi non è facile: per esempio, AL POSTO TUO cos’è? Apparentemente un talk-show. Ma a ben guardarlo, è un FORUM a cui sono stati tolti la figura del giudice e la forma di dibattimento.
Secondo me, appartengono al genere people show tutti quei programmi in cui lo spettacolo è costituito dalla vita e dai comportamenti di persone comuni che vengono in studio a parlare di sé. Quindi anche UOMINI E DONNE e la prima versione di AMICI potrebbero essere considerati people show. Quando le persone comuni vengono spostate in un ambiente artificiale dove verranno sottoposti a stimoli particolari allo scopo di esasperare conflitti e comportamenti estremi, allora si ha un reality show. E’ il caso del GRANDE FRATELLO, di SURVIVORS e di WILD WILD WEST. Quando al posto della “gggente” ci sono i cosiddetti VIP (veri o finti che siano: spesso basta un flirt con un “tronista” o un calciatore per essere considerati VIP da reality), allora si ha un celebrity show.
Già. Ma FORUM non dovrebbe appartenere alla TV UTILE? In teoria, a FORUM dovrebbero partecipare quelle persone che hanno un contrasto che il codice civile può dirimere e che scelgono la scorciatoia del lodo arbitrale. Quindi, in teoria, dal 1985 a oggi FORUM dovrebbe avere risolto gratis et amore dei migliaia e migliaia di contrasti, contribuendo così a evitare l’intasamento dei tribunali.
Negli anni le cause di FORUM si evolvono in modo sempre più spettacolare e i contendenti affrontano ogni tipo di contrasto. Si discutono cause di ogni tipo: condominio, eredità, terreni, confini, contratti di locazione, compravendite, lavoro, separazioni, rapporti tra genitori e figli… Poco per volta si da sempre maggiore importanza all’aspetto umano e psicologico e nel corso dei dibattimenti i contendenti arrivano a mettersi a nudo pubblicamente. Si pronunciano parole pesanti, si rivelano aspetti nascosti e verità scomode. Nei casi più drammatici (violenza carnale, figli scambiati, contagio da malattie veneree ecc.) i contendenti sono schermati.
Dopo ogni dibattimento, i due affrontano il pubblico in studio in un talk-show in cui la tensione sale e la lite diventa collettiva, perché i “giurati” (questa è la funzione del pubblico: formare una giuria popolare) si accalorano, litigano tra loro, affrontano con veemenza i contendenti.

Ma tutto questo, cos’è? Un’autentica lite tra persone che realmente sperano nel giudizio positivo del giudice? Oppure una commedia scritta dagli autori e recitata da attori?
Rispondere non è facile. Perché FORUM è un genere televisivo. O meglio, è la madre di tutte le trasmissioni in cui due persone litigano furiosamente mettendo in piazza le proprie faccende personali e coinvolgendo nella discussione un pubblico pronto a dividersi in due opposte fazioni. I dibattimenti di FORUM non sono VERI, ma VEROSIMILI. E’ una differenza non da poco, in quanto la verità senza la mediazione dell’autore è difficilmente verosimile. E se lo è, è adatta a un programma di interviste, di confessioni intime, a un documentario, a un programma di HISTORY CHANNEL… ma non a una trasmissione che abbia le possibilità di diventare leader del daytime di una emittente generalista con un pubblico con prevalenza di telespettatori della terza età.
Chi guarda FORUM in genere non ama l’eccezionalità ma vuole riconoscersi nei contendenti. Ciò che spinge un telespettatore a “fidelizzarsi” trasformandosi in habitué è la voglia di dire: “Questo è capitato anche a me!” oppure “Poteva succedere a me…”.
D’altra parte, se per un certo numero di anni la consegna del silenzio viene rispettata, successivamente, poco per volta, la stessa direzione della FININVEST fa le prime ammissioni. E’ lo stesso Paolo Vasile, nel corso di più di una conferenza stampa, a dire che i casi di FORUM sono veri, ma non sempre a presentarsi nei panni dei contendenti sono i protagonisti dei fatti. Ma se non sono i protagonisti, allora chi sono quei due personaggi che urlano l’uno contro l’altro strabuzzando gli occhi come se l’odio debordasse e volesse farli esplodere? Controfigure, spiega Vasile. La causa (rigorosamente vera) riguarda un idraulico il cui lavoro è stato contestato da un cliente? Benissimo: mettiamo il caso che l’idraulico rifiuti di partecipare a FORUM. Ebbene, noi individuiamo un altro idraulico a cui è accaduta una storia simile (o quanto meno, a cui POTREBBE CAPITARE). Ebbene, a questo idraulico vengono fornite le coordinate del caso. Il know how professionale e l’esperienza fanno il resto: dopo qualche ora di training, l’idraulico si immedesima talmente in ciò che sarebbe potuto capitare anche a lui da indurlo a convincersi che quello che si accinge a raccontare gli sia capitato veramente. Una sorta di ipnosi da autosuggestione che trasforma la controfigura in protagonista. Questo presuppone che almeno uno dei contendenti – quello che la terminologia giuridica definisce “attore”, contrapponendolo al “convenuto”, da lui chiamato in causa – sia il vero protagonista della vicenda.
La verità dal punto di vista dell’autore, cioè di chi quotidianamente mette in piedi i dibattimenti, è un po’ diversa. Non del tutto, ma in modo sensibile.
Per cominciare, diciamo che i contendenti di FORUM non sono attori. Non sono cioè dei professionisti della finzione che, fornendo false generalità, recitano una parte. La loro bravura, la loro credibilità non nascono dalla tecnica (cioè dall’esterno), ma dall’interno.
E non si tratta neanche dell’immedesimazione prevista dal “Metodo” dell’Actor’s Studio” di Lee Strasberg. No, Stanislavskji non c’entra niente.
La precisazione è d’obbligo, innanzitutto perché più volte FORUM è stato accusato di essere un programma ad alto tasso di “taroccamento”. Un programma, cioè, nel quale dei FIGURANTI studiano a memoria un COPIONE per poi recitarlo in TV.
L’idea non è tanto balzana, se si considera che uno dei programmi che sono nati dall’imitazione di FORUM, cioè AL POSTO TUO di RAI DUE reso immortale da Alda D’Eusanio, gli attori li ha usati sul serio. Non parlo dei suoi primi anni, nei quali ogni accusa di taroccamento veniva smentita. Parlo degli ultimi, quando la conduzione venne affidata a Paola Perego, fresca di FORUM. Improvvisamente i casi di AL POSTO TUO si fanno più drammatici: vengono raccontate storie estreme, vergognose e imbarazzanti… le storie che di solito richiedono l’uso del “mascherino”. Invece i protagonisti della trasmissione raccontano tranquillamente storie di rapporti contronatura, slealtà, scorrettezze e turpitudini di ogni tipo. “Come faranno ad andare in ufficio, domani?” è il primo pensiero che viene a chi guarda la trasmissione. Poi, quando scorrono i titoli di coda, ecco svelato l’arcano: si dichiara ufficialmente che i protagonisti delle storie sono ATTORI. Attori nel senso letterale del termine: gente di spettacolo, abituata a esibirsi sul palcoscenico. Attori teatrali non troppo noti. Tant’è vero che appaiono sotto falso nome. A queste condizioni, un attore che si chiama Giovanni è disposto ad accettare di arrotondare il bilancio familiare recitando la parte dello stupratore o del marito che finge di essere eterosessuale ma la notte frequenta il mondo della prostituzione maschile: il cambio di nome e l’ufficializzazione del ruolo di attore induce molti teatranti a fornire prove da Oscar, strepitando e versando litri di lacrime. D’altra parte, è il loro mestiere. Io mi accorgo della novità quando vedo, trasfigurato da un dolore insopportabile, un volto a me noto. A gridare come un’ossessa le ragioni della sua tragedia è un’attrice che fino al mese prima, proprio a FORUM, interpretava le mitiche televendite dei materassi EMINFLEX (quelli dell’elefantino).
Possibile che la donna che per anni ha celebrato le qualità del materasso e della sottostante rete, sia la stessa che soffre ora le pene dell’inferno? Possibilissimo: prima di dedicarsi alle televendite, si è diplomata all’Accademia d’Arte Drammatica ed è sicuramente in possesso di una valida preparazione artistica.
A FORUM non seguiamo questo metodo: se anche volessimo scritturare degli attori, non ci riusciremmo, perché ai nostri contendenti viene chiesto di non alterare la propria identità e di apparire veri, come effettivamente sono. Veri, cioè persone comuni, prese dalla strada. Più comuni degli aspiranti concorrenti del GRANDE FRATELLO, che appartengono al genere degli aspiranti showman – tronisti – veline – attori – conduttori habitué dei provini.
Gli autori di AL POSTO TUO decidono di scritturare degli attori (questa è la mia opinione personale, ma non credo di sbagliare) non perché non riescano più a trovare persone disposte a litigare in televisione, ma perché ritengono che l’unico modo di alzare gli ascolti sia raccontare storie “estreme”. Lo facciamo anche noi, ma usiamo il mascherino. Che dopo un po’ stanca. E’ molto più forte, per solleticare la morbosa curiosità del pubblico, vedere il viso e l’espressione di una persona che confessa l’inconfessabile, possibilmente piangendo e strepitando. D’accordo, ma sapere che si tratta di attori non “rompe il giocattolo”? In parte sì. Ma c’è da considerare che la scritta che svela il trucco arriva solo alla fine. E poi, in fondo, basta non pensarci: il pubblico – almeno, quel pubblico – ama la morbosità.
C’è un’ultima considerazione da fa’abbiamo fatto re: oggi (2007) AL POSTO TUO non c’è più. FORUM, giunto alla sua ventiquattresima edizione, si. Un motivo ci sarà.
Questo riguarda l’uso che altri “people show” hanno fatto degli attori. Ma FORUM? Qual è il metodo adottato?
Rispondere non è semplice, anche perché a FORUM non c’è un solo autore. A me, in questo contesto letterario – didattico, ovviamente interessa solo il mio. In più – lo dico senza falsa modestia, che in questo contesto sarebbe totalmente fuorviante – ritengo che il mio metodo sia il migliore. Non in senso assoluto: non stiamo parlando di immortali opere d’arte, ma semplicemente di DARE CREDIBILITA’ e VEROSIMIGLIANZA a fatti non veri.
Partiamo dal “teorema” di Paolo Vasile e smontiamolo nei suoi elementi fondanti.
E’ VERO che i protagonisti delle cause sono scelti accuratamente, nel senso che la loro vita e le loro esperienze devono essere il più possibile vicine a quelle dei protagonisti delle storie. A occuparsi del reclutamento dei contendenti, che è un’impresa biblica dato il loro incredibile numero (parliamo di decine di migliaia di persone scelte e mandate in onda dalle telecamere di FORUM) è un’autentica maga del casting. Si tratta di una donna che da quel lontano 1985 batte la penisola a caccia di contendenti. Il suo nome merita di essere ricordato: Dina Lipari. E’ vero, a volte il suo metodo assomiglia a quello di altri colleghi (nel senso che anche lei organizza periodici provini nelle varie regioni d’Italia). Ma la sua eccezionalità nasce dal fatto che non smette mai di lavorare. Sono stato con lei su un treno. E’ arrivato un controllore, ha visto che non avevo obliterato il biglietto e mi ha multato. Un mese dopo era a FORUM, a litigare furiosamente con un altro passeggero. Ogni volta che ho preso un taxi con lei, l’autista è stato scritturato (non a caso abbiamo discusso molte cause tra clienti e tassisti). Lo stesso è avvenuto in ogni ristorante, bar, ufficio postale, mercato rionale, farmacia, panetteria, giardino pubblico, chiesa. Dina non si è fermata neanche davanti ai “clochard” o ai rom, notoriamente un po’ difficili e schivi. Abbiamo avuto decine di barboni e di zingari di ogni nazionalità.
Perché? Essenzialmente per due motivi: per cominciare, la retribuzione. Chi va in TV, esclusi gli scrittori che presentano il loro ultimo libro e gli attori e i registi che promuovo il loro ultimo film (o i nuovi comici che sperano di farsi notare, come è avvenuto per anni al “Maurizio Costanzo Show”) normalmente viene retribuito. E’ normale: anche raccontando una storia si contribusce a un processo produttivo che genera profitto. E a FORUM, il processo produttivo ha come protagonisti proprio loro, le persone comuni che raccontano le proprie storie.
Ma il denaro (che non è molto: si tratta di un giusto rimborso spese, adeguato allo sforzo) non è l’unica motivazione: partecipare a FORUM per molti rappresenta una scommessa con se stessi, la possibilità di mettersi alla prova. Alcuni si presentano la mattina della diretta con sicumera e arroganza; di solito sono quelli che fanno scena muta e vengono rimandati indietro dopo essere stati sostituiti da una coppia di riserva, sempre pronta per ogni emergenza. Oppure riescono ingannarci e vanno in onda, bloccandosi, sudando, tossendo, confondendosi e dicendo ogni sorta di fesseria. Ma per male che vada un dibattimento, in tutti questi anni non c’è mai stato un caso in cui alla fine il giudice non abbia avuto le informazioni necessarie per deliberare.
Ma i contendenti che “vanno nel pallone” sono una sparuta minoranza: sono infinitamente più numerosi quelli che invece riescono a immedesimarsi e a creare pathos. A volte i dibattimenti sono solo dignitosi, a volte invece si innesca quella particolare magia che porta due persone assolutamente normali, non spinte realmente dalla necessità di ottenere giustizia, a commuoversi, infuriarsi, piangere, soffrire… e a non volersene più andare via.
“Noooo!!!! Devo ancora dire delle cose…” è la frase che molti contendenti dal volto paonazzo, chiaramente in uno stato di alterazione, pronunciano supplicandoci di lasciarli ancora parlare… ma il tempo è tiranno: a un certo punto, dopo che i due rivali si sono affrontati nel corso del dibattimento e dopo che hanno subito il fuoco di fila delle domande e dei commenti del pubblico (i nostri “giurati” nonché “opinionisti”), la campanella suona e annuncia l’ingresso del giudice, cui segue la sentenza. E si ricomincia da capo, con altri due contendenti, un’altra causa e una nuova sentenza.
Ma cosa determina questa speciale alchimia che rende FORUM un programma speciale?
Per cominciare, vediamo gli ingredienti. I contendenti, come abbiamo detto, sono persone normali che NON hanno vissuto la storia che racconteranno durante la puntata. Come vengono selezionate e scelte proprio per la storia che dovranno fare rivivere?
La prima fase è costituita dai provini. Chi si candida al ruolo di contendente, risponde a un fuoco di fila di domande sul lavoro, sulla famiglia e sulla vita privata in generale. Spesso gli aspiranti si presentano in coppia o addirittura con tutta la famiglia. Emergono così i primi dati utili: il signor X è romano e ha 40 anni e fa il muratore; ha la partita IVA e ristruttura appartamenti; il suo reddito è di circa 3000 euro al mese. Sua moglie, che si presenta anche lei al provino, è una casalinga di 37 anni che non ha mai lavorato per via della gelosia e della mentalità tradizionale di lui. Hanno due figli, di quattordici e dieci anni. Tempo fa hanno superato felicemente la classica “crisi del settimo anno”. Entrambi amano il ballo, ma per via dei figli la moglie ha smesso e X si è dovuto adattare. X, essendo un tifoso della Roma, quando c’è una partita va allo stadio con gli amici.
Un quadro abbastanza normale: una coppia come tante altre, non particolarmente felice né infelice. Ma soprattutto, una coppia che non ha alcuna intenzione di separarsi. L’ideale per interpretare magistralmente la parte di una coppia che ha deciso di SEPARARSI CONSENSUALMENTE ma non trova un accordo sull’affidamento dei figli.
Come si trasforma una coppia felice ma non troppo in una coppia in crisi? Semplice: innanzitutto basta proporglielo. A Dina Lipari vengono fornite le “sinossi” della cause. Cos’è una sinossi? Il riassunto della storia che verrà proposta ai due contendenti. I fatti. E soprattutto, il cosiddetto “quid giuridico”, cioè la richiesta sulla quale il giudice dovrà deliberare. Per farlo, ha bisogno di avere dei fatti certi. Se il marito dice: “Mia moglie mi ha tradito!” e lei sostiene che questo non è vero, come può il giudice tenere presente questo elemento? Ma se il marito dice che per lavoro è costretto a trasferirsi in un’altra città e la moglie rifiuta di seguirlo e per questo entrambi chiedono l’affidamento dei figli, allora il giudice ha tutti gli elementi per decidere. Decidere in base all’interesse dei figli, più che a quello dei genitori.
A questo punto, Dina Lipari, che sa che tra quindici giorni si dovrà discutere la causa che ho appena raccontato, sfoglia il suo sterminato catalogo di futuri contendenti. L’occhio allenato le cade subito sulla scheda di X e Y. Telefona e propone loro la causa. Ovviamente, essendo una donna astuta e avendo poco tempo, fa di tutto per rassicurarli e convincerli che non c’è niente di male a recitare la parte di una coppia in crisi. Tanto, è ovvio che parenti e amici intimi verranno avvertiti e non si spaventeranno. Certo, resta l’ambiente di lavoro, il barman, il panettiere, i vicini, la cassiera del supermercato, gli insegnanti dei figli… ma in fondo, che male c’è? Se qualcuno di loro vedrà quella puntata di FORUM e farà domande, allora saranno in grado di spiegare l’arcano.
Ed ecco allora i coniugi X e Y presentarsi una mattina agli studi di FORUM. Qui li accolgo io (ovviamente se si tratta di una causa affidata a me). Inizia così una vera e propria seduta di analisi. Di solito tra i contendenti e me si crea un’atmosfera confidenziale, di complicità. Il fatto è che io ho avuto una vita ricca di… episodi spiacevoli. Separazioni, divorzi, liti per gli alimenti, contrasti con padroni di casa… inoltre ho subito truffe e torti di ogni tipo. E’ difficile che non riesca a immedesimarmi nel problema di cui parleremo.
A questo punto, stabilita una confidenza e un’atmosfera costruttiva, racconto per sommi capi il tema della causa. Ma subito dopo, messo in chiaro che parleremo della loro separazione, li faccio parlare, parlare e parlare. Ed emergono così tanti particolari intimi della loro vita, particolari che nell’atmosfera asettica e frettolosa dei provini non possono emergere. Vengono fuori i contrasti, le crisi, la relazione che Y sospetta che X abbia avuto con una ragazza straniera; vengono fuori i problemi reali, l’incompatibilità di carattere, il rancore per una vita che non è come l’avrebbero voluta. Viene fuori la fine della passione e dell’intimità. Per non parlare dei contrasti sull’educazione dei figli, sui loro studi, sul futuro. E poi, il problema della suocera: la madre di lei, che negli ultimi anni, essendo rimasta vedova, è andata a vivere con loro. Sono tutti particolari reali. Si inquadrano nella storia e nel “quid giuridico”? Secondo me, si. E se non si adattano, faccio in modo che si adattino cambiando dettagli e modificando le richieste.
Della storia originaria resta il contrasto sull’ammontare dell’assegno di mantenimento. Buona parte del resto è la pura verità. Questa è la formula che rende le cause di FORUM non solo VEROSIMILI (questo è l’obiettivo) ma anche VERE. X e Y non si separeranno, in realtà, ma vivranno le liti che il giorno in cui DOVESSERO DECIDERE di farlo si scateneranno. E’ un viaggio nel futuro, o forse solo in una dimensione parallela nella quale X e Y si lasciano. E’ una delle dimensioni parallele in cui forse tutti noi viviamo. In fondo, basta un piccolo evento e la nostra vita può cambiare radicalmente.
A FORUM questo avviene tutti i giorni.
Già.. ma… le storie? Da dove vengono? Che importanza ha? Alcune sono storie vere, fornite da persone che ci scrivono per chiedere aiuto ma non sono disposte a mostrarsi in TV. Perché questa è la realtà: migliaia di persone sarebbero pronte ad affidare al giudice di FORUM la soluzione dei propri problemi, se lui avesse il potere di convocare la controparte e obbligarla a mettersi in discussione. Ma questo non avviene mai, perché il giudice non ha questo potere: chi ha qualcosa da perdere, certo non mette a rischio la propria posizione affidandola a un giudizio televisivo. Diverso il discorso di chi scrive, spesso mosso dalla disperazione, per avere un parere su un caso di ingiustizia. Queste domande, che arrivano per posta, via fax o mail, sono tutte rigorosamente vere. E a parte di queste il giudice, quando è stato possibile, ha risposto in una apposita rubrica.
Altre storie vengono invece ispirate dalla cronaca, specialmente da quella locale. Infine, esiste una squadra di consulenti che cerca nella storia, nella cronaca o anche semplicemente partendo da un articolo di legge, spunti per quesiti che successivamente “decorano” con elementi narrativi.
Il risultato finale è un prodotto composito: una parte è determinata dalla storia o meglio, dal quesito giuridico; una parte dalla creatività degli autori intesi come sceneggiatori; e una parte, quella alla quale tengo di più e che secondo me è l’autentica origine della credibilità e della verosimiglianza dei dibattimenti, nasce dall’opera di MAIEUTICA praticata sui contendenti. Ma la maieutica non nasce da sola. Perché possa innescarsi un processo creativo che induce una persona normale, che sta solo partecipando a un programma di intrattenimento (per quanto utile possa essere, di questo si tratta) occorre EMPATIA, cioè
“la capacità di immedesimarsi in un'altra persona, di calarsi nei suoi pensieri e stati d'animo”. Tra autore e contendente deve nascere un’alchimia che determini un codice comune, un canale privilegiato di comunicazione e di scambio. Tutto questo crea un rapporto di fiducia totale, senza il quale tutto rimane freddo e il racconto diventa una recita. Una recita che può anche essere divertente, perché di persone comuni dotate di un certo talento teatrale ce ne sono molti. Non è difficile incontrare persine in grado di dire, strepitando e ululando, qualsiasi castroneria. Ma non è questo quello che cerco quotidianamente: questo è il circo, la clownerie, la mistificazione della TV. E’ la fiera delle false emozioni. Io invece con le emozioni ci lavoro. Non dimentico che sono entrato alla LINK CAMPUS, la filiazione italiana dell’università di Malta, collaborando al Dipartimento di Sociologia delle Emozioni, diretto da un’amica, Raffaella Albanese, che è stata tra le prime in Italia a interessarsi di Daniel Goleman e dei suoi studi sull’intelligenza emotiva.



Da questo emerge un fatto certo: FORUM non è un programma scritto, anche se ha dei veri e propri COPIONI. Il copione di una causa di FORUM consiste in realtà nella scaletta, nella griglia degli argomenti concordati, messa in forma di botta e risposta. Sono tra le cinque e le dieci pagine che forniscono ai contendenti i punti fermi, la materia su cui discutere.
Chi pretende di comportarsi da sceneggiatore di fiction SBAGLIA. Lo si vede immediatamente, quando accade, dal tono innaturale dei contendenti e dal loro “strabismo”. E’ uno strabismo indotto da un eccessivo numero di cartelli che i contendenti devono guardare mentre litigano in diretta. Perché a volte un cartello con una cifra o una parola chiave è necessario. Ma se invece di un dettaglio indispensabile per prendere l’abbrivio il contendente deve leggere delle battute, allora il risultato non potrà che essere pessimo.

A voler dire tutta la verità, però, anche FORUM contiene parti scritte. Si tratta di segmenti dichiaratamente scritti, cioè sceneggiati come fiction. Sono le cosiddette cause esterne. All’inizio, nel 1994, l’innovazione introdotta è stata semplicemente l’uscita dallo studio.
A litigare sono due velisti? E allora, perché farli venire in studio e non mandargli un’inviata e una troupe per vedere in quale contesto si sono svolti i fatti? Questa prima innovazione è stata affidata a Chiara Sani, che per dodici anni ha girato l’Italia interrogando contadini e massaie.
Dopo qualche mese, abbiamo introdotto un’altra novità: la RICOSTRUZIONE. Invece di interrogare semplicemente i contendenti in loco, questo format, che ho curato personalmente per ben tredici anni, li abbiamo utilizzati come attori, come protagonisti di piccoli telefilm… di corti o, forse, di DOCUFICTION, come si dice oggi.
Nel ruolo di inviati e spesso di coprotagonisti delle minifiction si sono alternati RICCARDO ROSSI, CORRADO TEDESCHI, GINO COGLIANDRO (ex-Trettrè), e le copie PASQUALE AFRICANO e MARCO SENISE e MARCO SENISE – FABRIZIO BRACCONERI.
Il genere è totalmente diverso: le ricostruzioni non hanno mai avuto pretesa di autenticità ma hanno introdotto l’elemento spettacolare in un programma che si riteneva stesse invecchiando. Vediamo come.

RICOSTRUZIONE: BABE IL MAIALINO PARLANTE
sceneggiatura di Maurizio Gianotti

CONTENDENTI:

A: la nipote di Luigi

B: LUIGI: contadino

C: PIGGY: porcellino

LOCATION: fattoria di B e fattoria di A
MUSICA: “Siam tre piccoli porcellin” - “Piggies” dal doppio L.P. bianco dei Beatles - La “Patetica” di Tchaikovsky - “Nella vecchia fattoria” - “Dove non so”, il “Tema di Lara” del Dottor Zivago cantata nella versione italiana.

INIZIO: SCENE DI VITA SUINA (VARI PORCELLINI CHE CAMMINANO E GIOCANO) - MUSICA: “PIGGIES”. ENTRA IN CAMPO RICCARDO, VESTITO DA CONTADINO; ALL’INIZIO VENGONO RIPRESE SOLTANTO LE SUE GAMBE; RICCARDO HA UN BASTONE, CON IL QUALE DIRIGE I MAIALINI A TEMPO DI MUSICA...

RICCARDO (in campo, indicando i porcellini): Tempi duri, per i troppo buoni. Ovviamente non mi riferisco alle qualità morali di questi simpatici animali, ma al loro tragico destino. Ahimé, c’è un periodo dell’anno in cui nelle campagne si usa “mettere il porco all’ingrasso”... dopo dodici mesi di pranzi luculliani, la povera bestiola viene sacrificata e trasformata in salsicce, braciole, costine, prosciutti, salami, culatelli, sanguinacci e chi più ne ha più ne metta. Questa è la storia di Piggy, destinato fin dalla più tenera età al barbaro rito.

STACCO: LUIGI, VESTITO DA CONTADINO, CAMMINA PER LA CAMPAGNA.
MUSICA: “NELLA VECCHIA FATTORIA”

RICCARDO (con Piggy in braccio): Luigi, un contadino di Poli, ha deciso di acquistare un porcellino: mentre si dirige verso la cascina di un suo conoscente, noto per il suo piccolo allevamento di suini, pregusta gli squisiti salumi che di qui a pochi mesi potrà assaggiare.

LUIGI ARRIVA DA RICCARDO; BREVE TRATTATIVA, POI L’UOMO ACQUISTA PIGGY, DA’ A RICCARDO DELLE BANCONOTE, PRENDE IN BRACCIO IL MAIALE E SE NE VA.
STACCO - NEL PORCILE, RICCARDO CON UN PROSCIUTTO O UN SALAME IN MANO.

RICCARDO (con aria commossa): Non posso pensare che dentro questo salame si nascondono dei piccoli e simpatici quadrupedi... ma si sa, questa è la vita!
Piggy, comunque, si ambienta subito: il condominio è comodo e ben frequentato.

STACCO: SCENE DI VITA DI PIGGY CON CANI, GATTI E ALTRI ANIMALI (QUELLI DISPONIBILI)

RICCARDO (accanto a Piggy): Piggy apprezza in modo particolare le attenzioni di Luigi: il suo padrone, infatti, si mostra sempre tanto premuroso...

ARRIVA LUIGI E OFFRE A PIGGY DEL CIBO.

LUIGI (con espressione sinistra e famelica): Mangia, mangia, porcellino, che ti faccio un bel festino...
PIGGY (doppiato): Che bello avere un padrone così... non solo è un ottimo cuoco - come fa le ghiande lui non le fa nessuno - ma pensa pure ai divertimenti: chissà che bella festa mi vuole fare...
RICCARDO (con aria triste): Povero Piggy, chi avrà mai il coraggio di dirgli la verità sulla festa che gli sta preparando il suo padrone? Io no... c’è però chi si prende questo al di pancia...
STACCO: PIGGY ACCANTO A UN ALTRO ANIMALE (VEDERE SE C’E’ UN CANE, UN GATTO, UN POLLO O ALTRO).

ANIMALE: Ehi, piccolo... vuoi sapere che tipo di festa ti sta preparando il tuo padrone?
PIGGY: Compleanno? Onomastico?
ANIMALE: Te lo dico in un orecchio... pssst pssst...
PIGGY: Ahhhhh... aiuto!!! Nooo!

PIGGY FUGGE (riprendere alcune fasi della fuga, finché non lo vediamo in campagna). MUSICA: “DOVE NON SO”

RICCARDO: Il povero Piggy, terrorizzato dall’idea di finire arrosto con una mela in bocca, scappa e si dà alla macchia. Dopo una lunga peregrinazione, incontra X, una simpatica contadina...

SCENA: X INCONTRA PIGGY E LO PRENDE IN BRACCIO.

X: Ma che bel porcellino... carino... e come trema... cosa ti è successo, piccolo? Che strano: è la prima volta che vedo un maiale selvatico da queste parti...
PIGGY: Che carina! Come vorrei che fosse la mia mamma...

STACCO: RICCARDO MOSTRA LA NUOVA “CASA” DI PIGGY.

RICCARDO: E così Piggy ha trovato una casa e una famiglia... almeno così sembra...

SCENA: VARIE SCENE IN CUI LA CONTADINA COCCOLA PIGGY...

RICCARDO (in campo nella cucina di X): Ma un brutto giorno Piggy ha una pessima idea: andare a fare una visitina alla sua madre adottiva... il povero porcellino la sorprende mentre è a colloquio con un suo zio....
X: Allora, lo facciamo arrosto con le mele?
RICCARDO (vestito da contadino): Io preferirei un ripieno di castagne...
X: Quando lo ammazziamo?
RICCARDO: Ancora un paio di mesi, poi... zac!
X: Un po’ mi dispiace... mi ci ero quasi affezionata...

STACCO SU PIGGY:

PIGGY: Ma di chi parlano?

STACCO SU X:

X: Povero porcellino... d’altronde, a che servono i maiali se non a questo?

STACCO SU PIGGY:

PIGGY: Nooooooooooo!!!

MUSICA: “PATETICA” DI TCHAIKOVSKY - FUGA DI PIGGY

RICCARDO (in campo, nella tenuta di Luigi): Arrivato a questo punto, cosa fa il nostro porcellino? Si arrende e decide di costituirsi... consegnandosi nelle mani del suo vero padrone, Luigi. Se proprio deve morire, che almeno l’esecuzione avvenga in patrio suolo!

ARRIVO PIGGY: TUTTI GLI ALTRI ANIMALI LO ACCOLGONO CON UN “OHHHHHH” SCONSOLATO IN CORO.

STACCO: MUSICA: “PIGGIES”
PIGGY E’ DI NUOVO NELLA FATTORIA DI LUIGI; IL CONTADINO LO NUTRE. ACCANTO A LUI, NEI PANNI DELL’AIUTANTE, C’E’ RICCARDO.

RICCARDO: Insomma, tutto riprende come prima e il povero Piggy, ormai rassegnato, attende il giorno dell’esecuzione... finché un giorno...

ARRIVA X, VEDE LUIGI E PIGGY E AFFRONTA IL CONTADINO.
PIGGY, COME LA VEDE, URLA E SCAPPA.

X: Luigi, cosa fai? Questo è il mio maiale...
LUIGI: Sei pazza? E’ il mio...
X: Non dire fesserie: un mese fa è scappato dalla mia fattoria.
LUIGI: No: quattro mesi fa è scappato dalla mia.
X: Allora, forse quando l’ho trovato era scappato dalla tua. Però io l’ho nutrito per tre mesi...
LUIGI: Embé???

RICCARDO (in campo): E fu così che il “caso Piggy” finisce a FORUM.

STACCO - DIBATTIMENTO

X: Chiedo la metà del porco: per ingrassarlo al punto giusto ci vuole un anno... io ho provveduto al suo mantenimento, con mangimi di prima qualità per tre mesi...
quindi ho provveduto a un terzo del suo mantenimento... voglio un terzo del porco... almeno un cosciotto e qualche braciola...

LUIGI: Non ti do neanche un’unghia di questo maiale... ringrazia piuttosto che non ti chiedo i danni. Pensandoci bene, non potevi non sapere che il maialino era mio...
l’ho cercato dappertutto e ho sparso la voce...
X: A me non hai mai parlato di porci smarriti, quindi ero in buona fede.
Oltretutto trovandolo l’ho salvato e ti ho permesso di recuperarlo... se capitava nelle mani di qualcun altro, a quest’ora poteva già essere stato mangiato...
LUIGI: L’ho recuperato per puro caso, perché è tornato da solo... altrimenti a quest’ora a casa tua ci sarebbero le salsicce appese...
E poi, se è scappato, vuol dire che da te non si trovava tanto bene.
X: Che vuol dire? E’ scappato anche da casa tua, quindi non si trovava bene neanche con te.
LUIGI: Come mai è tornato, allora?
RICHIESTE FINALI:
X: Avendo contribuito a ingrassarlo per tre mesi, voglio un terzo del porco, una volta che Luigi lo avrà scannato.
LUIGI: No: il tuo interessamento è stato peloso: secondo me hai finto di non sapere che il porco era mio sperando di farmi fesso.

CONCLUSIONI RICCARDO:

Dice il proverbio: “I porci allegri stanno, ma duran solo un anno!”
Giudice Santi Licheri, a chi lo diamo alla fine dell’anno questo porco... che tra l’altro non mi sembra molto allegro...

SI SENTE GRUGNIRE.
RICCARDO (guardando verso il basso): Chi è? Che c'è? Ah, sei tu...

PRENDE IL PORCO, LO METTE VICINO ALL’ORECCHIO E DICE:
C’è un’appendice, signor giudice: il condannato non osa chiederle... se a FORUM in qualche caso è prevista la grazia.

Questa invece è la prima puntata di una sitcom. LA FAMIGLIA DE LITIS, che ho ideato e inserito in FORUM DI SERA, programma di prima time in cui le cause erano più spettacolari e in qualche edizione avevano contendenti vip. A questo primo episodio ha partecipato l’attrice e cantante Luciana Turina.




“LA FAMIGLIA DE LITIS”

1a puntata: “Lingua di suocera”

PERSONAGGI E INTERPRETI:

GINO COGLIANDRO: Gino De Litis, il marito
MIRTA PEPE: Mirta Bisticcioni in De Litis, sua moglie
LUCIANNA DE FALCO: Nunzia, la colf

LUCIANA TURINA: Brunilde Bisticcioni, madre di Mirta De Litis

SCENOGRAFIA: salotto con poltrona e televisione + angolo con tavolo apparecchiato per la colazione - occorre una tenda rossa da staccare

EFFETTI SPECIALI: lampo e tuono (all’apparire della suocera)

EFFETTI AUDIO: ululati di numerosi cani – colpi di mattarello sulla testa di Gino – “crash” ripetuto – grida di folla alla corrida (“Olé…”) –

Audio telenovela con musica adatta e audio di una partita del NAPOLI + l’inizio di un (finto) corso di aerobica con musica (“Touch”)

FABBISOGNO: UNA ENORME VALIGIA – TOVAGLIA, TOVAGLIOLI + TUTTO L’OCCORRENTE PER LA COLAZIONE PER TRE PERSONE + SCIARPA DEL NAPOLI, TROMBE E ALTRI OGGETTI DA TIFOSO

QUADRO 1: salotto, interno sera

Gino, in poltrona, legge il giornale. Nunzia attraversa più volte la scena cantando e ballando; Gino sbuffa. Al secondo passaggio, Nunzia scompare in cucina e Gino dice tra se e sé:

GINO: Ahhh… volevo una colf, e mi ritrovo NATALIA ESTRADA… qui, tra un ballo e l’altro, non si mangia mai…
MIRTA (apre la porta ed entra): Amore, sei già tornato dall’ufficio?
GINO: Non mi chiami “amore” dal giorno delle nozze… non devi mica dirmi qualcosa?
MIRTA (solenne): Gino… ci sono persone che non hanno un tetto sotto cui ripararsi dalla pioggia e dalle intemperie… noi abbiamo una bella casa… il cibo non ci manca… insomma, siamo dei privilegiati… non pensi che sia giunta l’ora di dividere il nostro benessere con chi è meno fortunato di noi?
GINO (commuovendosi): Come sei sensibile… d’accordo… voglio diventare buono anch’io… e chi sarebbe questa persona bisognosa? Un mendicante? Un barbone?
MIRTA: No: è… è… è… MIA MADRE!
GINO: NOOOO!!!! L’abominevole… BRUNILDE BISTICCIONI!

TUONO

NUNZIA (entrando): Un fulmine a ciel sereno annuncia il temporale! Bisogna chiudere le finestre(esce)
MIRTA: Questo vuol dire che pensi di lasciare che la mia mammina dorma sotto un ponte, preda del primo malintenzionato che passa? Con tutte le molestie che si leggono sui giornali?
GINO: Chi potrebbe essere così masochista da molestare tua madre?
MIRTA: Gino, fallo per amor mio… lascia che mammina venga a stare qui… NON HA NESSUNO AL MONDO, A PARTE NOI!!!
GINO: E dove vorresti metterla? Non abbiamo mica una stanza degli ospiti…
MIRTA: Beh, potresti… liberare il tuo studio…
GINO: No, lo studio no!!! Ci stanno tutti i miei cimeli: i pantaloncini di Careca, la maglia di Juliano, le scarpe di Altafini… le stringhe di Giordano… e soprattutto, l’altarino di Maradona… (canta l’inno del Napoli)… no, lo studio, no… perché non le dici di andare in un bel pensionato per anziani?
MIRTA: BRUTO!!!! La mia mammina all’ospizio dei poveri vecchi…
GINO: Ma no, ci sono dei pensionati lussuosissimi…
MIRTA: Già, ma sono anche molto cari! E la povera mamma (piange) vive della sua misera pensioncina… sniff… INOLTRE, SAI BENE CHE TOCCHEREBBE A TE PAGARE LA RETTA!!!
GINO: AHHH!!! Ho capito, non ho scelta… va bene, chiama la mamma e dille che POI, con calma, con molta calma, può venire qui… finché non trova un’altra sistemazione.
MIRTA: Glielo dico subito! MAMMINA!!!!

La porta d’ingresso si spalanca e la suocera, con una enorme valigia in mano, entra in campo.

BRUNILDE: ECCOMI!

Lampo e tuono. Gino grida e si copre gli occhi, come paralizzato. Entra Nunzia e vede Brunilde.

NUNZIA (vedendo Brunilde): Altro che temporale: qui è arrivato l’URAGANO!!! Scappa in cucina.

MIRTA: Su, Gino, dai un bacetto a mammina… sai, mamma, Gino vuole che tu ti trasferisca da noi… vero, caro?
GINO (avvicinandosi a Brunilde): Veramente, io…
BRUNILDE (agguantandolo e stritolandolo in un abbraccio quasi mortale): Vieni qui, genero mio! Non pensavo che sotto questa corazza di lardo battesse un cuore…
GINO (scostandosi): Senti chi parla…
BRUNILDE: Che cosa vorresti dire?
MIRTA (intervenendo per evitare guai): Su, adesso basta con le cerimonie… Gino, aiuta mammà a sistemarsi…
BRUNILDE (tirando a Gino la valigia): Porta subito la valigia nei miei alloggiamenti…

Gino afferra la valigia; il peso lo schiaccia e lo fa crollare.

GINO: Ma cosa c’è qui dentro? Piombo?
BRUNILDE: Semplicemente, una parte del mio guardaroba… i bauli arrivano domani… su, forza, pappamolla: comincio a sentire un certo appetito…
GINO (sgomento): Bauli? QUANTI BAULI?
NUNZIA (entrando): E’ quasi pronto… posso apparecchiare?
GINO (tenta di posare la valigia): Brava, Nunzia… se vuoi ti aiuto io… questa la porto dopo…
BRUNILDE E MIRTA (all’unisono e col dito punto): PORTA IMMEDIATAMENTE SU QUELLA VALIGIA!
BRUNILDE (a Mirta, con dolcezza): Adesso ti riconosco, figlia mia!
GINO (sollevando la valigia): Non vedo l’ora che questa giornata finisca… chissà, a volte… LA NOTTE PORTA CONSIGLIO…

CARTELLO: IL MATTINO DOPO…

SECONDO QUADRO: sala da pranzo, interno giorno – Gino e
Mirta in vestaglia, seduti a tavola – Nunzia serve la colazione. Gino ha il viso coperto dal giornale. Gino mugola e grugnisce.
N.B.: per dare a Gino, Mirta e Brunilde il tempo di cambiarsi, viene inquadrata Nunzia, che si lamenta.

NUNZIA: Tutta la notte a sentire i suoi mugolii… e quando finalmente ha smesso … s’è messo a russare come un cinghiale… la notte in bianco, m’ha fatto passare… e ha il coraggio di pretendere la colazione!!!!
VOCE GINO: Nunzia, è pronto il caffè?
MIRTA (a Gino): Hai finito di borbottare? Tutta la notte, mi hai tenuta sveglia… si può sapere cosa hai sognato?
GINO (mostrando il viso per un attimo): Tua madre!

Entra in silenzio Brunilde e si siede proprio davanti a Gino.

GINO: … era in camera nostra, e mi fissava con i suoi occhi porcini… mi sembra di vederla, mentre avvicina quell’orrida bocca al mio orecchio e inizia a sibilare… il suo alito caldo mi soffoca… quindi allunga verso il mio viso la sua manona sudaticcia, con quelle dita grassocce e quelle unghiacce che sembrano gli artigli di un’arpia… io mi sento soffocare, cerco di gridare ma non esce la voce…io mi sforzo, mi sforzo, poi finalmente la voce mi esce, e allora grido… (Brunilde strappa il giornale e Gino la vede)… ahhh… BRUNILDE BISTICCIONI!!!

Tuono e lampo.

GINO: ’ngiorno, mammà: tazzulella ’e cafè?’
BRUNILDE: Da te non voglio niente, cialtrone! E adesso preparati: è giunto il momento di riacquistare la forma perduta…
GINO: Brava, mamma… sono contento che tu abbia deciso di metterti a dieta!
BRUNILDE: Cosa? Perdere peso, io? Sei tu che devi dimagrire: non voglio che mia figlia sia costretta a dormire con un tricheco! E adesso, in piedi…

Lo prende per un orecchio e lo porta in salotto, quindi accende la televisione.

AUDIO TV: Benvenuti al nostro appuntamento quotidiano con l’aerobica… e uno, e due…

Musichetta; Brunilde costringe Gino a fare vari esercizi ESAGERATAMENTE ATLETICI E FATICOSI, FACENDOGLI VEDERE COME SI FA. MIRTA SI UNISCE A SUA MADRE E LA IMITA.

MIRTA: Brava, mammina… e un due tre quatt-cinq…

Mentre Gino fa gli esercizi, entra Nunzia: Brunilde la blocca.

BRUNILDE: Nunzia!!! Che cosa hai pensato di preparare per pranzo?
NUNZIA: Il signore ha ordinato: spaghetti al ragù, rognoncini fritti alla bella Napoli, coratella con mozzarella di bufala, salsicce di cinghiale, capitone e baccalà…
BRUNILDE: Tutto cancellato! Oggi brodo vegetale, cicorione bollito, sogliola al vapore con limone senza olio né sale… e per finire…
NUNZIA: Il signore voleva ’nu babà…
BRUNILDE: Ma quale babà… prugne cotte, questo ci vuole per stimolare le funzioni dell’organismo… in quanto a te, SPOLVERA SUBITO I MOBILI!!! Avanti, march… uno, due… uno, due… PIU’ VELOCI…

BRUNILDE INCITA A TURNO SIA NUNZIA CHE GINO, PASSANDO DALL’UNO ALL’ALTRO E FACENDOLI MUOVERE FRENETICAMENTE. I DUE SONO ALLO STREMO DELLE FORZE…

CARTELLO: DOMENICA POMERIGGIO, INFINITE SOFFERENZE DOPO…
TERZO QUADRO: salotto, interno giorno. Gino davanti al televisore con birre, patatine, pop-corn, sciarpa, cappello e bandiera del Napoli, tromba da tifoso; si siede.

GINO: Una settimana come questa non la auguro neanche al mio peggior nemico… meno male che c’è il sistema di dimenticare tutti i dispiaceri: ci sta la partita del Napoli…

La partita inizia e Gino la segue facendo un tifo rumoroso: tra l’altro canta l’inno della squadra. Arriva Brunilde, si siede, afferra il telecomando e cambia canale. Parte la telenovela.

GINO: Buongiorno, mammà… saresti così gentile da restituirmi il telecomando? Se non ti dispiace, starei seguendo il posticipo di coppa… sai, gioca il Napoli…
BRUNILDE: Non dire fesserie: il Napoli è già stato eliminato.
GINO: AHHHH! Nella mia sit-com, il Napoli non perde mai!!!! Ce l’ho nel contratto… (afferra il telecomando, mette la partita e canta l’inno del Napoli)
BRUNILDE (strappandogli il telecomando e cambiando canale): Neanche per sogno! Voglio guardare “Pedrita de mi vita”, la mia telenovela preferita…
GINO (buttandosi in ginocchio): Mammà, ti prego, non farmi questo: toglimi tutto, ma non il Napoli… non ti basta che è finito in serie B?
BRUNILDE (alterandosi): Se i tifosi sono tutti come te, è il minimo che poteva capitare. Ho detto di no: si guarda la telenovela!!!!!
GINO (alzandosi): Adesso basta: è ora di finirla. Hai mai sentito parlare di Spartacus? Mammà, gli schiavi si ribellano… MORTE ALLE SUOCERE!!!
BRUNILDE: Adesso ti concio per le feste…

Brunilde tira fuori il mattarello…

GINO: No, il mattarello no!!

Brunilde lo insegue dandogli dei colpi di mattarello sulla testa (a ogni colpo corrisponde un rumore e un urlo di Gino – POI GINO, STREMATO E STORDITO, SI METTE IN GINOCCHIO E CHIEDE PIETA’.

BRUNILDE: Nessuna pietà, mascalzone…

Brunilde prende la rincorsa e parte roteando il mattarello – Gino si scosta, apre la porta e la donna esce fuori di corsa… rumore di vetri infranti - entrano Mirta e Nunzia.

NUNZIA (guardando fuori scena): Uh, povera signora…
MIRTA (a Gino): Assassino: che cosa hai fatto alla mia mamma?
GINO (a Mirta): ZITTA, TU! Ha avuto soltanto quello che si merita.
E adesso stammi bene a sentire, donna: in questa casa comando io, e io ho deciso che quell’arpia qui dentro non metterà più piede. E adesso, guai a chi fiata: io mi guardo la partita!

Nunzia esce. Gino Cambia canale: ultima parte della telecronaca…

GINO: GOOOOOOOOOL!!!! QUESTO E’ IL GIORNO DELLA VITTORIA!!!! (Dal televisore, ovazioni dei tifosi)
Mirta lo guarda con l’aria di quella che pensa: prima o poi te la faccio pagare…,
MIRTA: Ride bene chi ride ultimo!!!
Nunzia agita le mani con un un’espressione preoccupata (evidentemente pensa: mamma mia, ne vedremo delle belle…).

Ovviamente anche la sitcom si concludeva con la sentenza del giudice. In questo caso, il quesito è: può il marito impedire alla moglie di ospitare la madre in difficoltà?
Comunque, queste sono tutte variazioni sul tema. Dalla sua nascita al 2007, a FORUM sono passati migliaia e migliaia di contendenti, centinaia di ospiti (nel periodo in cui al suo interno c’è stato un talk-show), decine di casi umani quando ha attraversato la fase della TV DEL DOLORE, almeno 2000 tra cause esterne e ricostruzioni… e poi rubriche per i consumatori, i pensionati, le vittime delle truffe... per non parlare delle risposte ai tanti fax, alle mail, alle richieste di aiuto attraverso “videopillole”.
Oggi il programma è tornato alle origini: al suo interno trovano posto solo cause con dibattimenti molto lunghi e un ampio spazio alla parte di talk-show, nel corso della quale il pubblico e gli “opinionisti” hanno la possibilità di discutere e di sviscerare il problema fino nei minimi particolari.
C’è un elemento di ulteriore novità. Come abbiamo detto, le cause di FORUM sono sempre più legate alla sfera personale: separazioni, divorzi, riconoscimenti o disconoscimenti di figli…
Questo vuol dire essenzialmente RACCONTARE DELLE STORIE. Raccontarle significa non accennarle semplicemente, al fine di fornire a chi deve giudicare gli elementi legali. Significa fornire tutti gli elementi strutturali per comprendere tutti gli aspetti di una vicenda appassionandosene. Per questo ci sono delle tecniche: sono quelle che stanno alla base del lavoro degli sceneggiatori. Usarle, non vuol dire SCENEGGIARE, ma tenere presente la necessità di fare capire i fatti mantenendo sempre viva l’attenzione (e la tensione).
Ora, l’estremo sviluppo della fase narrativa di FORUM ci ha portati a introdurre l’elemento del feuilleton, del romanzo d’appendice. Che è un genere nobile. E ritorniamo ancora una volta alle origini: ho parlato di quando, quarant’anni fa, ascoltavo gli sceneggiati tratti dai romanzi di Ohnet e di Xavier de Montepin. Ebbene, questi elementi, ovviamente aggiornati e adattati alla realtà del mondo nell’era di internet e dei cellulari, sono stati accettati dal pubblico. Che non si pone il problema della veridicità, ma della funzionalità degli elementi del racconto. Ogni storia deve stare in piedi, perché il processo di sospensione dell’incredulità non venga a sua volta sospeso. E’ un tacito accordo tra autori e telespettatori. Che accettano di non domandarsi se è possibile che il destino di un FIGLIO SCAMBIATO, quello di una MADRE MORENTE e quelli di due innamorati che scoprono con orrore di essere fratelli e per giunta legati da un rapporto incestuoso, vengano decisi da un tribunale televisivo tra una pubblicità e l’altra.
Il pubblico, che tutto capisce ma nel contempo opera le scelte che meglio garantiscono il proprio benessere psicologico, gradisce queste scelte, tant’è che gli ascolti continuano a crescere: la media di share di RETEQUATTRO è l’8%, mentre FORUM quasi ogni giorno raggiunge il 18. Dieci punti in più della media di rete.
Senza assolutamente sopravvalutare il perverso regime dell’AUDITEL, devo ammettere che è la dimostrazione della reale forza di una formula che ha saputo rinnovarsi… nell’evitare di cambiare.


X
Buffi per caso. Dove il nostro eroe si ritrova per vie traverse, anzi, traversissime, a fare un programma con Serena Dandini.

Il caso continua ad avere un ruolo molto importante nel proseguimento di questa storia. Spiace dirlo, ma le circostanze che determinano alcuni degli sviluppi più importanti di questa storia, non sono riproducibili. Mentre molti giovani diplomati al Centro Sperimentale di Cinematografia continueranno a trovare lavoro nel cinema perché giustamente il prestigio della scuola e il giudizio dei docenti fornirà loro una chiave d’accesso (almeno per iniziare), mentre non è difficile prevedere che anche in futuro i giovani che escono dai corsi di sceneggiatura della RAI organizzati da Dino Audino troveranno i propri naturali sbocchi sia nell’azienda madre che nelle società di produzione, credo che a nessuno potrà accadere di trovarsi a lavorare con Serena Dandini nel modo in cui è capitato a me. E’ scoraggiante, ma ogni esperienza fa storia a sé e non ci sono regole.
Molti giovani autori vorrebbero vivere l’esperienza che è toccata in sorte a me, se non altro per la possibilità di ritrovarsi anche per un breve periodo accanto a una professionista che ha scritto alcune pagine di storia della televisione. Per molti, si tratta di pagine vicine. Vicine per l’appartenenza allo stesso immaginario. Per l’impegno condiviso. Per la vocazione a essere “contro”. Per il gusto della provocazione. Insomma, la Dandini sarà sempre quella che ha fatto AVANZI, TUNNEL, PIPPO CHENNEDY SHOW, l’OTTAVO NANO. Ad alcuni piacerà di più, ad altri di meno, ma tutti ricorderanno i suoi dialoghi con Corrado e Sabina Guzzanti. Nessuno potrà mai dimenticare “Quelo”, Rocko Smitherson, Fede, la Marini, Rutelli, “Ambient”…
Perciò, ritrovarsi all’Ambra Jovinelli, il teatro che gestisce al cui interno c’è la sua base operativa, intorno a un tavolo con lei e il suo gruppo per molti potrebbe rappresentare un obiettivo. Probabilmente in giro c’è qualcuno che studia da autore della Dandini. E forse, per quanto faccia, non si siederà mai a quel tavolo. Io ci ho passato alcuni mesi. E’ stato nel 2002, in occasione del programma di RAI DUE “Mammmhhh!”, l’ultimo iniziato sotto la direzione di Carlo Freccero. Che proprio in questi mesi viene sostituito da un direttore in area Lega.
Tutto nasce… all’università. E’ un percorso anomalo, l’ho detto all’inizio.
Questa è la concatenazione delle ragioni e dei fatti.
La Dandini ha scoperto da un po’ la comicità surreale di Greg e Lillo. L’anno prima li ha inseriti nel cast de L’OTTAVO NANO, il programma che rappresenta uno dei baluardi della opposizione al “berlusconismo” che avanza. Dopo l’OTTAVO NANO, nel pieno dell’era della “casa delle libertà”, progetta un nuovo programma di seconda serata di cui loro siano conduttori e autori insieme al bravissimo Neri Marcorè.
Greg partecipa a un progetto universitario sulle emozioni insieme a Rafaella Albanese e a me. E’ un suo grande amico. Ma anch’io ho avuto modo di conoscerlo e di apprezzarlo. Raffaella, Greg e io scriviamo un programma televisivo in cui crediamo molto. Si intitola EMOZIONI. Eccolo.

EMOZIONI
Di Raffaella Albanese, Maurizio Gianotti e Claudio Gregori (Greg)

"EMOZIONI" è un format innovativo che unisce gli elementi del VARIETA' COMICO – BRILLANTE (pensiamo al "Telenauta" di Greg & Lillo ma anche a "L'ottavo nano", "Convenscion" ecc.) a quelli del REALITY – SHOW. L' "innesto" non è gratuito e fine a se stesso, ma ha uno scopo che è la base stessa del progetto.

QUALE REALITY – SHOW?
I cosiddetti "casi umani", dei quali ormai esiste un fiorente mercato con tariffari e "procacciatori", vengono usati spesso come semplice materiale di "pronto consumo". Chi ha un problema o una storia drammatica (sempre più spesso "taroccati", cioè falsi) si confessa davanti alle telecamere per dare vita a un dibattito rabbioso e feroce fatto da un pubblico ormai esperto. Alla fine il "caso" se ne va senza una soluzione, senza un progresso, ma con un "gettone di presenza" e l'appagamento del desiderio di essere, almeno per un attimo, un personaggio televisivo.
"EMOZIONI", invece, non cerca casi umani desiderosi di esibirsi, ma persone genuine che intendono affrontare per risolverlo un vero PROBLEMA legato alle EMOZIONI.

PERCHE' PROPRIO A "EMOZIONI"?
Perché queste persone dovrebbero raccontare i propri drammi personali a Greg e Lillo e proprio in un varietà? Perché nel nostro programma la RISATA, la GAG, lo SKETCH non sono semplici strumenti di spettacolo, ma elementi fondamentali di una sorta di TERAPIA fondata sull'IRONIA e la MAIEUTICA.

L'IRONIA
L'ironia è caratterizzata dalle scenette di Greg, Lillo e dei loro ospiti. Attraverso le scenette (e questo è il VARIETA'), in ogni puntata verranno illustrati in modo spettacolare i problemi legati alla sfera emozionale di una o più persone comuni.

LA MAIEUTICA
Le scenette, insieme alle particolari interviste di Greg, sdrammatizzeranno, presentandole in modo simpatico, problematiche comuni a molti telespettatori.
Una volta capito quale problema affligge un personaggio, si passerà alla MAIEUTICA: un selezionato e ristretto gruppo di esperti fornirà al personaggio delle TECNICHE che lo aiuteranno a migliorare la propria situazione, acquistando sicurezza e controllando le proprie emozioni.
E' evidente che una sera non sarà sufficiente per cambiare la vita di una persona: per questo il nostro sarà un "corso in pillole": il personaggio avrà dai nostri consulenti delle autentiche "lezioni", i cui risultati verranno illustrati sempre attraverso gli elementi della comicità, attraverso le scenette, da Greg, Lillo e i loro ospiti. Insomma, una volta usciti da EMOZIONI, i nostri "casi" avranno tutti gli elementi per proseguire il loro cammino, migliorando se stessi e il proprio rapporto con gli altri.

DI QUALI PROBLEMI PARLIAMO?
Le emozioni possono essere positive, piacevoli, costruttive (basta pensare a gioia, amore, felicità, passione, serenità, benessere, armonia, senso di realizzazione) e in questo caso ci aiutano a VIVERE BENE. Esistono anche emozioni in grado di impedirci di affermarci sul lavoro, di stabilire soddisfacenti rapporti sociali, di avere una serena affettività e soprattutto di
vivere in pace con noi stessi e con la realtà che ci circonda.

ARGOMENTI
In ogni puntata sarà esaminato un caso particolare in cui un'emozione ha creato un grave disagio. I casi riguarderanno il mondo del lavoro, la scuola, la famiglia, la coppia…
Alcuni esempi:
una persona che è vittima del "mobbing" (la persecuzione da parte dei superiori e dei colleghi sul posto di lavoro) e non riesce a reagire, per esempio, a causa della propria MANCANZA DI AUTOSTIMA (perché pensa che, se gli altri lo hanno trasformato in un "capro espiatorio" è perché forse, in fondo, lui se lo merita);
un manager ultraquarantenne deve difendere il proprio posto di lavoro dalla concorrenza di colleghi più giovani ma non riesce a lottare a causa della propria INSICUREZZA;
un altro ultraquarantenne con un ruolo di leadership aziendale perde il posto di lavoro ed è costretto a riqualificarsi e a mettersi "sul mercato". In questo caso il problema è il SENSO DI INADEGUATEZZA alla velocità dell'evoluzione del mercato del lavoro;
un giovane disoccupato, in cerca della prima occupazione, non riesce ad essere convincente nei colloqui a causa della propria CONFUSIONE INTERNA (non ha ancora un progetto di vita e non sa come si fissano gli obiettivi);
uno studente universitario è colto da attacchi di panico tutte le volte che deve sostenere un esame; in questo caso l'emozione è la PAURA;
una coppia di genitori è in preda a una fortissima FRUSTRAZIONE a causa del figlio che rifiuta di comunicare, ostenta atteggiamenti provocatori e ostili e non perde occasione di mostrarsi aggressivo nei loro confronti. La FRUSTRAZIONE e il SENSO DI IMPOTENZA conseguenti all'incapacità di risolvere il problema, creano ulteriori disagi: i genitori diventano veri e propri "schiavi" del proprio figlio;
un figlio, dotato di talento creativo, è costretto ad assecondare le aspettative e i desideri dei genitori che vogliono fare di lui un manager o un medico di successo, seguendo le loro orme. In questo caso l'emozione che impedisce al ragazzo di fare rispettare la propria individualità e di fare le proprie scelte è la DIPENDENZA EMOTIVA;
un marito è entrato in una profonda crisi coniugale: non desidera più la propria moglie, non ha voglia di stare in casa, desidera nuove esperienze e appena può esce. L'emozione che lo domina in realtà è il SENSO DI COLPA, conseguenza delle continue richieste affettive (attenzione, "coccole", comprensione degli sforzi sostenuti nel tenere la casa e seguire i figli…) cui lo sottopone da anni la moglie; in questo caso i coniugi sono entrambi da educare;
un lavoratore dotato di molte qualità positive (è ottimista, creativo, simpatico) cade in disgrazia a causa dell'atteggiamento eccessivamente entusiastico. In pratica, anziché vivere il lavoro come un dovere, mostra chiaramente a tutti coloro che lo circondano che lo vive come un piacere, con gioia e passione. In questo caso ad attirargli l'ostilità è l'ENTUSIASMO, che scatena l'INVIDIA altrui
un quarantenne soffre della "sindrome di Peter Pan": non riesce a crescere e a prendere le proprie responsabilità;
un uomo soffre del "complesso del collezionista": passa continuamente da una donna all'altra senza riuscire ad approfondire mai un rapporto;
una ragazza non riesce a dire di no a nessuno;
un'altra ama solo chi la fa soffrire e la abbandona;
un uomo (o una donna) non riesce a rassegnarsi alla fine di un amore;
un uomo (o una donna) è in preda a una vera e propria OSSESSIONE D'AMORE per una persona che non ricambia.
Tutti questi casi offrono degli ottimi spunti per RICOSTRUIRE problematiche e dinamiche psicologiche con lo strumento dell'ironia; in sostanza, in essi si trovano moltissimi elementi ai quali attingere per le "scenette illustrative" di Greg, Lillo e dei loro ospiti.

ELEMENTI DEL PROGRAMMA
EMOZIONI è un programma settimanale di seconda serata della durata di 60' netti, registrato e realizzato in studio con pubblico e ospiti.
A condurlo sono Greg e Lillo.
A Greg verrà affidato il "faccia a faccia" con il "caso del giorno" perché:
ha approfondito seriamente, attraverso corsi e studi, il tema della trasmissione (le emozioni e il loro controllo) ed è pertanto in grado di condurre con naturalezza e disinvoltura un talk-show sulle emozioni;
è padrone di una arguta, sapiente e controllata IRONIA, che gli permetterà di sdrammatizzare situazioni drammatiche.

Lillo sarà il partner di Greg in tutti gli sketch; inoltre gli verranno affidate
delle incursioni nel mondo esterno (per esempio nell'ambiente familiare e lavorativo dell'ospite).

GLI ESPERTI
E' prevista la partecipazione di alcuni esperti fissi A ROTAZIONE (in ogni puntata ne interverranno solo alcuni,a seconda del problema esaminato):
- psicologo
- sociologo
- sessuologo
- avvocato
- mediatore familiare
- dietologo
- gastronomo
- chiropratico
- visagista
- stilista
- esperto di comunicazione
- esperto di portamento e postura
- insegnante di dizione
- insegnante di recitazione
- astrologo
- musicista/musicologo o esperto di musicoterapia (che dovrà indicare le musiche più adatte per sconfiggere il problema psicologico.

LO STUDIO
Come abbiamo già detto, EMOZIONI è un VARIETA'; perciò pensiamo di utilizzare una scenografia "classica", dotata di platea, di scale e di ingressi: ci sarà un folto pubblico e gli ospiti, noti e sconosciuti che siano, verranno accolti da luci, sigle musicale e applausi. Ci sarà anche un gruppo musicale che dovrà sottolineare con stacchi e stacchetti i vari momenti della trasmissione.
Ci saranno alcuni angoli attrezzati come piccoli studi degli esperti.

Per capire come intendiamo strutturare il nostro programma, abbiamo
deciso di fare un esempio di puntata.

ESEMPIO DI PUNTATA: "L'UOMO CHE NON DICE MAI DI NO"

Prendiamo come primo esempio la puntata dedicata all'uomo che non sa dire di no.

Sigla con titoli di testa

Greg e Lillo salutano il pubblico e gli esperti, quindi Greg presenta il "problema del giorno": si tratta di un vero dramma, che colpisce molte persone rendendo loro la vita impossibile. Una delle vittime di questa patologia è il sig. Gianni, che tra poco sarà in studio; per capire qual è il suo problema, ci vuole un esempio, una "scenetta costruttiva". Per realizzarla Greg e Lillo invitano in studio l'ospite della puntata: per esempio, Marina Massironi.
Parte la prima scenetta; complessivamente le gag della puntata costituiranno una sorta di piccola sit-com sulla vita di un uomo comune.
1° SKETCH: Greg nei panni del signor Gianni, Lillo in quella del direttore, Marina in quella di una segretaria strafottente e infida.

Dopo lo sketch, che permette al pubblico di capire di quale problema soffre l'ancora sconosciuto "caso", Greg fa entrare il signor Gianni, lo presenta al pubblico e si apparta con lui nell'angolo del "faccia a faccia".
Greg domanda a Gianni quanto abbia pesato nella sua vita il suo "problema": Gianni risponde che è stato danneggiato in tutti i settori e solo adesso ha deciso di intervenire per porre rimedio alla situazione.

Va in onda il primo servizio realizzato da Lillo, che intervista la vera segretaria antipatica.

Rientro in studio: Greg e Gianni sono nuovamente nell'angolo del "faccia a faccia". Tra i due si svolge un dialogo nel quale il conduttore, che ha già sperimentato su di sé un percorso come quello che sta per suggerire al suo ospite, stimola Gianni fino a fargli sviscerare tutti gli aspetti del problema:
emergono le insicurezze infantili, i problemi con il padre, le violenze subite a scuola, i problemi con le donne e con i colleghi di lavoro.
A questo punto Greg, che ha già sottoposto Gianni a una prima forma di ironia e maieutica, gli spiega che un rimedio c'è: l'apprendimento di alcune tecniche. Gianni si dice disposto a sottoporsi al corso di EMOZIONI.
Greg lo manda dallo PSICOLOGO.

Stacco: Gianni si ritrova nell'angolo dello psicologo. Breve seduta, nel corso della quale lo psicologo dà a Gianni una serie di preziose indicazioni.
Breve commento del "paziente" con Greg.

SKETCH: Greg, Lillo e Marina mostrano in modo comico quali progressi può fornire la psicologia: vediamo Greg/Gianni mettere a disagio la segretaria.

Rientro in studio: Greg stimola Gianni a evidenziare alcune delle sue insicurezze; emerge quella dell'atteggiamento, della postura e dell'incapacità di guardare negli occhi l'interlocutore.
Greg lo manda nell'angolo dell'esperto di postura e gestualità.

Segue SKETCH in cui vediamo Greg/Gianni dotato di un atteggiamento completamente nuovo.

Va in onda il secondo contributo con l'intervista – irruzione di Lillo a uno
dei persecutori di Gianni (il direttore).

La trasmissione prosegue così, tra corsi e scenette che mostrano la progressiva metamorfosi di Gianni. Il "caso" passa attraverso lo stilista, il dietologo ecc.

SKETCH in cui Greg/Gianni, padrone di tutte le tecniche possibili, rovescia completamente i ruoli e annienta i suoi persecutori (Lillo e Massironi).

SKETCH CONCLUSIVO: Greg, Lillo e Marina Massironi interpretano uno sketch nel quale i comportamenti di Gianni (rappresentato da Greg) sono tutti esatti: in pratica, il caso del giorno non commette neanche un errore, applicando tutte le metodologie che gli sono state proposte nel corso della puntata. Questo, naturalmente, è il massimo del risultato che Gianni potrà ottenere se proseguirà la sua "terapia".

A questo punto Greg e Lillo commentano la scena con gli ospiti in studio:
parenti e amici di Gianni, fino a quel momento nascosti.

CONTRIBUTI RVM: Lillo intervista personaggi famosi che hanno sofferto o soffrono del problema di Gianni

Intervento ospite musicale con canzone "terapeutica" o legata al problema
di Gianni

PROVA DEL NOVE, ovvero IL MOMENTO DELLO PSICODRAMMA:
ora che tutto è chiaro e il cammino da percorrere è delineato, Greg recupera Gianni e lo costringe a sperimentare su di sé la "summa" di ciò che è riuscito ad apprendere nel corso della puntata. Confronto tra Greg (che assume un atteggiamento persecutorio) e Gianni, che deve sforzarsi di comportarsi sempre nel modo corretto.

Commento finale e congedo Gianni.


Ecco. Questa è la dimensione nella quale Raffaella, Greg e io ci incontriamo. La ricerca sulle emozioni, gli strumenti della comicità finalizzati al superamento di un problema e al raggiungimento del benessere sono le nostre modalità. Mentre ci illudiamo di avere trovato la possibilità di realizzare EMOZIONI (la verità è che un importante produttore contribuisce pesantemente al formarsi di questa illusione), decidiamo di estendere la nostra collaborazione. Greg e Lillo stanno passando a LA 7, l’emittente nata sulle ceneri di TELEMONTECARLO di proprietà della TELECOM di Colaninno. Sotto la direzione di Roberto Giovalli sta nascendo il TERZO POLO TELEVISIVO.
Io e Raffaella ci ritroviamo all’Ambra Jovinelli, riuniti intorno al famoso tavolo dell’Ambra Jovinelli. Essere autore di un programma come FORUM crea uno strano effetto di straniamento: percepisco chiaramente che i miei “compagni di strada” mi guardano con curiosità. Non è una curiosità malevola: è il segno della mancanza di abitudine a uscire dai cliché.
Comunque, sia pure con i segni di una serpeggiante diffidenza, gli incontri all’Ambra Jovinelli diventano un impegno quotidiano. Poi viene l’annuncio ufficiale della nascita del Terzo Polo, con la famosa serata di gala condotta da Fabio Fazio e Luciana Littizzetto. La storia della televisione italiana sta per cambiare. Almeno sembra. Ma l’11 settembre (è il 2001) insieme con le torri gemelle crolla anche il sogno della fine del duopolio. Quel giorno anche la Dandini è in aereo, con il cellulare spento. Quando l’aereo atterra e il telefono viene riacceso, riceve in un’unica telefonata due ferali notizie: una, quella della strage. L’altra, quella della fine del sogno. Colaninno lascia la TELECOM. Giovalli si dimette. La trasmissione di Fabio Fazio viene soppressa. Il conduttore resta a casa. Verrà liquidato profumatamente. Serena Dandini non passa più a LA 7. Anche Greg e Lillo rimangono dove sono. E le riunioni intorno al tavolo dell’Ambra Jovinelli? Tranquilli: non si butta via niente! Il programma al quale stiamo lavorando viene preso da Carlo Freccero, direttore di RAI DUE. La Dandini lo chiama “Mmmmhhh!”. Va in onda verso le 23. Le prime puntate le registriamo al Teatro delle Vittorie. Poi veniamo spostati, con tutte le scenografie, alla DEAR.
Quando si comincia a lavorare, l’atmosfera di EMOZIONI scompare. Anche Greg ha cose più urgenti a cui pensare. Tutto diventa terribilmente faticoso. Perché non c’è niente di più faticoso che trovarsi all’interno di un gruppo omogeneo senza farne parte. Però è un’esperienza che nessun autore può evitare di fare, almeno una volta nella vita.
Comunque, oltre a partecipare al tran tran quotidiano in una surreale atmosfera di perenne attesa (lo studio della RAI è a disposizione tutti i giorni per provare e registrare gli sketch), ci occupiamo di due segmenti. Uno, RISTORANTE, va in onda. L’altro, CONDOMINIO, viene registrato ma non viene trasmesso: la sua comicità non è immediata. Lo riprenderanno nel 2007 Greg e Lillo, nella loro fortunata trasmissione radiofonica SEI UNO ZERO – 610.
La scena è un ristorante, una trattoria romana dove suona un gruppo di “liscio”, “Piero e i simpatici”, di cui fanno parte Piero (Greg) e Zaira (l’attrice Morena De Pasquale). Il proprietario, Lillo, offre sempre le stesse cose: pasta al sugo con panna e piselli (o panna e prosciutto). In ogni puntata una cinese (Caterina Guzzanti) cerca di vendere ai clienti i suoi accendini.
E poi c’è il “mollicone” (Neri Marcorè) un viscido dongiovanni sempre a caccia di avventure, un uomo solitario e scostante (Claudio Fois), una coppia in crisi (gli autori Ivan Cotroneo e Paola Cannatello) e un collezionista, impegnato con la cinese in una gara all’ultimo accendino (“Ce l’ho anch’io!”).
Vediamo, in questi due frammenti di RISTORANTE, un uomo maturo (io stesso: fin dall’adolescenza ho avuto l’aspetto dell’uomo maturo) con una giovanissima amante.

IL RISTORATORE PRESENTA "PIERO E I SIMPATICI"

GREG - Siore e siori, reduci dalla trionfale tournéé che ha
toccato le principali località della Riviera Romagnola...

ZAIRA - ... da Rimini a Riccione, da Cervia a Cesenatico....

GREG - (seccato, a Zaira) Mo stai zitta, te, che la presentazione è roba mia... ho il piacere di presentarvi il complesso che solo a nominarlo mette allegria: PIERO E I SIMPATICI...

ZAIRA - ... voce solista: Zaira

GREG - (guardandola male) Questa strepitosa formassione vi presenta la cansone che la prossima estate farà ballare tutti gli italiani...

ZAIRA - ... la cansone che per tutto l'inverno ha scaldato i cuori...

GREG: - ... la cansone che...

RISTORATORE (entrando in campo) Ahò, ve sbrigate a dì sto cavolo de titolo
o ve devo scalà le chiacchiere dar cascè?

GREG E ZARA: L'APPIA… DINA!!!!!

Parte la canzone.

RISTORATORE Ma chi me l'ha mandati, questi?


UOMO MATURO E RAGAZZINA

L'uomo maturo e la ragazzina sono seduti a un tavolo appartato. Lui è
imbarazzato e si guarda intorno, cercando di nascondere il volto.

LUI (imbarazzato, si guarda intorno): Senti, non era meglio se andavamo da te
come al solito? Qui c'è troppa gente...

LEI: E allora? Non capisco perché noi due non possiamo mai andare al cinema, in
discoteca o al ristorante. Siamo una coppia come tutte e altre, no?

LUI: Beh, proprio come tutte le altre, non direi...

LEI: La verità è che ti vergogni di me!

LUI: Ma cosa dici, passerotto? Semmai sei tu che dovresti vergognarti di me...

LEI: Uffa! Non sarà la solita storia della differenza d'età?

LUI: Beh, si... cosa credi che pensino, gli altri, vedendoci insieme?

Entra Lillo.

RISTORATORE: Allora, che facciamo? Penne, panna, penne, panna, piselli, pene, panna, piselli e funghi... (pausa) mmm... forse per il papà sono troppo pesanti, eh?

LUI: Guardi che io non sono il padre!

RISTORATORE: Ah, ah... me pareva! Infatti volevo dì che era il nonno, ma siccome
che io sò un tipo delicato, nun lo volevo dì. (Alla ragazza) Sta bella nipotina,
come va a scola? Deve esse brava: c'ha 'na faccetta da prima della classe.

LUI CROLLA, LILLO SE NE VA. ARRIVA LA CINESE.

CINESE: Accendini, accendini...

LEI: Grazie, non fumo!

CINESE: Tuo fidanzato fuma?

LUI (intimidito): Si, fumo... ma lei è maggiorenne... le faccio vedere i documenti?

CINESE: Tu no di bugie... io non Buon Costume. (Ride).

Lui rimane basito.



RISTORANTE 4a PUNTATA
PIERO E I SIMPATICI PRIMO MOMENTO

PIERO: Siore e siori, ecco a voi la strepitosa band di lissio "Piero e i simpatici", con la folgorante chitarra di Piero. E adesso eseguiremo per voi "La Panacea".

Quando vengono nominati, i musicisti fanno un arpeggio, un fraseggio, una
microscopica rullata ecc.

ZAIRA: arrabbiata, tossisce per farsi notare.

PIERO (se ne accorge, poi, al pubblico): Boia d'un mond leder: stavo
dimenticando la bellissima...

RISTORATORE (entrando): Mbé? Io ve pago per sonà e cantà, non per fà er "tock-
sciò". SONATE!!!!

ZAIRA: Un momento. E io?

RISTORATORE: Brava che me l'hai ricordato! Tu mostra le bocce e le
cosce.

Parte "La panacea".


UOMO MATURO CON RAGAZZINA

I due sono seduti al ristorante. Lui, vestito da punk con la “cresta”, si nasconde e mette gli occhiali da sole (stavolta "trendy") esattamente come nella precedente apparizione.

LEI (accorgendosene): Amò, che fai? Ti nascondi?

LUI (imbarazzato): Ci guardano tutti!

LEI: Che palle: mica stai di nuovo in fissa con la differenza
d'età?

LUI: Per forza…

LEI: Ma sei stupido? Non si vede più!

LUI: Dici che adesso dimostro qualche anno di meno?

LEI: Qualche anno? Sembri un pischello!

LUI: Ma… non sarò un po' ridicolo, conciato così?

LEI Scherzi? Sei ganzo!!!

RISTORATORE (entrando, a lei): Chi se rivede: la pupetta tutta panna… ah, ah,
ah, me vengono così… chi te sei portata, stavolta?

LEI: Lui è il mio…

RISTORATORE (a Lui): … il nonnetto! Bravo, porti la nipotina alla festa
mascherata… peccato che te sei scordato che Carnevale è già passato… eh, a una certa età uno comincia ad avere problemi de memoria… mio nonno per esempio…

Lui tenta di reagire.

RISTORATORE (fissandolo): Mmm, sai che mò che te guardo c'hai 'na brutta cera? (a lei). Meglio che lo porti a casa e lo metti a letto con la "bulle", sinnò a questo je pija un coccolone. (Lo stritola e gli strizza le guance) Bello: me piacciono le famiglie di una volta, dove ai vecchi, invece di mandarli all'ospizio, ie fanno fa i "babbi-sitte". Oh, mi raccomando: nel testamento ricordati de la nipotina tua, che te vole tanto bene! Vengo!!!!

LUI: Che vergogna…

LEI: E' solo invidioso perché tu sembri giovane e lui no…

CINESE: Accendini… (vede lei)… ah, già, tu no fuma… (a lui)… tu invece fuma…
(accorgendosi del cambiamento scoppia a ridere)…

LUI: Beh? Che c'è?

CINESE: Penso a proverbio cinese che dice: "Ih, ih, ih, ih…"

LUI: Che vuol dire?

CINESE: In italiano: "Ih, ih, ih, ih, ih"…

Se ne va. Lui costringe lei ad alzarsi e ad andare via.



La band fa una breve pausa.

ZAIRA: Che sete! Ti va un chinotto?

PIERO: Preferisco un cocktail: chinotto/spuma con gazzosa.

Prima che scendano, il ristoratore sale sul palco e li blocca.

RISTORATORE: Ve volevo dì 'na cosa. La clientela qui se sta a stufà.

PIERO: Del menù?

RISTORATORE: Me stai a criticà la cucina a me? Me stai a criticà la cucina a me?
Ma senti questo... te devi sciacquà la bocca prima de nominà er menù mio: è 'na
poesia. Parole che se sciolgono in bocca come la panna. Senti: c'avemo... penne
e panna, penne, panna, piselli, penne, panna, piselli, funghi...

Il ristoratore declama il menù come se fosse una poesia; i musicisti fanno per
andarsene, lui se ne accorge...

RISTORATORE: SONATE!

I musicisti riprendono a suonare e il ristoratore declama sulla musica.


CHIUSURA SECONDO MOMENTO PIERO E I SIMPATICI

Sul finale della canzone.

LILLO: C'ho un sospetto: mi sa che 'sto ristorante non decolla per via della
musica. Come fa 'sto pezzo?

PIERO (senza accompagnamento): La pià-pià-pià...

LILLO: Ma com'è 'sta piadina?

PIERO: Con prosciutto...

ZAIRA: ... salsiccia...

PIERO: ... culatello...

ZAIRA: ... squacquerone...

RISTORATORE: Mmmm... a me mi pare che manca qualcosa.

ZAIRA: La panna?

RISTORATORE: Brava: per te, doppia porzione.

CINESE (entrando in campo): Accendini...

RISTORATORE: Lasciame stà, sò nervoso, sò nervoso... t'avevo detto che nun ce devi venì qua.'Sto ristorante nun decolla. Che sarà? Boh? Dove ho sbagliato? Le tovaglie le ho cambiate, le candele ce stanno, la panna c'è... de classe è de classe...

CINESE: C'è vecchio detto cinese che dice: ( parla in cinese)

RISTORATORE: Che vor dì?

CINESE: E che ne so, io? Io vendo accendini!

RISTORATORE: Ancora me voi vende accendini a me? Ancora me voi vende
accendini a me?

La cinese gliene mostra uno. Lui lo vede, rimane ipnotizzato, lo prende e paga.

RISTORATORE: Beeeelloooo!

P.P. sul ristoratore.


Brevi sketch come questi ritornano più volte, nel corso di ogni puntata: il ristorante, con tutti i suoi personaggi, è uno dei punti di forza di un programma non memorabile, in cui è evidente che l’inserimento della particolarissima dimensione surreale di Greg nel mondo della Dandini stenta a decollare. Parlo di Greg, perché Lillo ha una vena popolare, un umorismo facile che si inserisce con maggiore facilità nella dimensione della Dandini e dei suoi collaboratori. Greg è un autore e un interprete molto più sottile. Ha un talento immenso. Ed è poliedrico: soggetti, spunti, battute gli nascono spontanei e sempre originali esattamente come i disegni dei suoi fumetti e le melodie dei brani musicali che compone pur non avendo una preparazione musicale completa. Di cui peraltro non ha bisogno.
Lillo fa ridere con le smorfie del suo “Zuhlustru” (una sorta di ominide primitivo coperto di pelo che sogna di cantare e ballare in televisione). Lillo fa ridere parodiando la realtà. Greg rappresenta una realtà parallela, le cui regole sono sovvertite. Il suo umorismo non è per tutti. Quello della Dandini nemmeno. Nel senso che richiede un’adesione: ride con la Dandini chi si riconosce nel mondo della Dandini, in ciò che la Dandini rappresenta. La Dandini fa spesso satira politica. Mette alla berlina la maggioranza che all’epoca è di destra (micidiale l’intervista a Neri Marcorè/Gasparri) ma diverte molto anche con un Marcoré/Fassino la cui altezza (l’attore è sui trampoli) si trasforma in metafora della lontananza dalla “gente”: Fassino è così distante da non riuscire a capire neanche le domande che gli ve